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Caserta Turismo: newsletter Piazze del Sapere - Aislo annualità 2020
 

Indice newsletter n. 1

Editoriale
• Donne e Risorgimento al Sud
• Enrichetta De Lorenzo
Cittadinanza e diritti. Donne e Risorgimento
• Salvatore Pizzi: Scuola Normale Femminile di Capua
• Adolfo Villani: Le radici risorgimentali degli Iannone-Bellentani nella Normale Femminile
• Maria Cappuccio: La Scuola Normale Femminile di Capua, Museo Campano
• Nadia Verdile: Risorgimento femmine, sull’altro versante delle barricate
• Nadia Verdile: Avvolta nella bandiera tricolore, Antonietta De Pace, patriota dal Sud
Reggia e Risorgimento Italiano
Libri
• Monica Mazzitelli: Di morire libera
• Laura Guidi: Il risorgimento invisibile. Patriote del mezzogiorno d’italia, Comune di Napoli, 2011
La cultura patriottica femminile al Sud
Cittadinanza e diritti
• In memoria di Nilde Iotti
Riferimenti bibliografici

 

Editoriale
A seguito del perdurare dell’emergenza sanitaria (coronavirus) anche le attività delle Piazze del Sapere sono state sospese in attesa di tempi migliori. Tra l’altro abbiamo dovuto annullare alcune iniziative importanti, a partire da quelle collegate alla Giornata Mondiale del libro (23 aprile) ed anche la partecipazione agli eventi programmati per il maggio dei Libri e il mensile Leggere Tutti.
In collaborazione con altre importanti reti associative – come l’Istituto Storia del Risorgimento, Toponomastica Femminile e la Fondazione Nilde Iotti – avevamo intenzione di avviare un ciclo di iniziative dedicate al tema: "Donne e Risorgimento nel Sud". A tal fine abbiamo raccolto materiali e documenti interessanti riferiti a Terra di Lavoro, che vogliamo diffondere e far conoscere. Per fortuna anche nei tempi del contagio si può continuare a comunicare e a mantenere relazioni sociali tramite i vari strumenti on line.
Per queste ragioni abbiamo deciso di dedicare la Newsletter N 1 delle Piazze del sapere/Aislo Campania alla raccolta delle testimonianze e narrazioni, anche con alcuni riferimenti bibliografici sul tema del "Risorgimento invisibile" (per riprendere il titolo di un volume di Guidi L. pubblicato dal Comune di Napoli nel 2011 in occasione dei 150 anni dell’Unità d’Italia).
In questo modo possiamo anche recuperare anche la nota per l’evento che intendevamo dedicare ad una donna protagonista del secondo Risorgimento: a Nilde Iotti in omaggio al 100° della nascita avvenuta il 10 aprile 1920. Una grande personalità impegnate nelle lotte per la Resistenza e nella Costituente per la rinascita democratica del nostro Paese, prima donna chiama a ricoprire la carica prestigiosa di Presidente della camera dei deputati.

Donne e Risorgimento al Sud

Nella storia e nelle narrazioni del Risorgimento Italiano di solito risaltano le figure di grandi uomini, protagonisti di quel moto che portò all’unificazione del nostro Paese: da Carlo Pisacane a Giuseppe Garibaldi, dagli statisti come Camillo Benso di Cavour agli scrittori come Massimo D’Azeglio. Come pure dei re delle due dinastie in guerra, quella dei Savoia ed anche quella dei Borbone, dominatori per secoli del Regno delle due Sicilie. Ma delle donne che scesero in lotta, si batterono e si immolarono per la causa dell’unità, non si parla molto, non si conoscono le loro storie, ad eccezione di Anita, la compagna dell’eroe dei due mondi.
Invece, a ben vedere, in tutto il Paese ci furono tante protagoniste impegnate attivamente, dal Nord al sud, come è stato ben ricostruito in diversi studi e ricerche storiche, che riportiamo bella bibliografia in allegato 1. A tal fine va riconosciuto a Nadia Verdile (insegnante, giornalista e scrittrice) ed alla casa editrice Pacini Fazzi il merito di aver ricostruito in una apposita collana tante biografie e tante storie di "donne che hanno lasciato impronte. Tra memoria e progetto, mettendo insieme passioni e competenze italiane", sulla base di un progetto editoriale dedicato all’universo femminile, che ci aiuta a "conoscere e scoprire le donne che nei secoli hanno fatto grande l’Italia, ciascuna per la sua parte". Si tratta di figure tanto diverse tra di loro, che vengono raccontato con le loro vicende spesso "misconosciute o dimenticate", ma anche "note e amate, per celebrare l’intelligenza femminile, la loro creatività, il pensiero, le passioni ed i sentimenti". Ne sono scaturiti dei libri di carattere biografico, dei vari e propri ritratti, che si possono leggere "tutto d’un fiato, di piccolo formato", di cui il primo volume è stato dedicato a Cristina Trivulzio di Belgioioso, patriota, giornalista e scrittrice (anche editrice di giornali rivoluzionari per l’epoca). Una particolare attenzione viene data ad alcune protagoniste del Mezzogiorno, a partire dalle più note letterate (come Matilde Serao, fondatrice de Il Mattino, a Grazia Deledda, premio Nobel), fino a figure meno famose, come la brigantessa Michelina Di Cesare). Spinti dalla curiosità e dall’esigenza di approfondire questo aspetto di "genere" della nostra storica moderna, abbiamo deciso di dedicare degli incontri dedicati al tema "Le donne di Terra di Lavoro nel Risorgimento Italiano". A tal fine organizzeremo delle iniziative prendendo spunto da libri o progetti, ma anche da ricerche di storia locale che hanno fatto luce su tante storie, che spesso vengono poco considerate.
A marzo nella libreria Giunti di Caserta avevamo intenzione di avviare gli incontri con la presentazione dell’importante volume di Antonella Orefice (direttrice del "Nuovo Monitore Napoletano" dedicato ad Eleonora Pimentel Fonseca, discendente da una nobile famiglia di origine portoghese, intellettuale di valore, impegnata in prima fila nei moti giacobini di Napoli di fine settecento. A seguire parleremo di Michelina Di Cesare, nativa di Caspoli (Mignano M.go), moglie del capobanda Francesco Guerra, con sui visse in clandestinità e condivise il comando dei briganti fino alla cattura ed alla morte truculenta. Sempre a Napoli va ricordata Antonietta De Pace, pugliese di origine, partecipò (travestita da uomo) ai moti insurrezionali e antiborbonici del 1848.
Ma per restare in Terra di Lavoro, non si può dimentica la figura di Antonietta di Lorenzo, originaria di Orta di Atella, che insieme con Carlo Pisacane partecipò alla instaurazione della Repubblica Romana (1849) e lo seguì fino alla tragica spedizione di Sapri (1867). In seguito partecipò attivamente alle attività del comitato di donne per Roma Capitale (1862).
Inoltre, ci soffermeremo su una realtà di carattere educativo, legata alla vita di Salvatore Pizzi, patriota capuano, che andrebbe studiata con più attenzione per il carattere innovativo e di valore sociale che ebbe per la pedagogia di quegli anni: ci riferiamo alla Scuola Normale Femminile, su cui poi si è innestato l’attuale istituto magistrale. Il Pizzi diede un contributo rilevante, negli anni al Risorgimento, alle lotte per la libertà, l’indipendenza, ma decise di rinunciare ad essere governatore di Terra di Lavoro subito dopo l’Unità, preferendo dedicarsi all’ideale di alfabetizzazione, costruendo una scuola mirata all’emancipazione delle donne, realizzata nel 1866, nell’ex complesso conventuale dell’Annunziata. La Normale femminile di Capua prevedeva classi elementari di tirocinio, tre corsi complementari e tre normali con lezioni facoltative di lingua, musica e ballo. In rapporto ai metodi didattici, qui si sperimentò la metodologia tedesca di quel tempo. Primo direttore della Normale di Capua fu Alberto Bellentani, parmense con un passato di ideali liberali, patriottici e sociali. Con altri docenti illustri, come il marcianisano Federico Quercia. Con loro si avviò un periodo di alfabetizzazione con una organizzazione scolastica al passo con i tempi, tesa a favorire l’emancipazione sociale delle classi meno abbienti con una determinazione a rendere l’istituzione scolastica laica. Tale scelta coraggiosa ed innovativa rese la Scuola Normale di Capua il centro della cultura laica a contatto con le esperienze pedagogiche e gli stessi movimenti di pensiero europei.
Infine, per rimanere in tema, abbiamo intenzione di organizzare un convegno sul tema "La Reggia di Caserta nel Risorgimento Italiano", anche per riparare alla assurda decisione di tenere nascosta al pubblico il quadro su Pilade Bronzetti, a Castel Morrone. I vari eventi saranno promossi e organizzati dalla rete delle Piazze del Sapere, in collaborazione con l’Istituto di Storia del Risorgimento (presieduto da Nicola Terracciano) ed il Centro Studi Daniele (coordinato da Felicio Corvese). Con il contributo e la partecipazione di alcuni dei maggiori storici esperti in materia, come il prof. Gianni Cerchia, la prof. Renata Di Lorenzo, il prof. Guido d’Agostino ed altri.

Pasquale Iorio Caserta, febbraio 2020

 

Enrichetta di Lorenzo (1820-1871)

Originaria della provincia di Caserta, a soli 17 anni, nonostante avesse già conosciuto Carlo Pisacane, fu indotta dalla famiglia a sposare Dionisio Lazzari che, più anziano di lei, cercava una moglie servile. Enrichetta, da questo matrimonio, ebbe tre figli, anche se il marito non le permise di occuparsi di loro, a 24 anni, rincontrò Carlo Pisacane, cugino di suo marito. Nonostante i due nascondessero la loro relazione nel 1846 il marito inviò dei sicari sotto casa di Pisacane il quale fortunosamente si salvò. Nel 1847 Enrichetta e Carlo decisero di fuggire, allora lei aspettava un bambino da Pisacane. Dopo una tappa a Livorno, raggiunsero Londra e poi Parigi, dove si ambientarono tra gli esuli italiani, tra cui Guglielmo Pepe e Dante Gabriele Rossetti e gli intellettuali del posto come George Sand.
In questo periodo, attraverso la sua corrispondenza, Enrichetta criticò "quella ipocrisia morale e sociale che costringeva le donne alla schiavitù, quei matrimoni combinati, con cui si salvava l'ideologia dell'onore familiare a discapito dei sentimenti individuali, quella famiglia patriarcale dove nulla era concesso alla donna se non l'obbedienza cieca". A Parigi però, i due vennero arrestati dalla polizia francese, finirono entrambi in carcere dove, nonostante i tentativi di persuasione dell'ambasciatore di Napoli a Parigi, Enrichetta decise di non tornare con suo marito, anche se questa scelta le costò la perdita del figlio di cui era in attesa. La detenzione non durò a lungo comunque, perché, secondo le leggi dell'epoca, non si poteva trattenere una donna per adulterio se non su richiesta del legittimo coniuge. Dionisio Lazzari, non sporse mai denuncia per adulterio al fine di evitare i guai legati al suo tentato assassinio di Carlo. Successivamente Pisacane partì per la Legione Straniera verso l'Algeria, mentre Enrichetta tentava una mediazione con la famiglia d'origine, però non ebbe successo. In questo periodo Enrichetta visse a Marsiglia in povertà.
Nel frattempo nacque la figlia Carolina, che però morì in giovane età. In seguito alle agitazioni in Francia, Carlo tornò dalla Legione Straniera, e si recò a Parigi con Enrichetta per partecipare all'insurrezione del giugno 1848 in seguito alla quale Luigi Filippo d'Orléans abdicò al trono. Quando anche in Italia vi furono moti insurrezionali Carlo Pisacane e Carlo Cattaneo parteciparono ai moti milanesi contro gli austriaci. Pisacane però fu ferito e si recò a Salò, dove ricevette le cure di Enrichetta.
Nel frattempo venne instaurata la Repubblica Romana (1849) alla quale Enrichetta partecipò attivamente, combattendo con Carlo nella zona del Gianicolo e occupandosi, assieme ad altre donne tra cui Cristina di Belgioioso, della cura dei feriti attraverso un sistema di cure efficienti ed ospedali mobili. Enrichetta fu nominata "direttrice delle ambulanze", per raccontare l'esperienza di questi ospedali e la partecipazione dei romani all'iniziativa, Enrichetta scrisse un articolo sul Monitore Romano firmandosi Enrichetta Pisacane. La Repubblica Romana, sebbene avesse destato un grande entusiasmo patriottico, durò solo cinque mesi.
Quando ormai si era sicuri della vittoria delle incombenti truppe Francesi, Enrichetta tentò di convincere Carlo Pisacane ad abbandonare la lotta, ma lui persistette e venne arrestato e rinchiuso a Castel Sant'Angelo, Enrichetta quindi si adoperò per ottenere la sua liberazione. Dopo un periodo a Genova, dove nel 1853 nacque la figlia Silvia, Carlo ed Enrichetta si recarono a Torino. Lì Carlo, nonostante l'opposizione di Enrichetta, probabilmente conscia della approssimazione organizzativa dell'impresa predispose la spedizione di Sapri, in seguito alla quale lui trovò la morte nel 1857. Enrichetta tornò a Genova assieme alla piccola Silvia dove vissero in condizioni di povertà. Dopo l'Unità d'Italia finì l'esilio di Enrichetta da Napoli e Garibaldi fece approvare un decreto per un assegno per il mantenimento di Silvia, la quale venne poi adottata dal ministro Giovanni Nicotera, uno dei pochi superstiti della strage di Sapri. Enrichetta collaborò, a partire dal 1862, con il "Comitato di donne per Roma capitale". Morì a Napoli nel 1871 e riposa nella tomba di famiglia del ministro Nicotera.

 

Scuola Normale Femminile di Capua

Nella storia e nelle narrazioni del Risorgimento Italiano di solito risaltano le figure di grandi uomini, protagonisti di quel moto che portò all’unificazione del nostro Paese: da Carlo Pisacane a Giuseppe Garibaldi, dagli statisti come Camillo Benso di Cavour agli scrittori come Massimo D’Azeglio. Come pure dei re delle due dinastie in guerra, quella dei Savoia ed anche quella dei Borbone, dominatori per secoli del Regno delle due Sicilie. Ma delle donne che scesero in lotta, si batterono e si immolarono per la causa dell’unità, non si parla molto, non si conoscono le loro storie, ad eccezione di Anita, la compagna dell’eroe dei due mondi.
Invece, a ben vedere, in tutto il Paese ci furono tante protagoniste impegnate attivamente, dal Nord al sud, come è stato ben ricostruito in diversi studi e ricerche storiche. Ma per restare in Terra di Lavoro, non si può dimentica la figura di Antonietta di Lorenzo, originaria di Orta di Atella, che insieme con Carlo Pisacane partecipò alla instaurazione della Repubblica Romana (1849) e lo seguì fino alla tragica spedizione di Sapri (1867). In seguito partecipò attivamente alle attività del comitato di donne per Roma Capitale (1862).
Ora ci soffermeremo su una realtà di carattere educativo, legata alla vita di Salvatore Pizzi, patriota capuano, che andrebbe studiata con più attenzione per il carattere innovativo e di valore sociale che ebbe per la pedagogia di quegli anni: ci riferiamo alla Scuola Normale Femminile, su cui poi si è innestato l’attuale istituto magistrale.
La scelta di Capua come sede della Scuola Normale Femminile per tutta la provincia fu legata a Pizzi sia come consigliere provinciale, con il prestigio della sua persona e della sua storia, sia perché, essendo presidente della Congrega della Carità, che era proprietaria del grande complesso dell'Annunziata, oltre che di un ricco patrimonio, si potevano avere a disposizione locali grandi e dignitosi sia per la scuola che per il Convitto e le collegate scuole elementari.
C'era la centralità geografica di Capua, facilmente raggiungibile da ogni parte. Per farla partire con serietà, egli chiamò dal Nord il professore A. Bellentani, che ne fu il primo direttore La struttura dell'Annunziata divenne così imponente con il brefotrofio e l'orfanotrofio già presenti, le scuole elementari comunali attivate nel 1864, e le aggiunte del convitto e della Scuola Normale. Essa aprì la strada ad una formazione superiore per giovinette di media e bassa estrazione sociale, con rigida selezione fondata sul merito.
La Normale era aperta a giovinette tra i 15 e i 18 anni, residenti in provincia di Caserta. I regolamenti fissavano minuziosamente e rigidamente le attività delle normaliste per tutta la giornata. Ma il metodo di insegnamento doveva essere aperto, dialogico, rispettoso delle diversità delle allieve.
Il complesso dell'Annunziata di Capua ebbe anche dagli inizi degli anni Settanta un giardino d'infanzia ispirato al pedagogista tedesco Froebel, dove il gioco aveva una funzione fondamentale per l’acquisizione delle prime conoscenze. Va ricordato che tra i docenti di valore che insegnarono a Capua il marcianisano Federico Quercia, patriota, espertissimo di letteratura italiana, di cui fu poi docente universitario. Il prof. Alberto Bellentani, anche lui con un passato di patriota, era nativo di Parma e fu fedele e operoso amico e collaboratore di Pizzi (anche per le traduzioni dei manuali dal tedesco) fino alla morte, per impiantare e far funzionare con serietà e modernità la nuova Istituzione scolastica.
Ci furono problemi di gestione dell’istituto, specialmente dopo la morte di Pizzi, per far vivere in armonia tanti soggetti coinvolti nella gestione (Congrega, Provincia, Comune), per avere finanziamenti certi ed adeguati, ma essa fu il fiore all'occhiello di tutta la Provincia con la sua struttura maestosa ed efficiente, il clima diligente, efficiente, moderno, con la capacità di realizzare lo scopo che Pizzi si era prefisso "formare donne, madri, maestre diligenti".
Le scuole normali furono fondamentali per gli inizi dell'emancipazione femminile, aprendo alle donne una formazione scolastica superiore e l'uscita da ruoli sociali chiusi e tradizionalisti ed aprirono la strada ad altre figure e professioni, come le ostetriche, le infermiere. S. Pizzi si colloca come figura importante non solo dal punto di vista politico, ma anche come propulsore dello sviluppo civile, dell'emancipazione femminile, dell'avvento di una mentalità laica. Sapeva avere uno sguardo italiano ed europeo nel campo educativo e non era solo un teorico, ma aveva un raro e deciso spirito pragmatico ed operativo.
Quando morì il 2 ottobre 1877 ebbe grandi, giusti onori a Caserta e a Capua, dove per volere del Consiglio Comunale fu deciso nel 22 luglio 1883 di denominala "Scuola Normale Salvatore Pizzi" dall'anno scolastico 1890. Venne soppressa nel 1925 con la riforma Gentile del fascismo e riaperta nel dopoguerra come Istituto Magistrale, oggi diretto dal prof. Enrico Carafa.
Sia la figura del patriota risorgimentale Pizzi che il valore sociale ed educativo svolto dalla Normale di Capua, una scuola femminile antesignana di formazione professionale andrebbero ricordati oggi come figure ed alte testimonianze di un Risorgimento visto dal Sud.

 

Adolfo Villani: Le radici risorgimentali degli Iannone-Bellentani nella Normale Femminile

La formazione culturale di Alberto Iannone ed Edelweiss fu certamente influenzata dalle solide radici risorgimentali della famiglia. Il nonno, Alberto Bellentani, si era trasferito da Parma a Capua negli anni immediatamente successivi all’unità d’Italia, chiamato da Salvatore Pizzi a dirigere la Scuola Normale Femminile. Fu quella della Normale un’esperienza avanzata, tra le prime nel Mezzogiorno, prodotto delle più innovative idee risorgimentali. Non si comprendono le ragioni per cui Capua fu un punto di forza nell’antifascismo campano se non si parte da quell’esperienza, dalle energie e dalle intelligenze che intorno ad essa si mobilitarono. Salvatore Pizzi era stato fin da giovanissimo mazziniano. Arrestato più volte tra il 1848 e il 1860, sottoposto a rigida sorveglianza ("bisogna spiare perfino il respiro di Salvatore Pizzi", è scritto negli archivi segreti del Borbone), partecipò all’impresa dei Mille e in seguito accettò la nomina da parte di Garibaldi a governatore di Terra di Lavoro. Dopo pochi mesi rinunciò all’incarico, mantenendo per molti anni solo la carica di presidente del Consiglio provinciale.
All’impegno a tempo pieno in politica preferì la missione che riteneva fondamentale per l’affermazione dei suoi ideali di progresso: costruire una scuola che contribuisse al tempo stesso all’emancipazione delle donne e alla formazione dei pionieri della lotta all’analfabetismo. Impresa che gli riuscì nel 1866, nonostante le difficoltà economiche e l’avversione del clero che non voleva rinunciare al monopolio dell’istruzione privata. Con il contributo della Provincia e della Congregazione della carità, fondò in quell’anno, nell’ex complesso conventuale dell’Annunziata, la Normale femminile, completa del "giardino d’infanzia", delle classi elementari di tirocinio, di tre corsi complementari e tre normali, con lezioni facoltative di lingua, musica e ballo. Pizzi era convinto della superiorità del metodo didattico tedesco e per prima cosa si dedicò alle traduzioni di testi dal tedesco, più di cinquanta, tra i quali Teoria dell’educazione di Gustav Adolf Riecke, la Logica di Stuart Mill e varie opere di pensatori ed educatori tedeschi. La scelta di nominare Alberto Bellentani primo direttore della Normale non fu casuale. Scrive di lui Maria Cappuccio: "Non era un meridionale A. Bellentani: era nato a Parma il 30 ottobre del 1820, da nobile famiglia, di tendenze aristocratiche e retrive, da cui egli si era scostato ben presto, tutto preso dal fervore d’idee liberali e patriottiche che caratterizzava quel centro intellettuale. Il nobile esempio di Giovanni Adorni, suo maestro e amico per lunghi anni, ed animatore di un movimento culturale importantissimo per molteplicità e modernità d’iniziative e per i suoi fini patriottici, filantropici e sociali, dovette lasciare un’orma profonda nell’anima di lui. Ritiratosi a Piacenza, dove aveva aperto famiglia, il Bellentani si era trapiantato nel ’66 da Piacenza a Capua. Con lui era stato chiamato a Capua, per invito del Municipio, un gruppo di provette maestre dell’insigne scuola Normale diretta dall’Adorni.
L’organizzazione della nuova scuola, secondo le idee del Pizzi e secondo le tendenze dei tempi nuovi, doveva avere uno spiccato carattere laicale, in antitesi alle viete tradizioni scolastiche dell’ex regno borbonico. E ben presto la Scuola Normale di Capua, grazie all’opera del Bellentani, che coadiuvò il Quercia e il Pizzi, poté avere una salda struttura. Concludendo, vari fattori entrano in giuoco nella formazione e nel funzionamento della Scuola Normale di Capua: la cultura dell’alta Italia, aperta alle correnti più avanzate del movimento spirituale dell’Europa e alle nuove esperienze pedagogiche; il movimento filantropico parmense; il pensiero filosofico meridionale con il fascino della tradizione vichiana e gli apporti dei moderni avanzamenti di pensiero (Cuoco, De Santis); il patriottismo risorgimentale con il suo culto della libertà, e il garibaldinismo; infine, il Mazzinianismo del centro patriottico capuano, che fa capo, oltre che al Pizzi, a Luigi Garofano (figlio del patriota Salvatore Garofano – discepolo nella scienza medica e nelle idee rivoluzionarie di Domenico Cirillo perseguitato dal governo borbonico e morto poco dopo la Liberazione)"

Maria Cappuccio: La Scuola Normale Femminile di Capua, Museo Campano

S. Pizzi, dunque, scelse Bellentani perché condivideva le stesse idee risorgimentali. Al tempo stesso rappresentava un collegamento con l’esperienza avanzata della nascente Normale femminile di Piacenza diretta da Adorni e un valido aiuto nella traduzione dal tedesco. Fu la scuola di Pizzi e di Bellentani a introdurre per prima in Italia, sull’esempio tedesco, le classi preparatorie, che mutarono successivamente il nome in complementari. E fu guardando all’esperienza capuana che il governo le introdusse nelle proprie scuole. La Normale fu poi soppressa nel 1925, quando la riforma Gentile del 1923 la uniformò all’ordinamento delle scuole statali, facendole perdere slancio innovativo e possibilità di sviluppo. Bellentani ebbe una figlia, Teresa.
Una donna bellissima, particolarmente emancipata, che sapeva andare a cavallo, suonare il pianoforte, dipingere, cucire, e aveva appreso dal padre una vasta e solida cultura. Teresa s’innamorò perdutamente dell’avvocato Verzillo. Ma poco prima del matrimonio scoprì che questi l’aveva tradita con una donna dalla quale aspettava un figlio. Scoppiò uno scandalo, Teresa ne rimase sconvolta e decise di allontanarsi da Capua raggiungendo, per un po’ di tempo, una zia a Parma. Il padre per rassicurarla le scrisse sedici lettere dall’ottobre del 1892 che la famiglia conserva gelosamente. Successivamente Teresa sposò un avvocato penalista di grido del foro napoletano, originario di Siano, in provincia di Salerno, dal quale ebbe tre figli: Alberto, Edelweiss e Ketty.
Ma anche questo legame si spezzò. L’avvocato Giovanni Iannone aveva un’amante. Un giorno nel corso di un’udienza fu attaccato pubblicamente da un suo collega che, per denigrarlo, gridò davanti a tutti la sua non attendibilità perché fedifrago. Iannone reagì estraendo una pistola e ferendolo. Scoppiò un nuovo scandalo, che portò alla luce del sole la sua relazione. A quel punto egli si trasferì in Africa e abbandonò la famiglia, lasciandola in precarie condizioni economiche in un momento delicato: Alberto ed Edelweiss frequentavano entrambi l’università. Non ritornò che morente e, quando chiese di vedere i figli, solo Alberto si recò al suo capezzale. I tre figli crebbero con una mamma bella, colta e tormentata, da cui trassero tutta la cultura risorgimentale del nonno, il suo rigore di studioso e di educatore, l’anticonformismo, le ampie vedute, la sensibilità accresciuta dalle sofferenze patite; e con uno zio monsignore, fratello del padre, di nome anch’egli Alberto. Uomo di grande cultura e di ampie vedute, non comuni per un prelato dell’epoca, che ebbe un ruolo importante nella loro formazione culturale, soprattutto nell’insegnamento del latino. Su questa cultura risorgimentale s’innestò quella marxista appresa nei loro studi filosofici. Ma le sofferenze patite ne avevano arricchito anche la sensibilità umana.
Sono significativi della personalità di Alberto non solo gli episodi già raccontati, ma anche le modalità con cui svolgeva la sua missione di educatore. Le lezioni private rappresentavano la sua unica fonte di reddito. È vero che il numero di allievi era considerevole, ma una parte non trascurabile di essi, approfittando del fatto che mai il professore avrebbe richiesto quanto dovutogli, retribuivano le sue lezioni a loro piacimento e in qualche caso non pagavano affatto. Ad un certo punto Rosetta Russo, una donna dal carattere battagliero, anche lei allieva di Iannone (essendo molto brava in latino il professore si faceva a volte sostituire da lei durante le esercitazioni scritte), non riuscendo più a tollerare questi comportamenti, decise di prendere l’iniziativa e di provvedere lei a riscuotere per conto del professore, apostrofando con modi bruschi quelli che più ci marciavano:"Ma non vi vergognate di approfittare in questo modo della generosità del professore?". Anche questi aspetti della sua personalità spiegano la popolarità e l’affetto di cui godeva in città.

Dal libro "I ragazzi del professore" Capitoli 10 e 11 - Ediesse

 

Nadia Verdile: Risorgimento femmine, sull’altro versante delle barricate

Sbandati, partigiani, criminali. Chi furono le brigantesse e i briganti che nel meridione della neonata Italia, all’indomani dell’unità o dell’annessione, misero sotto scacco un intero paese, una nuova nazione? Raccontare la loro storia vuol dire narrare la storia di popoli che furono al centro di disegni politici che di loro non tennero conto ma che di loro si servirono per creare, o stabilizzare, una nuova classe dominante. Da qualsiasi punto di osservazione la si guardi, la vita delle contadine e dei contadini del sud fu un’esistenza di stenti, fame, privazioni e tale fu, in quel tempo, in tutti gli Stati in cui il rispetto per l’essere umano non era ancora contemplato. Quindi ovunque.
In un mondo e in un tempo in cui povertà e sopraffazione viaggiavano a braccetto sopravvivere diventava un’impresa. Tra i poveri i più poveri erano i braccianti, quelli che non possedevano nulla, che mettevano insieme un pasto dopo essere stati sfruttati per un’intera giornata. Nulla più di un pasto. C’era chi teneva la barra dritta, chi rubacchiava per portare a casa un frutto o un pollo, chi si dava alla malavita. Questi ultimi erano banditi ma spesso li chiamavano briganti. Banditi e briganti non furono la stessa cosa anche se tra i briganti non mancarono i banditi; eppure si volle e si è voluto ancora unire sotto un solo nome le due categorie. Furono i francesi ad usare per primi il termine brigantage nel XV secolo e nella lingua italiana il neologismo fece ingresso solo nella prima metà dell’ottocento. Chiamarono brigantaggio i moti pro Borbone nel 1799, fecero altrettanto per indicare le proteste spagnole all’arrivo di Giuseppe Bonaparte.
Quello di cui racconteremo è la storia di una donna che fece parte del brigantaggio meridionale postunitario, fenomeno complesso, multiforme, che era sì figlio di una lunga tradizione di protesta ma che aveva spinte fortemente legate ai nuovi tragici avvenimenti storici. Si sviluppò nei territori dell’ex Regno delle Due Sicilie all’indomani della nascita dell’Italia e fu un moto di ribellione complesso che aveva in sé molte anime. C’erano gli ex soldati borbonici, c’erano i legittimisti, c’erano i disertori, c’erano i poveri. Ce li raccontarono e ce li descrissero come criminali antiunitari, come semplici continuatori di una tradizione illegale scrivendo le pagine di quest’altra faccia del Risorgimento con il pennino intinto nell’inchiostro del pregiudizio antimeridionale. Ebbero dalla loro parte quel nutrito corpo di possidenti, più o meno ricchi, che sfruttarono questa visione per coltivare meglio i propri interessi a danno, ancora e sempre, delle classi più umili, diseredate, sfruttate. Quelli che combatterono nei boschi fitti e folti dell’Italia meridionale scelsero a volte senza altra possibilità di scelta. Disobbedire fu una necessità.
Per le donne fu ancora più difficile e complesso. Chi erano le brigantesse? Cosa hanno rappresentato in quel decennio di lotte le loro menti, i loro corpi, le loro armi? Sui monti, nei boschi, alla macchia, decine e decine di giovani donne combatterono una guerra nella guerra. Alcune scelsero, altre furono costrette, altre ancora capitarono in quelle scelte senza averne consapevolezza, per mera necessità. Le chiamarono drude che, nell’antico provenzale, al maschile, significava fedele (in senso feudale-cavalleresco), difensore; al femminile divenne amante al servizio del signore, amante disonesta, chiamiamola col nome comune, prostituta. Quello delle brigantesse fu un percorso a ostacoli. Lasciavano la famiglia, perdevano l’onorabilità, tagliavano per sempre i ponti con ciò che era stato prima, fino a quel momento. Di loro per molto tempo nulla si è scritto. Fantasmi in una guerra civile descritta come una caccia ai criminali. Erano per chi ha tramandato per decenni la storia solo drude, manutengole, prostitute. In questo contesto caleidoscopico si inserisce la vicenda personale e poi pubblica di Michelina Di Cesare che se non fosse diventata brigantessa sarebbe rimasta solo un numero inconsapevole tra i numeri a molti zeri dei poveri tra i poveri.
Ricostruire la sua vita prima del suo ingresso nella banda di Francesco Guerra è quasi impossibile. Finora non si è cimentato nessuno. Le notizie a noi pervenute raccolte in molti testi, cartacei e on line, sono imprecise, errate e a volte molto fantasiose. La mia ricerca è partita dai documenti anagrafici conservati all’Archivio di Stato di Caserta che restituiscono, finalmente, verità su di lei e sulla sua famiglia, sulla sua vicenda matrimoniale e sui tempi effettivi del suo "battesimo" nel mondo dei briganti.
Ho dovuto far ricorso agli insegnamenti manzoniani e con quelli ho ricostruito la vicenda personale di Michelina. Là dove l’assenza di documentazione mi ha impedito di raccontare fatti dimostrabili, il vero storico, ho fatto appello al vero poetico studiando la storia degli usi, delle tradizioni, dell’economia e della medicina di quegli anni in Terra di Lavoro che allora era la più estesa provincia delle Due Sicilie prima e dell’Italia poi. Michelina non sapeva né leggere né scrivere (e sì che qualcuna ha scritto che leggeva Ivanhoe), non scelse di seguire Guerra per amore, non fu sposata per solo un anno, non ebbe solo un fratello e una sorella. Eppure così è stato scritto. Michelina scelse per necessità, per bisogno di libertà, per sete di giustizia e per solitudine. Poi si innamorò, ma quella fu un’altra storia.

Da Nadia Verdile, Michelina Di Cesare. Il coraggio della libertà, Lucca, Pacini Fazzi Editore, 2019

 

Nadia Verdile: Avvolta nella bandiera tricolore, Antonietta De Pace, patriota dal Sud

Il contributo delle donne al Risorgimento è stato ricco di sfaccettature: ci sono state donne militanti, che hanno organizzato comitati, finanziato imprese militari, combattuto nei campi di battaglia, donne che hanno offerto il loro sostegno ai patrioti in carcere o in esilio, e, ancora, donne che hanno affidato alla penna le loro idee patriottiche, infiammando gli animi e incitando gli uomini all’azione. E tuttavia la loro partecipazione al processo di costruzione dell’identità nazionale è stata a lungo dimenticata, oscurata, o spesso ricondotta ad espressione di un sentimentalismo per il quale è stato coniato il termine e la figura della "pasionaria": processo di rimozione collettiva, alla cui base ci sono stati, e forse perdurano ancora, meccanismi complessi azionati talvolta dalle donne stesse, prima ancora che dagli storici. Intenti a realizzare medaglioni biografici femminili, quest’ultimi sfrondarono alcune biografie degli elementi più “trasgressivi”, non direttamente riconducibili al modello di buona moglie-madre rinchiusa nello spazio domestico, elaborato all’indomani dell’Unità. Altre patriote vennero, semplicemente, dimenticate.
Antonietta De Pace fu patriota, lo fu dal sud. Era nata a Gallipoli nel 1818. La madre di Antonietta, Luisa Rocci Cerasoli, aveva ideali repubblicani; il padre Gregorio, banchiere napoletano, morì in circostanze misteriose, forse avvelenato dal suo figlio adottivo, che voleva acquisirne gli averi. Insieme alle sorelle Chiara, Carlotta e Rosa, fu collocata nel monastero delle clarisse di Gallipoli. Private della loro eredità, furono "sistemate" con contratti matrimoniali laddove fu possibile. Antonietta andò a vivere con la sorella Rosa quando questa sposò Epaminonda Valentino, chiamato comunemente Mino, repubblicano convinto. Così, seguendo le orme del cognato, forte di una contiguità di ideali, Antonietta divenne membro attivo della mazziniana "Giovine Italia". Mino, di cui Antonietta fu una valida collaboratrice, era un commerciante e utilizzava questo suo lavoro come copertura per tenere i contatti con le varie organizzazioni carbonare sparse nel Regno delle Due Sicilie. A gennaio del 1848 Ferdinando II di Borbone concesse la Costituzione, molti credettero che il re si fosse convertito al costituzionalismo. Non era di questo parere Antonietta, convinta che nessun sovrano e nemmeno nessun papa potevano essere portatori di istanze repubblicane; perché avrebbero dovuto lavorare contro di sé, si chiedeva la De Pace, che non era facile agli entusiasmi e aveva ben compreso i meccanismi della politica.
I fatti non tardarono a darle ragione; quattro mesi più tardi, il 15 maggio del ’48, Napoli conobbe una giornata di sangue, centinaia furono i morti. La Guardia Nazionale fu sciolta, venne imposta la legge marziale e molti deputati fuggirono. Fu così che Valentino, leader della sommossa salentina, giudicato cospiratore, fu arrestato; con lui altri patrioti salentini e morì in carcere a Lecce, all’età di 38 anni. Fu espropriato il palazzo in cui viveva la famiglia che si trasferì a Napoli. Mentre la vedova cercava di rimettere in piedi le finanze familiari, Antonietta si dedicò a tessere una tela di relazioni, connotata da una forte presenza femminile. Divenne una sorta di coordinatrice tra i rivoluzionari che erano ancora in libertà, quelli che ancora giacevano nelle carceri e quelli che invece si trovavano in esilio.
Le donne furono l’anima di quella resurrezione giacobina che poi diede vita al movimento che appoggiò l’arrivo di Garibaldi e ne favorì l’entrata in Napoli. La De Pace mise insieme patriote della statura di Antonietta Poerio, l’irlandese Emily Higgins, Raffaella Faucitano, Aline Perret, Costanza Leipnecher, Nicoletta Leanza. Grazie alla Poerio, ella divenne pedina decisiva sullo scacchiere che vedeva giocare Napoli, Torino e Roma. Si trasferì presso il centro di accoglienza per donne della buona società napoletana, nella basilica di San Paolo. Per sostenere l’affitto, si fece accogliere come corista. Così di giorno dava la sua voce alla fede, di notte dava voce agli ideali, portandoli nei segreti luoghi della Carboneria.
Intrattenne rapporti politici col console inglese Henry John Temple, tenne relazioni con l’ambasciata sarda, dove si procurava i giornali che si pubblicavano nello Stato sabaudo, come "L’Opinione di Torino" e il "Corriere Mercantile" di Genova. Collaborò con l’avvocato tarantino Nicola Mignogna, che presiedeva il comitato napoletano della Carboneria, e nel 1849 fondò un Circolo femminile, costituito da un élite di donne nobili e alto borghesi, i cui familiari si trovavano nelle carceri del Regno con l’accusa di tradimento dello Stato. Divenne amica di Luigi Sacco, cameriere in servizio sulle navi che percorrevano la tratta Marsiglia – Genova – Napoli, e per suo tramite faceva pervenire segrete informazioni a Giovanni Nicotera, che si trovava a Genova. Dalla città ligure, via Lugano, esse arrivavano a Mazzini, nella capitale britannica.
Nel 1854 andò a vivere da sola in un piccolo appartamento dove fu poi arrestata, il 26 agosto 1855, dalla polizia del Regno. Fu accusata di cospirazione e tradotta nella prigione femminile di Santa Maria ad Agnone. Quarantasei le udienze del suo processo; l’attenzione dei media fu alta, tanto che anche la stampa straniera, in particolare il "Times" e il "Débats" lo seguirono. Rea politica poiché accusata di cospirazione repubblicana, fu tenuta in isolamento in una cella singola. A difenderla ci fu uno stuolo di avvocati partenopei di chiara fama repubblicana, tra questi Francesco Castriota Scanderbeg ed Enrico Pessina. Uscì dal carcere, con la condizionale. I suoi compagni di sventura furono mandati al confino perché giudicati colpevoli anche se non di cospirazione. Di questo processo si parlò a lungo soprattutto perché faceva notizia il fatto che a subirlo fosse stata una donna e borghese. Ma se qualcuno aveva pensato di aver fiaccato la passione e gli ideali della De Pace si sbagliò. Sebbene fosse in regime di libertà vigilata, Antonietta rimise in piedi tutti i contatti con le donne del Circolo femminile da lei voluto, le quali tennero rapporti con il comitato mazziniano di Genova. La loro sede logistica era a Villa Poerio. Antonietta teneva i fili tra il Comitato mazziniano napoletano e quello salernitano.
Il 7 settembre 1860 Garibaldi, con soli ventotto reduci e due donne, Emma Ferretti e Antonietta De Pace, entrò a Napoli. Il generale nizzardo le affidò la direzione dell’ospedale del Gesù, mentre a tutti gli altri nosocomi napoletani fu preposta Jessie White, la giornalista inglese che aveva sposato Alberto Mario. L’impegno senza tregua la fece ammalare e, per ordine di Garibaldi, le fu concessa una pensione di venticinque ducati al mese, come parziale risarcimento per i danni e le sofferenze patite in nome e per conto della causa unitaria. È del ’58 l’incontro con quello che sarebbe diventato il suo compagno di vita: Beniamino Marciano, un liberale di Striano, che per un certo tempo aveva vestito l’abito talare, conosciuto quando questi si era trasferito a Napoli, andando ad abitare nel suo stesso palazzo. Si sposarono molti anni più tardi, nel 1876. Non erano Napoli e la fine del regno l’ultimo sogno di Antonietta; dopo la nascita del Regno d’Italia ella pensava a Roma e al Veneto ancora mancanti all’appello unitario.
Perciò, negli anni che seguirono, ricreò un Comitato di donne in lotta per Roma capitale, di cui facevano parte ancora Aline Peret, e poi Luisa Papa, Enrichetta Di Lorenzo e Teodora Muller. Durante la battaglia per Roma italiana, fu arrestata dalla polizia pontificia, sul treno che la stava conducendo a Firenze. Portava in parlamento una proposta di sommossa contro lo Stato pontificio con uomini guidati da Giovanni Nicotera, disposti ad entrare nell’agro romano attraverso il varco di Ceprano. Anche questa volta la sua straordinaria capacità di distruggere sapientemente le prove le consentì di aver salva la vita. Quando a Napoli fu eletto sindaco il progressista Paolo Emilio Imbriani, le affidò l’incarico di ispettrice scolastica mentre il marito fu nominato assessore alla Pubblica Istruzione. L’impegno politico divenne in seguito sempre meno intenso: sfiducia e disillusione l’assalirono davanti agli opportunismi della politica di Palazzo. Morì il 4 aprile 1893 a 76 anni.

Giornalista e saggista - Questo scritto lo trovate alla voce Antonietta De Pace della Enciclopedia delle donne www.enciclopediadelledonne.it/biografie/antonietta-de-pace/

 

Reggia e Risorgimento Italiano

In questi giorni il Comitato Provinciale di Caserta, ha inviato alla Direttrice della Reggia di Caserta dott.ssa Tiziana Maffei una richiesta di visione e valorizzazione della grande tela "La morte di Pilade Bronzetti a Castelmorrone, 1885, del pittore di Sessa Aurunca (Terra di Lavoro), Luigi Toro (1835-1900)". Tale tela risulta essere l’opera pittorica di più ampie dimensioni dedicata al nostro risorgimento (dimensione 6 m larghezza x 4 m altezza), per giunta realizzato da un artista locale. Ma come spesso ci capita nella nostra realtà, tale opera (donata alla Reggia dalla Fondazione Intesa S. Paolo) viene conservata in una sala di rappresentanza non visitabile dal pubblico. È l’ennesimo episodio di scarsa attenzione e poca propensione delle nostre istituzioni verso il nostro patrimonio artistico e storico.
Come hanno sollecitato i referenti del comitato (Nicola Terracciano e Nilo Cardillo): "Essendo istituzionalmente interessati alla conoscenza ed alla diffusione delle memorie risorgimentali fondanti l’Unità e la Libertà della Patria, Le chiediamo di poter visionare il quadro e di poter avviare, in collaborazione con la Reggia, una sua adeguata valorizzazione. Nello stesso tempo si fa riferimento alle memorie risorgimentali che sono legate alla Reggia di Caserta, essendo stata legata a vicende del Risorgimento, come nel periodo della Repubblica Napoletana del 1799, nel fondamentale decennio di Giuseppe Napoleone e Gioacchino, Murat (1806-1815), nelle decisive vicende della spedizione garibaldina del 1860, con la Reggia che fu Quartier Generale di Garibaldi, nell’età del Regno d’Italia dal 1861 al 1922, con la sua conservazione il suo arricchimento e con le memorie ad esempio di figure di botanici di alto livello nazionale come N. Terracciano, nella nostra stessa età della Repubblica, nata dalla Resistenza, secondo Risorgimento, che ha dato contributi memorabili per la sua conservazione, il suo restauro e la sua valorizzazione".
A tal fine viene richiesto un incontro "di rispetto e di conoscenza" con la direzione del monumento, che speriamo possa essere accolta quanto prima. Inoltre, in collaborazione con altre associazioni come Le Piazze del Sapere e Siti Reali, l’Istituto per il Risorgimento si impegnerà a promuovere entro la prossima primavera un evento di livello nazionale sul tema: "Reggia di Caserta e Risorgimento Italiano".

Febbraio 2020

 

Monica Mazzitelli: Di morire libera

Monica Mazzitelli e il suo nuovo romanzo "Di morire libera". La scrittrice e regista, che vive attualmente in Svezia, è in Italia per un lungo tour di presentazioni, di cui questa sarà l’ultima e una delle più importanti, perché l’unica nella terra natia della sua amata brigantessa Michelina Di Cesare. Il romanzo è ispirato alla figura documentata della banditessa M. Di Cesare, una delle icone più interessanti della storia del brigantaggio post unitario, e si basa su un minuzioso lavoro di ricerca archivistica.

Laura Guidi: Il risorgimento invisibile. Patriote del Mezzogiorno d’Italia, Comune di Napoli, 2011

Introduzione.
Le donne nel Sud Risorgimentale
Dalle ricerche svolte in questi anni – parallelamente ad analoghi studi condotti nel centro–nord da storiche come Simonetta Soldani, Ilaria Porciani, Nadia M. Filippini – è emerso un contributo femminile al processo di costruzione della nazione che rimette a fuoco l’immagine a lungo deformata secondo cui la partecipazione delle donne al Risorgimento, oltre al "soffrire e pregare" di madri e mogli, si sarebbe limitata a casi "eccezionali": Cristina di Belgioioso, Jessie White Mario, Anita Garibaldi e poche altre. D’altra parte, possiamo trovare il riconoscimento dell’apporto femminile al processo risorgimentale anche negli scritti dei suoi protagonisti. Ferdinando Petruccelli della Gattina, parlando della repressione borbonica dopo il quindici maggio 1848, scrive, ad esempio: "La donna come l’albero della foresta si è tenuta all’erta, quando le foglie della rivoluzione, inverdite un istante, sono ad una ad una cadute: essa sola ha fede nella vittoria del domani dopo la sconfitta della vigilia: essa sola medica i feriti e conforta gli scoraggiati [...]. E malgrado le sventure del 1849 gli sono sopravvissute con la decisione della disperazione: malgrado i patiboli e le prigioni, malgrado le persecuzioni ed i martirii di ogni maniera, esse non hanno mutato di fede, non hanno cessato di gridare: coraggio e speranza!"
Le osservazioni di Petruccelli trovano riscontri puntuali in fonti archivistiche e a stampa che testimoniano le iniziative delle patriote nel lungo periodo di repressione che seguì, nel Sud, la breve apertura costituzionale del 1848: furono innanzitutto le donne, infatti, ad impedire l’isolamento dei patrioti incarcerati, ai quali fornirono al tempo stesso mezzi di sussistenza materiale, di sopravvivenza psichica e di collegamento politico. Le donne esercitarono la loro influenza mobilitando reti di relazioni per mitigare le pene dei condannati politici. Proprio in virtù del loro sesso, le patriote erano avvantaggiate nell’esercizio di questi compiti a causa dei diffusi pregiudizi che le volevano estranee alla politica, deboli e pavide: uno stereotipo che consentiva loro di insinuarsi più facilmente tra le maglie della repressione.
Le donne, inoltre, erano abituate da tempo ad avere una funzione di cerniera nel rapporto paternalistico tra sovrano e sudditi: il linguaggio delle loro suppliche era diverso da quello dei postulanti di sesso maschile (che elencavano meriti politici, servigi resi, titoli), perché al sesso femminile si addiceva il linguaggio della deferenza più disarmata e l’appello ai valori religiosi. Il contrasto tra potere del re e debolezza femminile confermava l’immagine del sovrano come padre compassionevole, con la relativa ricaduta propagandistica per la corona. In tempi di repressione, la generosità del re nei confronti di una donna che supplicava la grazia per il marito condannato, in nome del valore apolitico e religioso dei legami familiari e della cristiana carità regia, poteva manifestarsi anche in quei momenti nei quali per la negoziazione politica non vi era più spazio alcuno.
Le "povere mogli – madri indifese" ricorrevano strumentalmente a rappresentazioni e codici che se da un lato gratificavano e rassicuravano il re rafforzandone l’immagine di padre del suo popolo e di uomo di fede, dall’altro consentivano loro di salvare vite e di mantenere in piedi le reti cospirative. È il caso di Antonietta De Pace, importante patriota leccese, e delle altre donne organizzate nei suoi comitati dopo il 1848. Tra questi il Circolo femminile fondato nel 1849 insieme con Antonietta Poerio (zia di Carlo ed Alessandro), l’inglese Emilia Higgins Pandola, “Gigia” Settembrini, Alina Perret Agresti, Costanza Leipnecher e Nicoletta Leanza.
Il circolo si proponeva di mantenere i rapporti con i detenuti politici, facendo pervenire loro aiuti materiali, corrispondenze, giornali. I ruoli femminili più consueti servivano a mascherare le attività cospirative della De Pace, che teneva personalmente i contatti con il carcere di Procida fingendosi parente di un detenuto e simulando di essere in procinto di sposarne un altro; per occultare le corrispondenze usava il pretesto di occuparsi della biancheria (un espediente diffuso). I messaggi venivano scambiati, attraverso Giovanni Nicotera, con Genova, di lì con Lugano e Londra, dove si trovava Mazzini. Antonietta fu ospitata anche, per un certo periodo, nel convento di San Paolo a Napoli, per poi trasferirsi presso la sorella di Epaminonda Valentino, Caterina, anche lei sostenitrice del Comitato; fin quando non fu arrestata, il 26 agosto 1855. Come emerge da questa vicenda, anche i luoghi della segregazione femminile – conventi e conservatori – all’occorrenza ospitarono le cospiratrici, con i loro compromettenti fardelli di carte in cifra, armi e stampa proibita.
Enrichetta Caracciolo, autrice del noto Misteri del chiostro napoletano, entrò in contatto con gli ambienti della cospirazione fin dall’epoca in cui la madre, contro la sua volontà, l’aveva reclusa nel conservatorio di Costantinopoli a Napoli. Già nel 1849 vi nascondeva "un fascio di carte rivoluzionarie in cifra, un pugnale ed una pistola" (Caracciolo), che un cognato le aveva affidato. Non sempre l’esibizione di deferenza e di debolezza femminile valevano però a fermare la macchina repressiva. Antonietta De Pace conobbe il carcere e rischiò la pena di morte, in carcere finì anche la garibaldina Giulia Caracciolo; per evitare la detenzione, Gigia Settembrini ed Enrichetta Caracciolo trascorsero periodi della loro vita nella clandestinità. Né l’appartenenza a famiglie borghesi o nobili bastava a garantire riguardi particolari. Tra i documenti dell’Alta polizia borbonica, ad esempio, troviamo notizia dell’incarcerazione, nel 1853, di Nicoletta Leanza (del Comitato femminile della De Pace), accusata di aver diffuso nel carcere di Procida un proclama sedizioso e di aver risposto alla polizia con "sfrontata dispettosa reticenza". Benché "ben nata e civile" venne incarcerata per vincerne la "tracotante follia liberalesca" (ASNA, Alta Polizia). Più spesso dei loro compagni, tuttavia, le patriote conservarono libertà di movimento e la usarono per salvare vite, per assistere perseguitati.
I patrioti in carcere vissero così l’esperienza ricorrente di dipendere per la propria sopravvivenza fisica, psichica e politica, dalle donne – mogli, parenti, amiche. Il loro rapporto con l’altro sesso fu senza dubbio influenzato da questa circostanza. Nella sfera privata, molti di loro vissero con le donne rapporti di profonda intesa e complicità, che escludevano una concezione rigidamente gerarchica delle relazioni di genere. Tuttavia nel dibattito politico, almeno fino al 1860, quella che nell’età liberale si sarebbe delineata come "questione femminile" non poteva occupare che un ruolo marginale (se si eccettua il caso di Salvatore Morelli, che scrisse La donna e la scienza in carcere, alla fine degli anni Cinquanta).
Le stesse patriote manifestarono il loro allontanamento dalla cultura patriarcale più attraverso azioni e scelte di vita, che elaborando teorie o programmi emancipazionisti. Lettere e memorie, tuttavia, testimoniano la consapevolezza che le militanti avevano della necessità di una profonda trasformazione delle relazioni di genere e la loro attesa che la nuova Italia ponesse fine anche all’oppressione femminile. La stima maschile nei confronti delle patriote più volte si tradusse, paradossalmente, nel riconoscimento in loro di qualità "virili" (dove "virile" stava ad indicare le massime qualità morali ed intellettuali dell’essere umano, considerate, per lo più, appannaggio esclusivo del genere maschile).
È il caso di Settembrini quando scrive a Gigia: "Tu devi ringraziare Iddio che ti ha dato un senno, un giudizio, un accorgimento virile. E se non credi a me credi al Sig. Panizzi che ti disse che tu hai una testolina d’uomo, e ad altre persone estranee le quali han detto lo stesso" (Settembrini 1962). Dichiarando "uomini" le loro donne questi patrioti, anche se in forma confusa e paradossale, aprivano un varco – almeno nella loro sfera “particolare“ – nella visione gerarchica della differenza di genere. In rapporto ai conflitti armati il patriottismo femminile si espresse per lo più in forme "ausiliarie": frequenti, ad esempio, le raccolte di fondi, il dono di gioielli, l’acquisto di armi, la preparazione di coccarde, bandiere, bende per i feriti, ecc.
Nelle manifestazioni di piazza e sulle barricate vi fu anche una minoranza di donne attivamente presenti, come rivelano memorie e rappresentazioni iconografiche, mentre dalla storiografia recente emergono diverse figure di "donne in armi". Il compito di infermiera, direttrice di ambulanze, coordinatrice di servizi sanitari, consentì alle donne di essere presenti sui campi di battaglia del Risorgimento pur collocandosi in un ruolo coerente con le rappresentazioni ottocentesche della femminilità, evitando il sovvertimento delle identità sessuali implicito nella "donna in armi". Tra le infermiere militari incontriamo Enrichetta Di Lorenzo e Jessie White Mario. La prima, durante l’esperienza della Repubblica romana, entrata in un comitato femminile per l’assistenza ai feriti, presieduto da Cristina di Belgioioso, venne nominata dal triumvirato "direttrice dell’ambulanza". Jessie White, mazziniana, moglie del garibaldino Alberto Mario, amica personale di Mazzini, di Agostino Bertani, di Garibaldi, corrispondente di giornali inglesi e statunitensi, partecipò alla spedizione dei Mille con l’incarico di dirigere l’assistenza ai feriti.
L’attività infermieristica di Paolina Craven de La Ferronays, una delle più attive filantrope napoletane dell’epoca, nel 1860 si rivolse, come quella di Paolina Ranieri, ai feriti di entrambi gli schieramenti. Figlie e Suore della Carità, due congreghe vincenziane molto attive nel campo assistenziale, che fin dall’epoca murattiana avevano svolto nel Sud un ruolo modernizzante nel campo dell’assistenza istituzionale, fin dal 1860 misero le loro rinomate competenze infermieristiche e farmaceutiche al servizio degli ospedali militari meridionali e a Capua attrezzarono un’Ambulanza Militare nella Campagna Garibaldina che funzionò dal 1861 al 1866 (Guidi 1988). Va notato che solo a partire dall’impresa dei Mille le Figlie e le Suore della Carità entrarono nelle infermerie militari, stabilendo così un tacito patto di collaborazione con le nuove istituzioni.
La partecipazione diretta ai conflitti armati comportava invece una rottura di schemi culturali drastica, ma tutt’altro che nuova: le donne guerriere sono esistite, oltre che nel mito e nella letteratura, nella storia di tutti i tempi (Guidi 2000; Pelizzari). Napoli risorgimentale ricordava ancora Eleonora Pimentel Fonseca e le sue amiche difendere, nel 1799, il forte di Sant’Elmo con le armi in pugno (Gargano). Le memorie risorgimentali citano numerose donne in armi, a cominciare dall’impavida Anita "sì tranquilla e sì coraggiosa in mezzo al fuoco", come il marito la rievocava (Garibaldi). Cristina di Belgioioso, all’inizio della prima guerra d’indipendenza, venne a Napoli a reclutare volontari, che lei stessa condusse a Milano, ponendosi alla loro testa con un tricolore in pugno. Imbarazzi ed ironie circondarono allora Cristina – una donna separata dal marito, viaggiatrice, fondatrice di giornali, che introduceva "di fatto" sulla scena risorgimentale il tema imprevisto della piena cittadinanza femminile, irrompendo sulla scena militare, teatro indiscusso della mascolinità.
Enrichetta Di Lorenzo partecipò nell’aprile 1849, come responsabile di ambulanze, alla battaglia di Porta San Pancrazio a Roma, di cui scrisse un dettagliato resoconto per il Monitore romano. Se di Enrichetta qualche traccia rimane, grazie al rapporto che la legò ad un celebre eroe risorgimentale, di Giulia Caracciolo (sorella dell’autrice dei Misteri), tra i militanti dell’epoca solo Salvatore Morelli ci riferisce che nel 1867 formò un battaglione di volontari garibaldini (Morelli). Solo di recente Angela Russo ha trovato documenti archivistici che confermano le affermazioni del patriota meridionale (Russo). Non sappiamo, invece, che esito ebbe il progetto di formare un "drappello di guerriere nazionali" – una sorta di guardia civica femminile – lanciato dal giornale napoletano del 1848 Un comitato di donne. A partire dal sedici marzo il foglio lanciava il progetto, probabilmente ispirato all’impresa della Belgioioso; il dieci aprile sosteneva di aver raccolto cento giovinette "di un medesimo pensiero, e presso a poco di una stessa età" e di aver pronte altre cinquanta adesioni; pubblicava anche un elenco di nomi di volontarie. Le patriote siciliane non furono da meno: Rosa Donato, messinese, durante l’assedio del 1848 difende l’ospedale, facendo strage di nemici (Orestano). Durante l’impresa dei Mille Giuseppa Bolognara, impadronitasi di un cannone, infligge gravi perdite all’esercito borbonico, meritandosi il sopranome di "Beppa la cannoniera" (Orestano). Anche la documentazione iconografica testimonia la presenza di donne in armi: ad esempio una litografia di Francesco Wenzel mostra, tra la folla che il sette settembre 1860 a Napoli acclama Garibaldi, un piccolo gruppo di donne in divisa di guardia nazionale, con tanto di fucile e baionetta in pugno. Nell’immaginario dell’Italia risorgimentale, la "patriota in armi" divenne per alcuni un mito romantico, per altri l’oggetto di timori e di pungenti sarcasmi. La figura della combattente scavalcava la divisione codificata tra i ruoli di genere: pilastro non solo del vecchio ordine sociale, ma anche di quello che si andava profilando nella nuova Italia.

 

La cultura patriottica femminile al Sud

Stampa e giornalismo femminili sono stati oggetto, recentemente, di approfondite ricerche (Buttafuoco; Franchini e Soldani; Franchini, Pacini e Soldani; Regione Lombardia), ma il contributo delle donne del Sud al giornalismo risorgimentale – sia come autrici che come pubblico di lettrici – è ancora in gran parte da esplorare. La ricerca in questo campo è complicata dal ricorso frequente di scrittrici e giornaliste agli pseudonimi. A volte il camuffamento dell’identità è il prezzo da pagare per poter pubblicare le proprie opinioni. Così, ad esempio, Grazia Mancini, figlia giovanissima di Pasquale Stanislao, nell’estate del 1860, in cui invia quasi ogni giorno a Napoli, allo zio materno, "le notizie politiche della capitale" "osando" aggiungervi i suoi commenti, racconta di essere divenuta giornalista senza saperlo.
Nella primavera 1848 comparve a Napoli il già citato Un comitato di donne. Tri settimanale, dal modico costo di un grano come molti fogli popolari del 1848, il Comitato uscì regolarmente dal nove marzo al sei aprile: poi la raccolta, conservata presso la Biblioteca Nazionale di Napoli, si arresta. Delle donne che ne componevano la redazione conosciamo solo i nomi, ne sappiamo se fossero autentici o fittizi. Il foglio esprimeva una confusa volontà di partecipazione all’entusiasmo patriottico diffusosi dopo la concessione della Costituzione.
La comparsa di una stampa femminile prima del 1860 va messa in relazione col diffondersi, soprattutto nei centri urbani, dell’alfabetizzazione, attraverso scuole pubbliche e private per fanciulle di tutti i ceti. Il processo di alfabetizzazione femminile, promosso durante il decennio francese, venne in seguito ostacolato dalla Chiesa napoletana, che faceva leva su pregiudizi e timori diffusi negli ambienti più tradizionalisti (Guidi 1989). La scelta di dare alle proprie figlie un’istruzione elevata caratterizzò, peraltro, molti liberali meridionali (Settembrini, Mancini, Cecilia De Luna Folliero, Giuseppe Ricciardi).
Uomini come De Sanctis e Settembrini dedicarono costante attenzione alla qualità dell’istruzione e delle scuole femminili, prima e dopo l’Unità. Il 1860 avrebbe segnato una svolta in questo campo: decadde nel Mezzogiorno la pratica di vietare l’apprendimento della scrittura alle fanciulle recluse negli istituti di beneficenza pubblica, in cui fu, per contro, istituita l’istruzione primaria obbligatoria; cadde il divieto di ammettere donne coniugate alla professione di insegnante pubblica, voluto nel 1843 dalla Curia napoletana.
Un decreto di Garibaldi, nel settembre 1860, stabilì l’apertura in tutti i quartieri di Napoli di asili infantili: luoghi di educazione e di prima alfabetizzazione, che erano stati vietati, dopo il 1848, da Pio IX e fortemente osteggiati dalla reazione come vivai di futuri liberali (Tomasi). Cominciò a profilarsi la liceità per le maestre di insegnare anche in scuole primarie maschili, soprattutto nelle prime classi: questa linea sarebbe stata definitivamente approvata dal Comune di Napoli nel 1874. Si rafforzava, in tal modo, la professione femminile di insegnante – principale sbocco lavorativo per le donne delle classi medie – cui corrispondeva una crescente partecipazione delle donne alla compilazione di testi didattici. Come insegnanti, le donne acquistavano un ruolo importante nel processo di costruzione dell’identità nazionale, di cui il sistema d’istruzione era uno dei pilastri (Porciani; Soldani; Soldani e Turi).
L’istruzione, insieme alla filantropia, costituì lo sbocco cui si rivolsero le energie di molte patriote dopo il 1860. Anche nella trasmissione della memoria risorgimentale, sia come memorialiste che come autrici di saggi e testi storiografici, le donne contribuirono a formare la cultura della nuova Italia, come emerge da alcuni studi recenti (Casalena; Palazzi e Porciani). Dopo l’Unità in gran parte d’Italia si moltiplicarono, insieme col diffondersi dell’alfabetizzazione, le iniziative editoriali rivolte alle lettrici, un processo che coinvolse anche il Sud: a Napoli alla fine degli anni Sessanta uscirono due periodici femminili che si differenziavano sia dal modello del giornale di mode che dal giornale letterario femminile del primo Ottocento, per lo spazio che vi trovavano i temi emancipazionisti.
Il primo fu La donna. Giornale sociale letterario diretto da Alessandro Betocchi, apparso nel 1867. Di impostazione analoga il Giornale delle Donne, diretto da Davide Calenda, un settimanale uscito negli anni 1869–70, cui collaborarono noti scrittori come Francesco Mastriani. Le due riviste erano piuttosto simili nell’articolazione tematica: informazioni politiche, consigli di economia domestica, dibattiti e notizie sui diritti femminili, poesie, racconti e romanzi a puntate, sciarade a premi e, naturalmente, consigli sulla moda e l’economia domestica. Nel Mezzogiorno risorgimentale non sono poche le donne dedite alla scrittura: Laura Oliva Mancini scrive poesie patriottiche e un dramma teatrale; Giannina Milli scrive e improvvisa versi patriottici; Giuseppina Guacci Nobile alterna la composizione di rime a testi didattici e a scritti di contenuto sociale; Paolina Craven scrive memorie e biografie, articoli politici, studi scientifici sui problemi idrici della città, romanzi; Grazia Mancini ci lascia un ritratto colorito e fresco dell’esilio piemontese e della Napoli del 1860 visti attraverso gli occhi di un’adolescente, poi scriverà romanzi e opere teatrali.
Nonostante il carattere prevalentemente maschile delle accademie letterarie, in casi eccezionali queste aprirono qualche spiraglio alle donne. Alcune intellettuali fondarono propri circoli, come quello preunitario delle potesse sebezie. I salotti letterari e patriottici furono un luogo di scambio culturale più aperto alle donne rispetto alle accademie. Tra quelli napoletani, più d’uno fu animato da figure femminili, come Giuseppina Guacci che riunì letterati e artisti, tra cui le amiche sebezie, nella sua casa di via Toledo.
Emigrazione e carcere, oltre all’invasivo controllo poliziesco, contribuirono al declino dei salotti dopo il 1848. Altri spazi della cultura patriottica in cui le donne svolsero un ruolo importante furono il teatro e la poesia. Il teatro, nel corso del Risorgimento, fu un luogo per eccellenza di comunicazione di sentimenti e valori patriottici e liberali. I più noti autori risorgimentali scrissero opere teatrali che divennero bagaglio condiviso di intere generazioni di militanti (Banti; Sorba). Il teatro dava modo anche al pubblico di manifestare il proprio patriottismo. Le spettatrici esibivano elementi tricolori nell’abbigliamento o medaglioni raffiguranti figure-simbolo del movimento nazionale.
I Borbone temevano i teatri (così come gli Asburgo); e non solo quelli della capitale. Le donne che svolgevano letture o improvvisazioni pubbliche di poesie patriottiche dovevano molto alla cultura teatrale, che garantiva efficacia comunicativa a queste manifestazioni: è il caso di Laura Oliva Mancini quando, verso la fine del 1848, dedica alla memoria dell’amica Giuseppina Guacci Nobile una lirica ricca di accenti patriottici, che recita al pubblico indossando un abito nero ornato di nastri tricolori (vietati nella Napoli borbonica). O di Giannina Milli, nota improvvisatrice di versi, sospetta di repubblicanismo e assai temuta dalla macchina repressiva borbonica, che vietò la lettura e la diffusione delle sue poesie.

 

In memoria di Nilde Iotti

Il 10 aprile di quest’anno ricorre il 100° della nascita di Nilde Iotti, una delle donne protagoniste della vita politica e della storia del nostro Paese, che attivamente partecipò alle lotte contro il fascismo ed alla Costituzione democratica. Per questi motivi come rete delle Piazze del Sapere/Aislo Campania – in collaborazione con altre associazioni come Toponomastica Femminile, Fondazione Sudd ed Auser Caserta – abbiamo deciso di dedicarle venerdì 17 aprile ore 17,30 un incontro pubblico a Caserta nella libreria Pacifico. Ricorderemo il valore e la forza della sua partecipazione alla lotta antifascista, per la liberazione e rinascita democratica dell’Italia, in primo luogo nella Costituente. Lo faremo con il contributo di alcune testimonianze e contributi, come quelli di Antonio Bassolino e di Nicola Terracciano, insieme con alcune donne impegnate sul fronte sociale e culturale, come Camilla Bernabei, Lucia Monaco e Nadia Marra, riprendendo anche la biografia a lei dedicata da Luisa Cavaliere in un bel volume della collana "Le Italiane", curata da Nadia Verdile con la casa editrice Pacini Fazzi.
Proprio in questi giorni ho ritrovato tra le mie carte un dossier che raccogliemmo nel 1989 con una ampia documentazione ed articoli dedicati alle varie iniziative di lotta sostenute in quel periodo, in particolare nei mesi successivi alla fatidica data del 25 agosto in cui nelle campagne di Villa Literno venne barbaramente ammazzato l’esule sudafricano Jerry Essan Masslo. Fu in quel periodo che in Italia si cominciò a prendere coscienza della portata del fenomeno immigratorio. Mi ricordo che allora venimmo bollati come "razzisti" su vari giornali, a seguito dei ripetuti episodi di violenza e di sangue che si susseguirono e fecero scalpore in tutto il mondo. Ci fu anche chi arrivò a definirci una sorta di "Missisipi Burning" terre del fuoco, con riferimento agli Stati Uniti. Come CGIL e movimento sindacale cercammo di reagire con varie iniziative ed incontri, che in modo emblematico chiamammo "I colori della razza". A Villa Literno vi fu il primo sciopero con una manifestazione dei lavoratori migranti, i cosiddetti "clandestini" struttati come schiavi nei campi per la raccolta del pomodoro.
Al nostro fianco ci furono alcune figure eccezionali, come quelle dei padri comboniani del Centro Fernandes e del VE Raffale Nogaro. Fu in quel contesto che organizzammo a Caserta la prima Conferenza nazionale sull’immigrazione, grazie alla partecipazione ed al contributo di alcuni esponenti come i zairesi Isidoro e Toussaint, l’Imam Nasser Hidouri, Mary Osai da poco scomparsa. Fu proprio nell’ambito della conferenza che Nilde Iotti - allora Presidente della Camera – accolse la nostra richiesta di incontrare una delegazione dei cosiddetti "irregolari di colore". Va ricordato che in quella fase non c’era ancora una normativa in materia.
Come si rileva dall’articolo di Giorgio Frasca Polara su L’Unità del 15-10-1989 l’on. Iotti dialogò a lungo, ascoltò con attenzione i vari interventi (in particolare di alcune donne di Casa Rut). Nello stesso tempo assunse l’impegno di portare in parlamento le loro istanze, in primo luogo quella di varare finalmente una normativa per regolare i flussi migratori, che si ebbe da li a poco con la Legge Martelli.
Con emozione ricordo la gioia sul volto dei partecipanti, la loro gratitudine al cospetto di una donna ancora bella, dal portamento austero, ma nello stesso tempo dolce ed aperta al dialogo e al confronto con chi veniva da mondi diversi. In quegli anni il suo fu un gesto di coraggio, di alto valore istituzionale, di rottura nei confronti di tanti pregiudizi che allora come oggi inquinano l’opinione pubblica. Il suo gesto rappresentò un forte segnale per affermare i valori dell’accoglienza e della solidarietà, per ribadire i diritti di cittadinanza e di pari dignità anche per gli stranieri. Ancora una volta in quella occasione Nilde ci diede una prova della sua grandezza, una grande lezione di civiltà, di una donna che ha lasciato il segno nella storia democratica e costituente del nostro Paese. Ci piace chiudere questa nota con le parole di Livia Turco, presidente Fondazione: "Caro Pasquale, sono emozionata dalla lettera con la tua testimonianza. Sapere Nilde Iotti così vicina a Caserta in quegli anni ed alla vicenda dell'immigrazione mi fa amare ancora di più questa nostra Madre".

Le Piazze del Sapere/Aislo Campania 10 aprile 2020

 

Riferimenti bibliografici

• AA. VV. Donne del Risorgimento, Il Mulino, 2011
• Banti A.M. Ginzburg P. (a cura) Storia d’Italia. Annali volume XXII Il Risorgimento, 2017 Einaudi
• Bruna Bertolo Le donne nel Risorgimento. Le eroine invisibili dell’Unità d’Italia, Ananke, To, 2011
• Luisa Cavaliere Nilde Iotti, 2017 Pacini Fazzi
• Colomba Antonietti Porzi da Le donne del Risorgimento, di AA. VV., Editore il Mulino, 2011
• Pietro Gargani Eleonora e le altre. Le donne nella rivoluzione napoletana, Magmata, 1998
• Carla Grementieri Il Risorgimento delle donne, Risguardi Ed, 2011
• Guidi L. Il Risorgimento invisibile. Presenze femminili nell’Ottocento meridionale www.stroia.unina.it/donne/invisi/
• M. A.Macciocchi Cara Eleonora, Rizzoli
• Monica Mazzitelli Di morire libera, 2020 Lorusso Editore
• Maria Teresa Mori Figlie d’Italia. Poetesse e patriote, 2011 Carocci Editore
• Antonella Orefice Eleonora Pimentel Fonseca, 2019 Salerno Editrice
• Renata Pesconti Botti Donne nel Risorgimento Italiano, Ed. Ceschin, MI,1966
• Ciro Raia Napoli 1799. Un sogno di libertà, Polidoro, 2016
• Nadia Verdile Cristina Trivulzio, M. Pacini Fazzi Editore, 2016
• Nadia Verdile Matilde Serao, M. Pacini Fazzi Editore, 2017
• Nadia Verdile Michelina Di Cesare, M. Pacini Fazzi Editore, 2019
• Olga Visentini Donne nel Risorgimento, Carroccio, 1960
• Pescanti Botti R. Donne nel Risorgimento italiano, 1966 Ceschina Ed.
• Simonetta Soldani (a cura) L’educazione delle donne. Scuola e modelli di vita femminile nell’Italia dell’Ottocento, 1989, Franco Angeli
a cura di Antonio Marco Iorio

 

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