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Caserta Turismo: newsletter Piazze del Sapere - Aislo annualità 2020
 

Newsletter: speciale sulla canapa e agricoltura in Terra di Lavoro

Pasquale Iorio: Presentazione - Piccola storia della canapa in Terra di Lavoro
Nell’antichità Terra di Lavoro era conosciuta come "Campania Felix" o "Terra Laboris" per la mitezza del clima, accompagnata dalla fertilità dei terreni e dalla ricchezza di acque, fornite dal più grande fiume del Sud il Volturno e dal Clanio, gli attuali Regi Lagni. Qui venivano prodotti alimenti e cibi di qualità, che nei secoli hanno caratterizzato il sistema geopolitico ed economico di queste comunità.
La Campania Antica (spesso identificata anche come Campania Felix o anche Ager Campanus) indicava originariamente il territorio della città di Capua antica nel periodo romano, e in seguito anche le pianure dei diversi municipi confinanti. Fu un territorio molto vasto se confrontato con le altre città italiche del periodo romano e pre-romano.
Si estendeva dalle pendici del monte Massico (a nord) fino a lambire a sud i Campi Flegrei e l'area vesuviana. Inizialmente includeva anche l'Ager Falernus, poi fu fortemente ridimensionato da Roma a causa dell'alleanza della città di Capua con Annibale.
Alcune produzioni intensive, insieme con alcune tipicità ed eccellenze (come la mozzarella o la mela annurca) hanno scandito la vita sociale e produttiva di queste terre, contribuendo all’export ed alla bilancia dei pagamenti della nostra economia, che è stata fondamentalmente di tipo agrario -fino all’epoca della cosiddetta "modernizzazione" degli anni ’60 del secolo scorso. I cicli produttivi sono stati caratterizza da alcune monoculture: a partire dalla canapa, ma anche dalle campagne per le bietole (che venivano trasformate nello zuccherificio Cirio di Capua, da tempo dismesso), a cui è seguita la stagione del tabacco. Ed infine i pomodori "l’oro rosso" prodotti nella piana del Volturno e nell’aversano, conferito e trasformato negli impianti dell’Agro-Nocerino per rifornire i mercati e le catene della grande distribuzione. Tutte queste attività erano sostenute dalla fatica e dal lavoro di addetti stagionali, spesso donne ma soprattutto immigrati in condizioni di pesante sfruttamento e "lavoro nero", senza rispetto di diritti e tutele sindacali.
Così come per le altre produzioni, la canapa è stata prodotta in grande quantità ed occupava ampie estensioni di terreno (dalla zona di Marcianise fine al Basso Volturno). A lungo Caserta è stato il secondo polo produttivo mondiale, con importanti impianti di macerazione e di trasformazione. Di tutto questo fa fede la struttura dell’Ex Canapifico alle porte di Caserta di fronte alla Reggia, per la cui ristrutturazione in servizi di accoglienza turistica si potrebbe destinare una parte proprio ad un museo della canapa e della civiltà contadina. Questa storia viene raccontata e documentata in modo magistrale da un decano del giornalismo casertano come Federico Scialla – e si può leggere nei due articoli che riportiamo nella nostra newsletter.
Dopo alcuni decenni di abbandono, oggi la canapa sta ritornando in auge in alcune realtà, grazie anche all’opera di una rete di produttori (il consorzio "Canapa Sativa Caserta"), come ci racconta nel suo intervento in maniera dettagliata Umberto Riccio, un architetto ed operatore turistico, che con passione si è dedicato a questa nuova attività. Rispetto al passato, sono tre le esigenze che sono alla base di questa nuova stagione di "rinascita" della canapa: in primo luogo quella alimentare e di tipo nutraceutica, per i contenuti dei prodotti e dei cibi che si ricavano dal seme della canapa (cereali, pasta, vari dolci, birra artigianale, come è stato ben descritto in un bel volumetto curato da Chiara Spadaro per Altreconomia). In secondo luogo in alcune zone confinanti con l’area metropolitana di Napoli (nell’atellano e nel caivanese) si stanno riproducendo le vecchie tradizioni del prodotto finalizzato alla trasformazione di tipo industriale, in primo luogo per le fibre del settore tessile, ma anche nell’edilizia per i pannelli delle nuove abitazioni. Infine, abbiamo riscoperto un valore importante, quello di bonifica dei terreni, che ora è diventato molto utile per recuperare aree devastate per lo scarico illegale di rifiuti, ma anche dagli scarichi e liquami inquinanti di allevamenti (in particolare quelli delle bufale): le cosiddette "terre dei fuochi e dei veleni", o anche di Gomorra per dirla con Roberto Saviano.
Dalle nostre ricerche, purtroppo non emergono molti studi dedicati alla storia delle campagne casertane, che meriterebbero una più accurata attenzione per capire le nostre origini e tradizioni. Qua e là si trova qualche testo e qualche narrazione, come quelli di Tommaso Zarrillo e del fotografo Salvatore di Vilio in una splendida raccolta fotografica (alcune le abbiamo qui riprodotte). Ma ci sembrano poca cosa. Per questo abbiamo deciso di dedicare uno speciale della newsletter proprio alla canapa e alla sua storia, ma anche al suo futuro. Per questi motivi proponiamo alla Regione Campania ed al Comune di Caserta di prendere in seria considerazione l’ipotesi di realizzare un museo della canapa e della civiltà contadina per lo sviluppo bio sostenibile nell’Ex Canapificio, anche in considerazione del fatto che nella nostra provincia esistono solo piccoli ed isolati casi (come il museo della civiltà contadina di S. Nicola la Strada e quello di Pignataro Maggiore).

Pasquale Iorio Caserta, aprile 2020

 

Umberto Riccio: La canapa (cannabis sativa) può essere la svolta per Caserta

Scomparsa dalle campagne di Terra di Lavoro da più di cinquant’anni, la coltivazione della canapa ha dato il via a nuove occasioni imprenditoriali in chiave green. Perfettamente bio compatibile, visto che la sua coltivazione non richiede pesticidi e altri fertilizzanti (ma è essa stessa a lasciare il terreno più fertile di come l’ha trovato) si può tramutare in calce, in bio mattoni, carta, tessuti, alimenti vari, prodotti per la cura del corpo, bevande energetiche e molto altro ancora.
Il nuovo e crescente interesse per questa coltura è dovuto fondamentalmente all’aumento della richiesta di alimenti caratterizzati da proprietà salutistiche che possano fornire sostanze nutritive. La canapa risponde pienamente alle nuove esigenze dei consumatori in tema di salute e benessere, con il suo alto valore nutraceutico con riferimento ai semi (oli, farine e trasformati).
Dal seme si ottiene la farina che ha un alto contenuto in fibre; dalla spremitura a freddo dei semi si estrae un olio verde, dal gradevole gusto fruttato, da impiegare esclusivamente a crudo e conservare rigorosamente in frigo, che ha un contenuto elevato di acidi grassi polinsaturi (come Omega 3 e Omega 6) in un rapporto ottimale di 3 a 1, in natura nessun altro alimento può garantire ciò. Nel mondo vegetale sono poche le piante in grado di rivaleggiare con le proprietà della canapa.
Certo l'aloe, alcune alghe, la soia, altri semi oleosi, bacche, per citarne alcuni, hanno proprietà benefiche, ma se assunti spesso e in gran quantità possono dare disturbi da non sottovalutare e sono meno tollerati della canapa.
Disponendo di tutti gli 8 amminoacidi essenziali, come cereali e legumi insieme, utili alla sintesi proteica, la canapa diventa alimento importante in una dieta vegana e ha inoltre un alto contenuto in vitamine, soprattutto del complesso vitaminico (come E, B1, B2) e di antiossidanti naturali capaci di essere altamente preventivi in ambiti infiammatori e allergici, e per questo utile a celiaci.
Il sapore? Quello della farina è molto forte, simile all’integrale. Viene sempre miscelata con una percentuale che oscilla fra il 7 e il 15%. Il pane è fragrante e mantiene la sua freschezza anche per una settimana. Pure l’olio va miscelato all’extravergine d’oliva se lo si usa per condire perché ha un sapore pronunciato ma molto gradevole, tendente alla nocciola.
Questi prodotti vantano inoltre delle proprietà terapeutiche: l’uso quotidiano dell’olio di canapa fa diminuire rapidamente gli eccessivi livelli nel sangue di colesterolo cattivo, previene l’arteriosclerosi ed altre malattie cardiovascolari perché evita l’accumulo di grasso nelle arterie. Viene usato per la prevenzione e la cura dell’artrosi e dell’artrosi reumatoide. È utile nella cura di malattie asmatiche, per la menopausa e inoltre combatte deficit della memoria, problemi di apprendimento e depressione.
Anche la pelle ne può trarre giovamento, sia a livello curativo (è ottimo contro eczemi, dermatiti, micosi, psoriasi e acne) che estetico, poiché idrata, protegge la pelle dai fattori esterni che causano l’invecchiamento, dona morbidezza ed elasticità combattendo il deterioramento.
La canapa è una coltura che si coniuga pienamente con i nuovi concetti di bio economia circolare e alto valore ambientale. È funzionale alla lotta al consumo di suolo e alla perdita di biodiversità, offre una valida alternativa produttiva. Dagli alimenti ai cosmetici fino al florovivaismo, dai semilavorati per le industrie e le attività artigianali alle fibre naturali destinate alla bioingegneria e alla bioedilizia, dal materiale per la fitodepurazione alla bonifica di siti inquinati.
La canapa è un’alleata preziosa nelle sfide ambientali che l’umanità di trova davanti. Non solo perché può essere fondamentale nel cambio di paradigma dall’uso sfrenato di derivati del petrolio, come ad esempio la plastica, o per l’enorme riduzione che potrebbe portare ai livelli di CO2 che immettiamo nell’atmosfera o per ridurre la deforestazione: può essere la chiave per aiutarci a ripulire letteralmente il pianeta tramite la fitorimediazione.
Alcuni siti dove la canapa è stata utilizzata nel tentativo di ripulire i terreni contaminati dai metalli pesanti in Italia: in zone vicino all’ex Ilva a Taranto, in Sardegna, nel 2017, e in Puglia è stato finanziato un progetto a cura dell’ABAP (Associazione Biologi Ambientalisti Pugliesi).
Altro impiego dai grandi vantaggi è nella bio edilizia: la canapa è in primis un ottimo isolante termo acustico, alta traspirabilità, protezione da muffe e insetti, ottimo contro gli incendi, leggero e ricco di silice. Ma soprattutto è un materiale "carbon negative", che sintetizza il carbonio e riduce le emissioni di CO2 nell’atmosfera; quindi rende gli ambienti in cui è applicata più salubri ed abbatte anche le emissioni inquinanti del processo edilizio.

Casertaturismo.it - Rete di Imprese 4.0 - Canapa Sativa Caserta

 

Federico Scialla: C’era una volta l’oro verde della canapa nel casertano

Le strade che congiungono Napoli a Caserta sono due: una, "nazionale" in tutto il suo tracciato che direttamente porta a Caserta attraverso Caivano, l’altra "nazionale" fin oltre Aversa, porta a Caserta tagliando Marcianise. Sono due belle strade, larghe e soprattutto ridenti perché attraversano una delle pianure più fertili e ricche della Campania felix. Gli alberi e le culture intorno le rendono fresche; l’occhio riposa e spazia in un mare di verde.
Questo accade per tutto l’anno meno che di agosto, mese in cui, nei pressi dei Regi Lagni, l’odore caratteristico delle vasche di macerazione appesta l’aria intorno per un buon raggio. Allora la bellezza della campagna non avvince più, presi come si è dalla fretta di uscir fuori dalle spire dell’aria male odorante. Lenti carri in lunghe file trasportano, affastellati fino all’inverosimile, biondi fasci di canapa, dalla campagna alle vasche di macerazione o ai "fusari" e da questi alle aie. Lunghe, lente file di buoi e di cavalli sovraccarichi, zoccolanti sull’asfalto infuocato, ritornano a signoreggiare le strade e l’autista, allora, si sente l’intruso mal sopportato che deve cedere il passo; deve aspettare. Transita, intrisa di sudore, la ricchezza di Terra di Lavoro: la canapa.
Quanti conoscono la resistente fibra tessile dal largo impiego e dalla laboriosa lavorazione? Quanti ne conoscono l’alto fusto elegante, la verde foglia palmata, il ciuffetto cimale svettante? Quanti sanno la fatica che richiede la canapa, dalla preparazione del terreno alla estirpazione, dall’essiccamento alla macerazione, dalla maciullazione alla spatolatura? L’abbiamo chiamata "ricchezza intrisa di sudore" ed è vero. Forse nessun’altra pianta, almeno qui da noi, richiede tanto lavoro umano quanto la gigante "cannabis" da tiglio. Alcuni cenni storici varranno di certo, a rendere più completa la nostra presentazione di questa antichissima pianta tessile. Essa è anzi, ritenuta la più antica. La sua coltivazione in India ed in Cina si fa risalire a 3000 anni prima di Cristo; è particolarmente citata nell’opera cinese "Shu-King", scritta 500 anni ay. C. Il nome "canapa" è derivato dal greco kannabis, latino cannabis. La canapa non pare sia stata conosciuta dagli Ebrei e dagli Egiziani, ma è certo che gli Sciti ne facevano largo uso, così come testimonia Erodoto, nel 484 ay. C., il quale attesta che, mentre i Greci la conoscevano appena, gli abitanti della Scizia, adiacente al Mar Caspio, la coltivavano su vaste aree. È probabile che gli Sciti nelle loro migrazioni (1500 ay. C.) ne importassero la coltivazione in Europa.
Per l’importanza delle droghe medicamentose che fornisce, la canapa, fu oggetto di molte ricerche chimiche. Degli infusi che si possono preparare dagli estratti di erba di canapa e della loro energica azione fa cenno, sia pure brevemente, C. Plinio Secondo nella "Naturalis Historia". Fu, invero, una varietà della canapa, e cioè la "Cannabis Indica", ad imporsi nell’uso medico, grazie soprattutto alle esperienze su di essa effettuate per dieci anni di seguito a Calcutta ora è più di un secolo. Ricordiamo ancora che l’Hachisch, famoso narcotico usato dai tempi lontani, è composto di un miscuglio di Coras (resina), di Canya e Banga (prodotti erbacei di varietà di canapa indica), grassi, tabacco e sostanze zuccherine.
Raffaele Barbieri, nella sua pubblicazione "La `pre fioritura‘ della canapa in Campania nell’annata 1952", dà sulla canapa le seguenti interessanti notizie relative alla classificazione botanica: Seguendo gli aggruppamenti stabiliti da Serebriacova e Sisov la canapa appartiene alla Famiglia delle cannabinacee. La "specie" C. sativa L. viene ritenuta come una specie collettiva o «conspecie» scindibile in due specie: C. sativa (L) Serebr. emend. e C. indica (L) Serebr. emend. La nostra canapa (C. sativa excelsior: canapa comune, canapa gigante, ecc.) è inquadrata per tanto come "C. sativa (L) Serebr. emend., var. italica Serebr" e la C. sinensis (a cui si riferiva la Pelosella), non più considerata "specie", e ritenuta una varietà della stessa C. sativa: "C. sativa (L) Serebr. emend. var. maritima Serebr". Conseguentemente la Carmagnola, la Bolognese, la Ferrarese, la Paesana campana, ecc. rappresentano tipi o entità culturali della varietà italica; le Peloselle Fatza, Uniah. Hacicoy, rappresentano a loro volta tipi o entità colturali della var. marittima. Entrambe le varietà, la italica e la marittima sono ascritte alla "proles" australis (meridionale) della sottospecie culta.
Alla stessa var. italica va riferita anche quella che impropriamente dai nostri canapicoltori viene chiamata "ortichina", o "spicarella" o "mazzucchella": la canapa così detta "ortichina", in altri termini, dal punto di vista filogenetico, non è che una delle tante entità colturali (e non razza o varietà), o meglio non è che una forma "immiserita" della nostra C. sativa, var. italica, resa tale dalle svantaggiose condizioni di coltura e capace di riassumere i caratteri dei tipi giganti se coltivata in adatte condizioni di ambiente, così come hanno dimostrato gli studi condotti circa venticinque anni or sono da Vivoli della Scuola di Portici. Tipi dunque o entità colturali della var. italica; tipi o entità colturali della var. marittima (Pelosella). Dal punto di vista morfologico, e soprattutto nell’ambito delle singole varietà, è difficilissima una distinzione tra i tipi che sono compresi nelle varietà medesime. Difficile è quindi distinguere Carmagnolese, Ferrarese, Paesana, Ortichina.

Scritto il 25 febbraio 2014

Federico Scialla: Le ultime speranze per salvare la coltivazione della canapa in Terra di Lavoro

In una precedente nota sull’attuale problema della crisi canapicola ci siamo occupati delle cause che hanno condotto al declino della coltivazione della canapa, specie nella regione campana (onerosità dei costi; concorrenza delle fibre sintetiche; concorrenza della stessa canapa prodotta in altri Paesi a prezzi più convenienti o sostenuta da una politica di dumping, come in Jugoslavia, eccetera). Richiamiamo oggi l’attenzione dei vari ambienti interessati sulle reali e valide possibilità che esistono perché la coltivazione della canapa possa essere ripresa nelle pianure di Napoli e Caserta; nei posti cioè ove gli agricoltori ancora si sentono legati alla coltura che per decenni ha costituito la punta avanzata dell l’economia agricola. Ci riferiamo semplicemente a quelle aree che mediamente sono state adibite alla coltivazione della canapa negli ultimi dieci anni e che costituiscono un complesso di 8-10 mila ettari ricadenti per 1’80 per cento in provincia di Caserta e per il 20 per cento in quella di Napoli. Negli ultimi tempi la canapicoltura ha vissuto fasi alterne di riduzione e di ripresa nello svolgimento delle quali si è verificato il repentino trapasso dal regime vincolistico, legato alle norme legislative sull’ammasso obbligatorio, a quello liberistico conseguente alla decadenza di tali norme disposte con sentenza della Corte Costituzionale.
È da tener presente che, malgrado la sfavorevole congiuntura e il rapido declino colturale, la canapa è ancora largamente usata in campo mondiale (si calcola che il consumo annuo è di circa 2 milioni e 500 mila quintali) e, per quanto riguarda l’Italia, il consumo non è affatto diminuito tanto è vero che l’industria tessile nazionale ne importa forti quantitativi dall’estero, dimostrando così di preferire il prodotto estero a quello nazionale (che quasi interamente è prodotto in Campania). La conseguenza più immediata di questo fenomeno è stata il congelamento di grossi quantitativi di fibra grezza nei depositi dei canapicoltori e nei magazzini del Consorzio Canapa.

Cose in chiaro
Si va facendo strada, inoltre, e prende purtroppo consistenza, il convincimento che ormai la coltivazione della canapa in Italia ha fatto il suo tempo e che, pertanto, non esiste più un suo problema data la possibilità e la convenienza di approvvigionamento offerte dai mercati esteri. Il fatto grave è che di tale opinione sono anche alcune qualificate personalità del mondo agricolo le quali come vedremo, mostrano così di non conoscere nel dettaglio il problema della canapa. A questo punto, quindi, è bene mettere le cose in chiaro ad evitare proprio il facile e superficiale accreditamento di certe tesi che vorrebbero imporre la celebrazione di un assurdo "funerale".
In primo luogo è da tener presente che la preferenza per l’importazione della canapa dall’estero, perché più a buon mercato, costituisce un concetto secondo il quale si nega all’Italia, e segnatamente ad una delle sue Regioni del Sud, la possibilità d’impostare una politica canapicola a livello internazionale ac-canto a quella già in pieno sviluppo riguardante i prodotti zootecnici, caseari, oleari, ortofrutticoli, bieticoli, eccetera.
Vi è poi da tener presente che una volta abbandonata e scomparsa per sempre la coltivazione della canapa, questa dovrà essere importata per il totale delle esigenze nazionali ed allora il mercato estero potrà pretendere il prezzo che più farà comodo.
Stabilito ciò, rimane solo da vedere come far risultare economica la coltivazione della canapa. Ma questo è un problema la cui soluzione è tutta racchiusa nella ricerca e nell’attuazione dei mezzi più idonei a renderla competitiva sui mercati. Si tratta, cioè, di rinnovare il sistema di produzione. Ma perché ciò avvenga - diciamolo - mancano la buona volontà e gli strumenti di legge adeguati.
Mentre la canapa muore, un coro di invocazioni si leva da ogni parte - e la stampa ne ha diffuso l’eco - auspicando la salvezza di questo settore produttivo per il quale si profilano anche prospettive di impiego del tutto nuove. Infatti, accanto ai ben noti impieghi come fibra tessile, si delineano ora per la canapa nuove prospettive nel campo della fabbricazione della carta. L’aumento dei consumi nei settori dell’editoria, cartoleria, imballaggio ed in quelli delle carte pregiate per sigarette, carte valori eccetera, ha creato seri problemi alla nostra industria nazionale per l’approvvigionamento della materia prima che deve importare nella misura del 90 per cento del proprio fabbisogno. L’industria, pertanto, si è vista costretta a considerare l’opportunità di ridurre il volume delle importazioni e di studiare, contemporaneamente, la convenienza di utilizzare la canapa verde nei propri cicli di lavorazione in analogia a quanto già sperimentato in altri Paesi (America, Francia, Jugoslavia). La risoluzione di questi ed altri problemi ha formato oggetto di studi promossi dall’industria cartaria ed i risultati, confortati da una rigorosa sperimentazione sono stati riportati in una pubblicazione dell’ing. R. Kollar, a cura della Sezione Italiana della T.A.P.P.I. (Technical Association of the Pulp and Paper Industry).

Nuove varietà
Gli esperimenti dell’ing. Kollar, condotti in collaborazione col prof. Ettore Mancini, direttore dell’Istituto di Agronomia e Coltivazioni Erbacee della Facoltà di Agraria di Bologna, hanno puntato essenzialmente sull’impiego delle nuove varietà di canapa ad elevata resa in fibra, costituite dal Consorzio Canapa, e sulla meccanizzazione spinta della coltivazione. Nello studio è previsto anche l’impiego di una macchina falciastigliatrice, appositamente progettata, per ridurre ancor più le spese di raccolta. È presumibile che nel passaggio dalla fase sperimentale a quella di coltivazione su larga scala, si conseguiranno ulteriori vantaggi dovuti al miglioramento delle tecniche e al perfeziona-mento delle macchine per cui è lecito attendersi una sicura affermazione in questo settore. La conoscenza dei risultati positivi di questi studi e le prospettive di sviluppo future, hanno vivamente attratto l’interesse degli ambienti agricoli, soprattutto emiliani, che hanno preso in seria considerazione l’opportunità del reinserimento della canapa negli avvicendamenti colturali.
Ed infatti, per iniziativa delle organizzazioni agricole e della Camera di Commercio della provincia di Ferrara, è stato intrapreso un interessante e coraggioso esperimento di reinvestimento colturale in alcune zone dove la canapa è stata riproposta negli avvicendamenti, specialmente in sostituzione della barbabietola.
Analoghi esperimenti sono stati effettuati anche in altre province emiliane in cui si avvertono sintomi di crisi in diversi settori produttivi.
Queste più che lodevoli iniziative che si vanno sperimentando al Nord sono degne della massima considerazione ma, soprattutto, debbono indurre a non perdere di vista la situazione canapicola nel Mezzogiorno dove, al momento, solo la tenacia e lo spirito di sacrificio degli agricoltori hanno impedito la definitiva scomparsa della canapa dai nostri campi. È dunque chiaro che al Nord il rilancio della coltivazione della canapa è prevalentemente legato all’impiego degli stigliati verdi nella fabbricazione della carta (e in parte anche per usi tessili) e si rivolge, quindi, verso queste nuove forme di utilizzazione; al Sud, invece, pur non trascurando gli stessi obiettivi, la difesa della coltivazione punta essenzialmente sulla tradizionale produzione degli stigliati macerati e, pertanto, ogni sforzo deve tendere, come già abbiamo detto, a rendere economica la coltivazione limitando il ciclo agricolo alla produzione della bacchetta verde e trasferendo in opportuno ambiente industrializzato le operazioni di macerazione e di stigliatura.

Scritto il 20 febbraio 2014

Federico Scialla: Il fatalismo dei produttori distruggerà l’oro verde

La coltivazione della canapa, che prima del secondo conflitto mondiale ha rappresentato il fulcro dell’economia agricola di Terra di Lavoro e di gran parte della Campania, rischia di scomparire del tutto e forse per sempre. L’aspetto più grave di tale fenomeno è costituito dal "fatalismo", certamente riprovevole che pervade oggi l’ambiente dei produttori.
Nell’annata corrente, infatti, gli investimenti non superano i quattromila ettari e segnano una riduzione di circa il 50 per cento in confronto del 1966. Il nuovo repentino tracollo conferma l’aggravarsi delle principali cause che sono all’origine del fenomeno e, cioè, la lenta introduzione delle nuove tecniche colturali e la mancata realizzazione degli impianti di macerostigliatura industriali. Senza dire che l’elevato costo di produzione raramente è compensato dal ricavo della vendita del prodotto grezzo.
Eppure l’importanza della fibra di canapa, non a torto definita in un recente passato, "l’oro verde" della provincia di Caserta, è ancora oggi universalmente riconosciuta.
Basterà, a tale proposito, ricordare il parere espresso in tal senso dal Prof. Stanislao Pitaro in una recente riunione di esperti indetta per un esame del problema che tanto da vicino interessa gli agricoltori dei comuni di più antica tradizione canapicola: Aversa, Marcianise, S. Maria Capua Vetere, S. Tammaro, Portico, Macerata Campania, Succivo, Orta, Frattamaggiore, Caivano, eccetera. E sono proprio gli esperti in materia a ritenere ancora possibile l’attuazione di un piano per una concreta difesa della canapicoltura. Occorrerebbe innanzitutto rendere economica la coltivazione, attuando anche una politica di mercato che assicuri il collocamento della fibra presso le industrie nazionali ed estere, nell’ambito dei Paesi aderenti al Mercato Comune Europeo. Un’azione tendente ad ottenere, appunto, il salvataggio in extremis della coltivazione della canapa, hanno intrapreso in questi giorni i dipendenti del Consorzio Canapa. Si spera, in particolare, che il Ministero dell’Agricoltura autorizzi la costruzione in provincia di Caserta di un primo impianto di macerostigliatura industriale su progetto già presentato per l’approvazione. Risulta, d’altro canto, che della difesa della canapa si occuperà anche il Comitato Regionale per la Programmazione Economica della Campania.
È lecito, quindi, sperare ancora in una ripresa di quella fibra che per tanto tempo è stata l’orgoglio della regione campana. Inquadrato così il problema nelle grandi linee passiamo subito ad esaminare nel dettaglio i motivi che hanno determinato la gravissima situazione attuale. Non sarà inopportuno premettere brevemente che fino allo scorso anno la canapa, con una produzione annua media di fibra macerata intorno ai 150 mila quintali, nelle province di Napoli e Caserta, ha rappresentato ancora la coltura di più largo interesse tra quelle erbacee e, a questo riguardo, basta pensare che in termini economici il valore di tale produzione è all’incirca di 5 miliardi di lire per comprendere come l’importanza di questa coltura è tutt’ora preminente rispetto alle altre ed è superata, forse, solamente da quella del grano. Si potrebbe pensare che il declino della canapicoltura sia una conseguenza del diminuito consumo della fibra di canapa. In effetti, le cose non stanno precisamente così.
È facilmente dimostrabile, infatti, che nell’ultimo decennio non solo la produzione mondiale di canapa non ha subito variazioni di rilievo, mantenendosi su livelli pressoché stabili, ma che anche il consumo mondiale di questa fibra è stato praticamente costante.
La canapa, quindi, trova ancora largo impiego e, in certi casi, si dimostra addirittura insostituibile malgrado la crescente azione concorrenziale di fibre più economiche, sia plastiche che vegetali provenienti, queste ultime, da Paesi notoriamente sottosviluppati.
Per quanto riguarda l’Italia, poi, il fenomeno del progressivo regresso colturale assume toni e proporzioni sempre più allarmanti, non tanto in considerazione di un passato ben vivo nella nostra memoria (passato che vide l’Italia all’avanguardia mondiale in questo settore, specie per le caratteristiche di pregio assolute della nostra fibra), quanto per la constatazione che in campo nazionale alla riduzione degli investimenti non ha corrisposto, parallelamente, una riduzione dei consumi da parte dell’industria canapiera. Infatti, i settori industriali interessati, negli ultimi anni, si sono largamente approvvigionati di materia prima dall’estero (in massima parte dalla Jugoslavia) importando forti quantitativi di fibra grezza sia di canapa che di lino.
Quali sono allora i motivi che impediscono alla nostra canapa di trovare collocamento sul mercato interno prima ancora che su quello estero e, segnatamente, nell’ambito dei Paesi associatial M.E.C.? Le statistiche indicano che i consumi nazionali di canapa e di lino sono dell’ordine di circa trecentomila quintali annui e che quelli di lino sono fortemente aumentati in conseguenza della scarsa disponibilità di canapa nazionale. D’altra parte si sa che l’utilizzazione del lino in sostituzione della canapa è un ripiego e che, pertanto, la nostra industria sarebbe sempre in grado di assorbire l’intera produzione di canapa nazionale fino al limite di almeno 150/200 mila quintali di fibra grezza. Ciononostante, come abbiamo accennato, la realtà è ben diversa e i motivi di preoccupazione aumentano perché la crisi della canapicoltura non è più l’aspetto di una situazione congiunturale sfavorevole, più o meno superabile, ma è, piuttosto, la conseguenza della caotica politica del governo di centrosinistra che, a nostro avviso, non si rende conto delle reali esigenze dell’agricoltura e che, nel caso specifico, ha deluso le aspettative dei canapicoltori che si attendevano concrete iniziative sul piano tecnico, di larga portata sociale, in grado di risolvere definitiva-mente, dalla base, il grave problema.
Solo timide voci si sono levate in difesa della canapicoltura morente. Per ciò che riguarda la nostra Regione, si può dire sia mancata la volontà di affrontare la grave situazione con decisione e con autorità, sia da parte delle organizzazioni agricole quanto da parte dei parlamentari che non hanno minimamente fatto sentire la voce delle migliaia di agricoltori che ancora oggi si dedicano con encomiabile sacrificio a questa coltivazione.
Eppure sono anni che il settore è in crisi e che s’invoca l’intervento dello Stato per dare alla canapicoltura un volto nuovo, più moderno e meno tradizionalistico; sono anni che invano si cerca d’introdurre nella coltivazione una tecnica innovatrice basata sul sistema della macerostigliatura industriale. La canapa, come abbiamo innanzi accennato, è una coltura antieconomica. Maggiori ostacoli alla sua ripresa sono: l’onerosità dei costi di produzione, l’indisponibilità di una adeguata mano d’opera (specie per le gravose operazioni di macerazione e di stigliatura della bacchetta), la "invasione" delle fibre plastiche e, infine, la concorrenza di altre fibre naturali di minor pregio e costo. Così stando le cose, esistono allo stato attuale concrete possibilità di ripresa di questa coltura che, in definitiva, ancora tanto interesse riscuote negli ambienti agricoli nazionali come provano anche le recenti iniziative intraprese in Emilia? Riteniamo di sì e pensiamo che il problema sia di scottante attualità, vuoi alla luce delle possibilità d’impiego che ancora ha la nostra fibra in campo tessile e vuoi per le nuove prospettive che recentemente si sono profilate per l’utilizzazione degli stigliati verdi di canapa nel campo dell’industria della carta.

Scritto il 20 febbraio 2014

 

Documentazione

Nel Piano Territoriale di Coordinamento – varato dalla Provincia di Caserta nel 2009 – vi è una delle poche schede dettagliate dedicate al settore agricolo – vedi allegato 1.
Per colmare questa carenza di conoscenza storica ci vorrebbe un lavoro di ricerca e di progettazione in primo luogo da parte dell’università e degli enti (come la Camera di Commercio); ma ancora di più da parte degli stessi produttori agricoli e delle loro associazioni con iniziative e strutture dedicate. In tal direzione può andare la nuova Enoteca Provinciale "Vigna Felix" con l‘apporto dei consorzi di settore (Vinitica e olio). Un ruolo importante di promozione e valorizzazione ha cominciato a svolgerlo il consorzio di Mozzarella di bufala DOP.
In merito abbiamo anche provato a verificare come si colloca la nostra produzione agricola nell’ambito delle strategie nazionali e campane. Abbiamo raccolto alcuni dati che per noi sono alquanto deludenti. In primo luogo, abbiamo verificato che in Campania sono registrati 19 prodotti tipici – di cui solo 3 in provincia di Caserta (la mozzarella DOP, la ricotta di bufala e l’olio extravergine Olive terre Aurunche. Inoltre a livello regionale risultano con il marchio IGP (Prodotti Indicazione Geografica protetta) risultano registrano solo 10 prodotti, di cui 1 nel casertano (la mela annurca) ed un altro in via di riconoscimento, l’olio extravergine. Ancora, abbiamo curiosato nell’elenco tradizionale dei prodotti agroalimentari, un marchio adottato con decreto 5-06-2014): emergono ben 44 prodotti di cui 9 coltivati nel nostro territorio (Fagiolo di Gasllo MT, patata nera del Matese, Caso maturo e Caso Re pecora del Matese, come pure il Formaggio morbido, la Scamorza e la stracciata, Formaggio duro di latte).
Infine, abbiamo visitato lo spazio "Sapori di Campania" (un marchio di qualità e tipicità del settore agroalimentare campano per valorizzare le risorse di tradizione e di cultura che esprimono i vari territori). Ebbene sul totale di 322 aziende registrate solo 24 operano nella nostra provincia (cioè meno del 10% del totale).

Giornata dell’Economia 2019 – Camera di Commercio di Caserta
Il 2018 dell’economia della provincia di Caserta e delle sue sotto aree La nota economica della provincia di Caserta di quest'anno prevede, oltre alla classica analisi dei fenomeni che riguardano la provincia in confronto con le altre province italiane, campane e un sottoinsieme di province che si ritiene essere simili a Caserta da un punto di vista produttivo, anche una valutazione degli andamenti della provincia al suo interno derivanti da una suddivisione dei comuni in tre fasce demografiche. E questa suddivisione evidenzia, nel contesto di una provincia, le cui performance socio-economiche rimangono deboli sia pure in recente ripresa, un territorio diviso almeno in due sezioni sotto vari aspetti: ad esempio da un punto di vista demografico, i grandi comuni continuano la loro espansione sia pure ad un ritmo decisamente più ridotto rispetto al passato mentre gli altri comuni soprattutto quelli di minore dimensione stanno attraversando una fase di significativo spopolamento. E anche da un punto dei fenomeni più prettamente economici si ravvede una connotazione analoga. Ad esempio da un punto di vista della consistenza della base imprenditoriale, dal 2011 al 2018 le imprese dei comuni di più elevata dimensione sono cresciute di quasi 5.000 unità arrivando nel 2018 a tagliare il traguardo delle 70.000 unità mentre i comuni piccoli hanno visto una evaporazione di 200 imprese avvenuta soprattutto nei primi quattro anni del periodo summenzionato mentre successivamente questa consistenza sembra essersi oramai stabilizzata.
E anche la capacità di ricchezza appare molto diversa sul territorio. La notevole presenza di Pubblica Amministrazione nei grandi comuni (che è un fenomeno molto caratterizzante l'economia di tutto il Mezzogiorno) e un elevato grado di dipendenza dalle attività agricole nelle piccole aree (settore notoriamente che fa fatica a produrre ricchezza) portano ad una significativa divaricazione fra le performance economiche delle varie aree. Talmente elevata che se venisse sottratta la componente pubblica si otterrebbe di fatto una sorta di equivalenza quanto meno tra grandi e piccoli centri. Ma al di là di quelli che sono gli elementi di distinzione interna degli andamenti socio-economici, le risultanze complessive della provincia sembrano indicare un irrobustimento dei positivi andamenti economici già evidenziati nello scorso anno sotto vari aspetti tra cui i più soddisfacenti sono la ricchezza prodotta, l'evoluzione della base imprenditoriale e l'occupazione mentre esistono ancora diverse criticità sul fronte della capacità di esportazione che stenta ancora a decollare.
Nel 2018 il valore aggiunto della provincia di Caserta è cresciuto del 2% in termini correnti (che può essere in una prima approssimazione valutato in un +1,2% in termini concatenati) facendo meglio non solamente della media nazionale ma anche di tutte le prime dieci province che hanno il profilo produttivo più simile a quello di Caserta. Nonostante questo buon momento, la relativizzazione di questo aggregato rispetto alla popolazione residente pone la provincia di Caserta ancora su livelli particolarmente deboli anche se ovviamente in tendenziale miglioramento rispetto ai momenti più acuti della crisi allorquando Caserta toccò quello che è probabilmente il punto più basso della sua storia economica arrivando a essere la quintultima provincia italiana a minor capacità di produrre ricchezza. Oggi la Terra di Lavoro è la 98 esima provincia italiana (su 110) in termini di valore aggiunto procapite e nell’ambito del novero delle 10 province più simili da un punto di vista della struttura produttiva la sola Benevento si pone oggi dietro Caserta.
Alla crisi di lunghissimo periodo del manifatturiero (che parte da molto prima della crisi economica di oramai oltre 10 anni fa e che solo di recente sembra aver ripreso un minimo di brillantezza) si contrappone un settore come quello del commercio e del turismo che, invece, negli ultimi anni sembra aver ritrovato lo smalto dei primi anni del secolo correndo a ritmi decisamente sostenuti a partire dal 2013.
L'agricoltura, che è stato uno dei settori trainanti dell'economia nel corso dei primi anni della crisi, ha perso negli ultimi anni un pochino di smalto. Ciò nonostante il rilievo che assume il settore è ancora molto rilevante. Ed è molto interessante anche notare che l’equazione agricoltura casertana uguale valorizzazione della bufala stia perdendo sempre più di validità come dimostra il fatto che fatto 100 il valore economico della produzione agricola della provincia nel 2017, la zootecnia pesava per il 18,5% a fronte del 21,4% di cinque anni prima. Un dato che viene confermato anche dal monitoraggio degli operatori che lavorano nel settore delle produzioni DOP. Il numero di produttori di formaggi DOP e IGP dopo aver sfiorato le 900 unità nel 2008 è rapidamente precipitato raggiungendo al massimo le 668 unità nel 2016 che sono poi scese di 100 unità nell’anno successivo. La nostra provincia è oggi una delle province italiane con la maggiore specializzazione verso gli ortaggi (ivi comprese le patate) con 40 euro su 100 di produzione che derivano da questo comparto ma anche nell’ambito della frutta il ruolo è sempre più consistente tanto che la provincia oggi si colloca appena al di fuori della top ten delle province italiane maggiormente specializzate in questo tipo di produzioni. E all'interno di queste macro specializzazioni si sta modificando profondamente il profilo produttivo e questo avviene soprattutto nell'ambito della frutta: ambito nel quale spicca sempre di più il ruolo giocato dalle mele, che nel 2018 ha vissuto un boom produttivo con un quasi raddoppio della produzione che ha consentito alla provincia di diventare la sesta provincia italiana per maggiori quantitativi prodotti. Ma emergenti sono anche i kiwi mentre in difficoltà appaiono albicocche e nocciole. Frutta e agrumi da una parte e patate e ortaggi dall’altra stanno connotando l’agricoltura casertana.
Per quanto riguarda, invece, l'evoluzione del tessuto imprenditoriale si evidenzia (o meglio si conferma) un fervore imprenditoriale particolarmente significativo. Con riferimento al solo 2018 in provincia sono nate 7,03 imprese ogni 100 esistenti a fine 2017 (un valore che non si osservava dal 2014). Si tratta se non di un primato, certamente di un dato decisamente di rilievo anche a livello nazionale visto che si tratta del terzo valore più elevato della nostra penisola dopo quelli di Prato e Lecce. Va però detto che tali nuovi iniziative imprenditoriali (che nel frattempo stanno diventando sempre più consistenti, ovvero si sta ricorrendo sempre più a un modello che prevede l'impiego di capitali) necessitano probabilmente di un maggiore affiancamento iniziale nella loro fase di lancio visto che nel 2018, il 23% delle imprese che hanno chiuso erano state create fra il 2016 e 2018 con un rilievo particolarmente significativo per alcuni settori: su tutti il turismo dove tale incidenza ha sfiorato il 32% a fronte di uno scarso 25% che si è riscontrato a livello nazionale senza trascurare settori magari un pochino più di nicchia come informazione e comunicazione, noleggio, agenzie di viaggio e servizi di supporto alle imprese e attività professionali scientifiche e tecniche. In ogni caso i processi di mortalità pur connotati dalle caratteristiche sopra descritte sono decisamente più contenuti rispetto a quelli di natalità generando quindi un surplus di imprese tra i più consistenti del paese. Surplus in cui continuano a essere protagoniste importanti le donne e i giovani soprattutto rispetto a quanto accade nella media del paese.
Probabilmente il dato maggiormente lusinghiero per la provincia proviene dagli andamenti del mercato del lavoro. Al di là del fatto che le attuali definizioni di occupazione prevedono la possibilità di essere considerati in tale status anche in presenza di forme o precarie o blande da un punto di vista dell'intensità del lavoro, il 2018 della provincia di Caserta si è concluso con un primato sul versante occupazionale. Infatti il numero medio di occupati nell’anno appena trascorso è stato pari a 265.100 unità circa. Il che significa che da quando sono disponibili le serie storiche a livello provinciale (vale a dire dal 2004), a Caserta non ci sono mai stati così tanti occupati. Aumento dell’occupazione a Caserta almeno nel 2018 ha significato in gran parte crescita dell’occupazione “rosa” visto che la componente maschile, pur in un trend di lungo periodo complessivo, ha visto un arretramento nell’ultimo anno con una perdita di circa 1.000 occupati. L'occupazione femminile recupera quindi terreno ma lo squilibrio di genere è ancora oggi uno dei principali problemi del mercato del lavoro casertano e meridionale in genere.
Il fatto che l'offerta di lavoro della provincia di Caserta non appare particolarmente brillante proviene dall'indagine Excelsior promossa da Unioncamere e Anpal. Ebbene nel 2018 le imprese casertane hanno attivato 45.700 entrate (con il termine entrate si intendono contratti di lavoro non inferiori a un mese) contro le 43.500 del 2017. Se si rapporta questo numero a quello che può essere un potenziale bacino di utenza che usufruisce di queste entrate, vale a dire la popolazione 15-64 anni, si ricava come queste entrate siano appena 7,3 ogni 100 residenti di questa fascia di età, uno dei dodici tassi più bassi fra tutte le province del paese. Pochi posti di lavoro disponibili all’interno dei quali si intravvede comunque un certo grado di qualità visto che una consistente quota di queste offerte (almeno rispetto alla media nazionale) è destinata a laureati e posizioni "apicali" senza dimenticare che una consistente quota di queste offerte faceva riferimento a giovani e donne.
Come detto, inizialmente le note maggiormente critiche dell'economia casertana sono quelle relative al commercio estero (in particolare le esportazioni) che non sfondano, pagando probabilmente la elevata presenza di piccole imprese nel sistema economico casertano, piccole imprese che probabilmente non sono strutturate per cogliere tutte le opportunità che provengono dai mercati internazionali. Le esportazioni di fatto sono oramai stabili da 7 anni, fissandosi poco sopra il miliardo di euro con una propensione alle vendite all'estero (rapporto fra ammontare delle esportazioni e valore aggiunto) fra i più modesti del paese. Un export che vede come principali protagonisti sul fronte dei paesi di destinazione i paesi dell'Unione Europea (con una particolare specializzazione rispetto alla media nazionale per Belgio, Olanda, Ungheria e Svezia) e i Balcani, mentre sono pressoché assenti le vendite presso importanti sbocchi come Russia, Cina, India e Nord America (anche se i rapporti con gli Stati Uniti stanno crescendo in questi ultimi anni sia pure rimanendo su valori assoluti piuttosto deboli). Sul fronte delle merci se in termini assoluti predominano i prodotti derivanti dal settore metalmeccanico appare evidente una forte specializzazione rispetto al profilo esportativo medio nazionale sulla gomma e plastica.

 

Bibliografia

• Le campagne casertane: idee, lotte e proposte negli ultimi dieci anni (1973-1933) CdC
• Agricoltura e Partecipazioni Statali, Provincia di Caserta, 1976
• Bolaffi G, Varotti A. Agricoltura capitalista e classi sociali in Italia (1948-197), De Donato
• Gerardo Chiaromonte Agricoltura, sviluppo economico, democrazia, De Donato, 1973
• Livio Stefanelli: Arretratezza e patti agrari nel Sud, De Donato, 1974
• Emilio Sereni: Storia del paesaggio agrario italiano, Bari, Laterza, 1961
• Rosario Villari: Mezzogiorno e contadini nell’età moderna, Laterza, 1977
• Raffaele Abbate: Canapa, Ed. Melagrana, 2016
• G. Luigi Casalgrandi: Il libro della canapa, 2018
• Giovanni Ciriello: Le terre dei canneti, Il Ventaglio, 1992
• Salvatore di Vilio: I giorni della canapa – anche video
• Mario Iannucci (a cura): 46-96 Cinquant’anni da ricordare, Coldiretti Caserta
• Mario Pignataro: La situazione nelle campagne e lotte contadine, L’Aperia 2000
• Chiara Spadaro: Il filo di canapa, Altreconomia, 2016
• Chiara Spadaro: Canapa devolution. Sulla Cannabis, Altreconomia, 2018
• Tommaso Zarrillo: La lavorazione della canapa, Ed. Melagrana, 2017

• Su You Tube: Video Luce su Canapa in Terra di lavoro

 

Download dello speciale sulla canapa e agricoltura in Terra di Lavoro in versione PDF

 
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