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Distretto Turistico Caserta: per il Museo Campano di Capua
 
Distretto Turistico Caserta: Museo Campano di Capua
 
Distretto Turistico Caserta: Museo Campano di Capua   Distretto Turistico Caserta: Museo Campano di Capua
Distretto Turistico Caserta: Museo Campano di Capua   Distretto Turistico Caserta: Museo Campano di Capua

Il Museo Provinciale di Capua
Inaugurato e riaperto ai visitatori il 28 marzo 2012, alla presenza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, dopo un eccellente intervento e diversi lavori di rimodernamento e riqualificazione funzionale, il Museo, rischia oggi di chiudere per gravi problemi gestionali e mancanza di personale. Noto anche come Museo Campano e definito dal grande archeologo Amedeo Maiuri il monumento più insigne della civiltà italica in Italia, conserva la più importante collezione mondiale di Matres Matutae, dette anche Madri di Capua, provenienti dall’antica Capua e il più grande lapidarium dell’Italia meridionale.
Aperto al pubblico il 31 maggio 1874, con sede nel centro storico di Capua nel quattrocentesco Palazzo Antignano, gravemente danneggiato durante la seconda guerra mondiale, fu riaperto nel 1956 con la risistemazione in due reparti: Archeologico e Medioevale in 32 sale di esposizione, tre cortili e un ampio giardino, a cui fu aggiunta la biblioteca di Terra di Lavoro nella quale sono custoditi 70.000 volumi. Di proprietà della provincia di Caserta, sta subendo un rapido declino per la totale mancanza di governance. Infatti con l’abolizione delle province per questo museo, come per tutte le altre strutture culturali provinciali, la situazione amministrativo-gestionale è poco chiara ed estremamente problematica: ad esempio il museo non è inserito né nel Polo Museale della Campania (MIBACT) né nel Polo museale di Terra di Lavoro (Regione Campania).

Cenno storico

Il Museo Provinciale Campano di Capua, fondato dal Canonico Gabriele Iannelli nel 1870 ed inaugurato nel 1874 con un mirabile discorso dell’Abate Luigi Tosti è proprietà dell’Amministrazione Provinciale di Caserta.
E’ stato definito da Amedeo Maiuri il più significativo della civiltà italica della Campania, regione a cui Capua ha dato il nome. Il Museo è ospitato nello storico palazzo Antignano la cui fondazione risale al IX secolo ed incorpora le vestigia di San Lorenzo ad Crucem, una chiesetta di età longobarda nel sito di uno dei tre Seggi nobiliari della città.
L'edificio vanta lo splendido portale durazzesco-catalano che reca incastonati gli stemmi degli Antignano e d'Alagno.
Nei primi anni dell'Unità d'Italia si manifestò la necessità di dare forme più concrete anche agli ordinamenti archeologici ed artistici della Nazione e pertanto vennero create speciali Commissioni.
Con Decreto Reale del 21 agosto 1869 venne istituita la Commissione per la Conservazione dei Monumenti ed Oggetti di Antichità e Belle Arti nella Provincia di Terra di Lavoro, la quale, costatata l'esistenza nella Provincia di una considerevole quantità di materiale di pregio archeologico ed opere d'arte malamente custodita e destinata a sicura distruzione, deliberò la fondazione di un Museo.
Capua, illustre ed antica metropoli della Campania, venne prescelta quale depositaria delle più fulgide memorie della Regione; il monumentale e storico Palazzo dei Principi di S. Cipriano, dono del Municipio, fu la sede del Museo; l'Amministrazione Provinciale di Caserta si assunse il finanziamento per la gestione di esso.
Nel 1874 il Museo venne aperto al pubblico.
AI primo Direttore Prof. Gabriele lannelli, insigne archeologo, storico, epigrafista che al dire di Norbert Kamp possedeva una visione davvero unica per i suoi tempi dell'intera tradizione capuana e tenace organizzatore che con la sua opera illuminata resse le sorti del Museo per oltre trenta anni, successero: il Comm. Giacomo Gallozzi, il Prof. Salvatore Garofano, il Comm. Raffaele Orsini, l'Avv. Luigi Garofano Venosta, il Prof. Dott. Francesco Luigi Garofano Venosta, il Prof. Antonio Marotta, il Dott. Carlo Crispino ed attualmente il Prof. Giuseppe Centore.
Nel 1933 si rese opportuno, per il notevole accrescimento delle collezioni, un riordinamento del Museo che fu curato dal Prof. Amedeo Maiuri, che ha definito il Museo Campano: Il più significativo della civiltà italica della Campania.
Nella varietà e vastità del patrimonio archeologico, storico, artistico e librario che ospita è lo specchio fedele ed eloquente della trimillenaria vita di una metropoli che ha visto avvicendarsi nella sua duplice sede, di volta in volta, Osci, Etruschi, Sanniti, Romani, Longobardi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli e così di seguito. La sua storia è legata, fra gli altri ai nomi di Spartaco e Annibale, Pandolfo Capodiferro e Pietro della Vigna, Cesare Borgia ed Ettore Fieramosca.
I reperti che accoglie, monumenti e documenti di preziosità incalcolabile, sono stati illustrati negli ultimi secoli da studiosi di prim'ordine da Michele Monaco ad Alessio Simmaco Mazzocchi, da Gabriele Iannelli a Teodoro Mommsen, da Julius Belloch a Jaques Heurgon ad Amedeo Maiuri, e sono tuttora oggetto di acute ed accurate indagini da parte di personalità culturali di alta qualificazione scientifica.
Il Museo è ospitato nello storico palazzo Antignano la cui fondazione risale al IX secolo ed incorpora le vestigia di San Lorenzo ad Crucem, una chiesetta di età longobarda nel sito di uno dei tre Seggi nobiliari della città. L'edificio vanta lo splendido portale durazzesco-catalano che reca incastonati gli stemmi degli Antignano e d'Alagno.
II 9 settembre 1943 un violento bombardamento aereo si abbattete su Capua riducendola un ammasso di rovine. II Museo seguì le sorti di molti altri edifici rasi al suolo, fortunatamente tutte le collezioni erano state preventivamente messe al sicuro e custodite dal Direttore, Luigi Garofano Venosta, e così potettero essere salvate.
II faticoso e lungo lavoro di ricostruzione iniziato nel 1945 fu portato al termine nel 1956 epoca nella quale si riaprirono al pubblico le nuove sale nelle quali le collezioni furono sistemate con i più moderni criteri museografici tali da rendere il Museo Campano tra i più importanti d'Italia e tra i più notevoli d'Europa.
II nuovo ordinamento venne attuato dal Prof. Raffaello Causa per la sezione medievale e moderna, e per quella archeologica dai Proff. Alfonso De Franciscis e Mario Napoli.
II Museo è diviso in due reparti: Archeologico e Medievale con annessa un'importante Biblioteca; occupa 32 sale di esposizione, 20 di deposito, tre grandi cortili, un vasto giardino.

Distretto Turistico Caserta: Museo Campano di Capua   Distretto Turistico Caserta: Museo Campano di Capua
 

Il Museo vivente delle Madri (a cura) di Pasquale Iorio, Editore Rubbettino 2020

Il monumento più significativo della civiltà italica
Come ha sottolineato Francesco di Cecio (architetto, già Presidente CdA) nella sua presentazione, il progetto editoriale curato da Pasquale Iorio ed edito da Rubbettino, con la nuova pubblicazione che esce in questi giorni, si inserisce tra le varie iniziative per la valorizzazione ed il rilancio del nostro Museo Campano oltre i confini nazionali, che ci può aiutare a far conoscere ed apprezzare i tesori di arte e di storia che qui sono contenuti.
Questo obiettivo viene favorito grazie all’apporto ed alla collaborazione di autorevoli esperti di storia dell’arte e di beni culturali (come i docenti di varie università: da Eva Cantarella a Nadia Barrella, da Carlo Rescigno a Luigi Carrino, da Fulvio Delle Donne a Florindo Di Monaco alla ex direttrice Maria Luisa Nava).
Molto interessanti risultano anche i contributi di varie persone del mondo della scuola e delle associazioni (come la prof.sa Daniela Borrelli, l’ex sindaco di Castel Volturno Mario Luise, lo scrittore Vittorio Russo, la presidente di Italia Nostra Maria Rosaria Iacono, Nicola Terracciano, Amalia Galeone, Luigi Fusco, Daniela e Gianluca De Rosa, l’ex direttore Mario Cesarano, Pietro di Lorenzo ed Alfredo Fontanella, il presidente di Aislo Stefano Mollica ed il musicista Lello Traisci. Tante personalità che a vario titolo amano il nostro monumento, a cui sono legate per le loro attività di studio e di promozione, che vengono promosse e realizzate negli spazi e nelle prestigiose sale espositive.

Caserta Turismo: copertina del libro Il Museo vivente delle Madri (a cura) di Pasquale Iorio, Editore Rubbettino 2020

Il volume rappresenta anche un omaggio al monumento e si inserirà nell’ambito delle manifestazioni per i 150 anni della fondazione dello stesso Museo, che decorre il 2 maggio 2020 (solo per inciso ricordiamo che nello stesso anno venne costituito anche un altro prestigioso museo: il Metropolitan Museum di New York). Nelle prime due parti sono raccolti scritti e testimonianze che ricostruiscono la storia del monumento e si soffermano sul suo valore educativo, di apprendimento permanente, di testimonianza di una civiltà e di memoria storica.
Il Museo Provinciale Campano di Capua, fondato dal canonico Gabriele Iannelli nel 1870 ed inaugurato nel 1874 con un mirabile discorso dell’Abate Luigi Tosti, è uno dei tesori più preziosi del patrimonio culturale della Provincia di Caserta. È stato definito da Amedeo Maiuri, tra i maggiori esperti dell’archeologia campana, “il più insigne della civiltà italica della Campania”, regione a cui Capua ha dato il nome.
Il prestigioso monumento, di proprietà della provincia di Caserta, che sotto la guida del presidente Giorgio Magliocca ha avviato un importante progetto di valorizzazione, è ospitato nello storico palazzo Antignano la cui fondazione risale al IX secolo. Nella varietà e vastità del patrimonio archeologico, storico, artistico e librario che ospita vi è lo specchio fedele ed eloquente della millenaria vita di una metropoli che ha visto avvicendarsi nella sua duplice sede, di volta in volta, Osci, Etruschi, Sanniti, Romani, Longobardi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi, Spagnoli e così di seguito. I reperti che accoglie, di valore incalcolabile, sono tuttora oggetto di acute ed accurate indagini da parte di personalità culturali di alta qualificazione scientifica.
Come è ben descritto nella parte di documentazione del volume, iI Museo è diviso in due reparti: Archeologico e Medievale con annessa un'importante Biblioteca; occupa 32 sale di esposizione, alcuni depositi, tre grandi cortili, un vasto giardino. A sinistra del cortile (dalla V alla IX sala) è ospitata la collezione delle "Madri", la più singolare e preziosa del

Museo Campano, tra le più rare che musei italiani e stranieri possano vantare. Nell'anno 1845, in prossimità dell'antica Capua, vennero alla luce i resti di una grande ara votiva con fregi architettonici, iscrizioni in lingua osca e statue in tufo. Dal 1873 al 1887 emerse dagli scavi archeologici un numero considerevole di statue in tufo che riproducono quasi tutte una donna seduta con uno o più bambini tra le braccia.
Ad avvalorare la tesi che nel luogo dei ritrovamenti fosse esistito un tempio vi fu il fatto che tra le sculture solamente una differiva dalle altre per la spiccata sua impronta ieratica: invece di reggere neonati tra le braccia aveva nella mano destra una melagrana e nella sinistra una colomba, simboli della fecondità e della pace. Quella sola, dunque, doveva rappresentare la dea tutelare del tempio dedicato alla maternità. La dea era la Mater Matuta, antica divinità italica dell'aurora e della nascita e le "madri" rappresentavano "ex voto": offerte propiziatorie ed espressioni di ringraziamento per la concessione del sommo bene della fecondità. A questi autentici tesori, unici al mondo, dell’arte antica è dedicata la parte terza del volume, con il capitolo “Adotta un madre. Le radici del futuro”
Nella sala dei mosaici spicca il "coro sacro", proveniente dal Tempio di Diana Tifatina (Sant'Angelo in Formis), di epoca Costantiniana (III secolo D.C.).. Alla collezione vascolare appartengono vasi di ogni genere ed epoca, provenienti da zone differenti di sviluppo della cultura osco-campana e delle altre culture ivi attive nei secoli. Un’altra collezione imponente del museo é rappresentata dalla raccolta di terrecotte, di cui la maggior parte del VI-V secolo a.C., epoca della cultura italiota campana. Il reparto medievale conserva infine sculture dell'epoca di Federico II di Svevia, tra le quali i resti della monumentale Porta Roma in Capua (1234-1240).
Va segnalato che in alcuni saggi viene ricostruito il legame stretto del Museo Campano, della scelta di insediarlo a Capua con la storia e le radici antiche della città, che è stata teatro e protagonista di tante vicissitudini, lotte e vittima di invasioni. Così come sono ragguardevoli le ricostruzioni di alcune figure mitiche che risalgono alle origini della nostra civiltà, come quelle del dio Volturno, delle Matres fino all’epoca medioevale di Federico II di Svevia.

Avviso. Per superare le difficoltà della distribuzione in questa fase difficile, il libro può essere acquistato in alcune librerie di Caserta (Feltrinelli – Giunti al Punto e Pacifico), di Capua presso Cose d’Autori e di S. Maria CV da Spartaco, inoltre si può trovare anche nell’edicola di Caserta c.so Trieste (nei pressi della Feltrinelli).
Si possono fare degli ordinativi anche direttamente al curatore Pasquale Iorio (cell. 3382307279), oppure per email: pasqualeiorio46@gmail.com e sulla sua pagina FB.

 

Gli ex voto femminili per propiziarsi la dea dell'aurora e della nascita

«Il museo vivente delle Madri», a cura di Pasquale Iorio (Rubbettino), racconta la storia di un luogo da scoprire di Valentina Porcheddu

Racconta Mario Cesarano - già direttore del Museo Campano provinciale di Capua – di aver chiesto una volta a una coppia di visitatori provenienti da Madrid come avessero appreso dell'esistenza del museo. I due giovani risposero che a spingerli fin lì era stato il desiderio di conoscere i luoghi che esaltarono le imprese di Spartaco.
In realtà, avevano confuso Santa Maria Capua Vetere - l'antica Capua, dove si trovano i resti dell'anfiteatro in cui verosimilmente si esibì il celebre gladiatore e condottiero trace - con l'attuale città di Capua, sorta in età longobarda sull'insediamento romano di Casilinum.
Questo aneddoto è contenuto nel volume Il museo vivente delle Madri (Rubbettino, pp. 246, euro)
16), a cura di Pasquale Iorio, nel quale sono riuniti numerosi interventi volti - come spiega il sottotitolo - alla valorizzazione del «monumento più significativo della civiltà italica».
Non inserito nei circuiti turistici che toccano i grandi attrattori del territorio di Caserta- l'Anfiteatro romano di Capua Vetere, la Reggia Vanvitelliana e il Real sito di Carditello - anche prima dello scoppio della pandemia il Museo Campano ha visto diminuire gli accessi, fermandosi nel 2019 a novemila visitatori.
Lo stato di abbandono in cui versa è da attribuirsi alla legge n. 56/2014, cosiddetta Delrio, che ha sottratto alle province le competenze in materia di cultura senza però individuare le amministrazioni preposte alla gestione finanziaria.
Subentrata come ente-guida, la Regione ha dal canto suo provveduto unicamente alle spese del personale, ormai ridotto a poche unità. In occasione del 150esimo anniversario dalla fondazione del museo (1870-2020), il libro curato da Iorio ha dunque l'obiettivo di sollecitare il Mibact e le istituzioni locali al rilancio di un polo culturale dalle indubbie potenzialità.
Ospitato nel quattrocentesco palazzo Antignano, al quale - dopo i bombardamenti della Seconda guerra mondiale - sono stati affiancati i locali dell'ex monastero della Concezione risalente al XVIII secolo, il Museo Campano occupa 5mila mq di esposizione e consta di 32 sale divise in due sezioni (archeologica e medievale).
A queste si aggiungono una biblioteca con oltre 70mila testi - pergamene, manoscritti, carte geografiche e prime edizioni a stampa di notevole pregio - nonché un'emeroteca e un archivio storico-topografico.
Le sculture superstiti dell'imponente Porta di Capua (o Porta delle due torri, realizzata per volere di Federico II di Svevia tra il 1234 e il 1239) e il Lapidario Mommsen, la più grande raccolta di iscrizioni antiche dell'Italia meridionale dopo quella del Museo archeologico nazionale di Napoli, sono tra i principali punti di interesse del museo. Ma il fiore all'occhiello è rappresentato dalla collezione delle Matres, centocinquanta statue di donne sedute in trono, le quali tengono fra le braccia neonati in fasce. Alcune arrivano a stringere dodici infanti mentre altre sono ritratte nel gesto di allattare. Le solenni e tenere figure femminili scolpite nel tufo provengono da uno scavo clandestino iniziato nel 1845 nei pressi della Porta dell'antica Capua e proseguito in maniera ufficiale tra il 1873 e il 1887. Le indagini archeologiche in quella che fu riconosciuta come un'area a valenza sacrale, provocarono inizialmente la dispersione dei reperti tra Amsterdam e Berlino, per poi portare all'integrazione delle singolari opere nel Museo Campano.
Datate all'incirca tra VI e II secolo a.C., le madri simboleggiano degli ex-voto, offerte propiziatorie e espressioni di ringraziamento rivolte a una dea che gli studiosi identificano quasi all'unanimità con la Mater Matuta, antica divinità italica dell'aurora e della nascita. Oltre a narrare la storia del museo e a descriverne le collezioni, il libro raccoglie le esperienze di valorizzazione condotte dal dipartimento di lettere e beni culturali (Dilbec) dell'università della Campania, dalle scuole e dal Touring Club Italiano (Tci).
Non mancano, infine, alcune proposte per il futuro. Se la necessità di creare una rete territoriale che favorisca l'inserimento del museo nel circuito dei grandi attrattori è condivisibile, l'impiego dei volontari del Tci per supplire alla mancanza di organico è una pratica fortemente avversata dalle sigle associative che rappresentano gli archeologi, in quanto lesiva della professionalità di quest'ultimi.
Anche l'auspicato intervento dei privati che, secondo Iorio, favorirebbe lo sviluppo di una gestione efficiente e fruttuosa non sembra potersi configurare come una soluzione priva di insidie.
Le chiusure dei luoghi della cultura durante l'emergenza sanitaria hanno infatti rivelato i limiti delle concessioni ai privati, beneficiari quasi esclusivi dei proventi della bigliettazione, a detrimento della funzione pubblica del patrimonio.
Riportare il «Museo delle Madri» nella sfera dei beni comuni dovrebbe essere l'unica strada, per quanto irta, da intraprendere. Intanto, qualche giorno fa è stato annunciato il nuovo Cda - tutto al femminile - del museo, che sarà presieduto da Rosalia Santoro.

La collezione delle «Matres» conta su 150 statue di donne in trono con infanti tra le braccia

** Tratto da Il Manifesto del 6 febbraio 2021

 

AA.VV., Il museo vivente delle madri, a cura di P. Iorio, Soveria Mannelli (Catanzaro), Rubbettino, 2020, pp. 244.

Il Museo vivente delle Madri, con il sottotitolo Il monumento più significativo della civiltà italica (come lo definì Amedeo Maiuri). Proposte e progetti per la sua valorizzazione, edito dall’editore Rubbettino, è stato curato da Pasquale Iorio. La Presentazione è di Francesco de Cecio, l’Introduzione è dello stesso curatore Pasquale Iorio, il volume raccoglie saggi di ben 27 autori, di diversa cultura, disciplina e professionalità. Il testo è diviso in tre parti: la prima Il Museo. Tra storia e socialità, la seconda Il Museo per apprendere sempre, la terza Adotta una madre. Le radici del futuro; chiude il volume la sezione Storia e documenti, nella quale sono riproposti dei Cenni storici sul Museo Campano di Capua e la Storia e descrizione delle sale e delle mostre, attualmente presenti nelle diverse sale, ben XXXII, di esposizioni.
I diversi saggi, di notevole qualità per l’argomentazione trattata dai vari autori, si propongono tutti un obiettivo comune quello della valorizzazione di un bene museale qual è il Museo Campano di Capua, che per la quantità, vastità e qualità, di materiale archeologico, storico, artistico e librario che ospita, ha un immenso e incalcolabile valore culturale, che dovrebbe essere conosciuto da un più vasto pubblico, che ne potrebbe apprezzare i tesori conservati ed esposti nelle diverse sale e cortili che compongono il complesso museale. Pasquale Iorio, nella sua Introduzione sottolinea che bisognerebbe «mettere in campo progetti, eventi ed iniziative ben più consistenti per cercare di rendere il monumento più “attrattivo” all’interno dei vari itinerari turistici e cultuali di Terra di Lavoro» (p. 12).
La parte prima della raccolta si apre con il saggio dell’archeologo Gianluca De Rosa; che si sofferma ad analizzare Il Lapidario Mommsen attraverso le collezioni epigrafiche conservate nel museo; iscrizioni osche, greche ma soprattutto latine e sulle numerose tipologie di manufatti quali: lastre, altari, are, pietre miliari, stele funerari qui conservate e provenienti dagli scavi eseguiti in provincia di Caserta. Il secondo saggio è dello storico dell’arte Alfredo Fontanella, che con Il Sistema Museale Terra di Lavoro, sottolinea come, mentre in altre realtà regionali si sono costituiti sistemi e reti musali, nella nostra provincia «non si sono ancora attivate per la costituzione di sistemi museali» (p. 34), questo perché sono appesantiti da una burocrazia insostenibile e pertanto «rischiano di rimanere schiacciati» (p. 39). Amalia Galeone, storica dell’arte, analizza nel suo saggio La quadreria del museo Campano di Capua.
Dalle origini alla nuova esposizione, come sia difficile alcune volte rintracciare le opere di grandi artisti, che «menzionati nei documenti siano tutt’oggi presenti al museo, ma il loro riconoscimento risulta difficile a causa del precario stato conservativo e della genericità con cui è descritto il soggetto» (pp, 42-43), e di come «allo stato attuale manca uno studio sistematico stilistico ed attributivo di un numero considerevole di dipinti su tela e tavola ma anche di manufatti lignei» (p. 44). Luigi Iorio con Casilinum (per la via Latina) si sofferma a disegnare a grandi linee quella che è stata la storia dell’antica città romana di Casilinum, porto di Capua sul fiume Volturno, che ne ha eredito in parte la storia passata, usurpandone anche il nome. Nicola Terracciano, docente di storia e filosofia e preside, si è soffermato con il suo saggio Il Museo Campano e il Risorgimento italiano, su un’analisi dei decreti e della legislazione, che dopo l’unità d’Italia, fu emanata per l’istituzione del nostro museo archeologico. Anna Maria Troili e Pompeo Pelagalli con il saggio Il ruolo del TCI per salvare il monumento più insigne della civiltà italica, vogliono spronare i cittadini in generale ma soprattutto i Capuani in particolare, a comprendere bene come «un valore storico, monumentale e culturale immenso e unico e tutti i Nostri Tesori non devono essere perduti e oscurati, compreso lo scrigno prezioso del Museo Campano» (p.72).
La seconda parte del volume si apre con il saggio della professoressa universitaria Nadia Barrella, Beni culturali e sviluppo locale, la studiosa si sofferma sulla «scarsa presenza di strategie pensate con e per la popolazione residente in grado di consentire una reale riappropriazione del patrimonio culturale, riappropriazione che è determinante ai fini della buona riuscita di qualsiasi azione di sviluppo locale e sostenibile» (p. 77) e di come sia importante per la nostra provincia «giungere alla realizzazione di un modello informativo territoriale che possa raccogliere le competenze già acquisite circa il patrimonio culturale dei territori prescelti» (p. 78), questo per creare «le giuste opportunità per l’inserimento nel mondo del lavoro di nuove professionalità formate e indirizzate in modo specifico al terziario avanzato di natura culturale e turistica» (p. 79).
Daniela Borrelli, docente di latino e greco, con il saggio Scuola e territorio: Museo Campano e Liceo Classico “Pietro Giannone” di Caserta, illustra il progetto POR Campania 2013-187, seguito dai propri allievi, che aveva come finalità «di valorizzare le collezioni archeologiche, in particolare le raccolte epigrafiche conservate nella Sala Mommsen e nei cortili interni, attraverso una serie di attività di stage all’interno dell’istituzione museale e non solo, per la durata all’incirca di quattro mesi» (p. 85), la meraviglia degli studenti era tale che molte volte chiedevano agli esperti che li seguivano «perché un patrimonio di tale valore fosse così poco conosciuto» (p. 91). Il professore Luigi Carrino, ordinario di Tecnologie e Sistemi di Produzione dell’Università Federico II di Napoli, nel suo saggio Le radici del futuro, racconta del come e perché, nel 2018, volle riunire il Consiglio di Amministrazione del Distretto Aereospaziale della Campania proprio nel Museo di Capua, perché come lui stesso asserisce: «solo i territori dove esiste ricchezza culturale, qualità della vita e apertura verso le minoranze sono in grado di attirare talenti e nel contempo solo la presenza di talenti consente la presenza di industria high-tech su cui si basa lo sviluppo dell’economia della conoscenza» (p. 100) ecco perché se il Distretto Aereospaziale campano «vuole rafforzarsi deve trovare un’alleanza strategica con gli “animatori” culturali del territorio, come il Museo Campano» (p. 101).
Fulvio Delle Donne, Professore di letteratura Latina, Medioevale e Umanistica dell’Università della Basilicata, nel suo saggio La sala Federiciana del Museo Campana, ci descrive quello che è conservato nel museo dell’antica Porta di Capua fatta erigere dall’imperatore Federico II sul ponte del fiume Volturno tra il 1234 e il 1240. La Dottoressa Daniela De Rosa nel suo saggio si sofferma su La collezione Egizia del Museo Campano Provinciale di Capua, donata alla fine dell’Ottocento al Museo capuano dal medico milanese, ma di adozione napoletana, Paolo Panceri. Il bel saggio di Pietro di Lorenzo si sofferma su Gli strumenti musicali raffigurati nelle opere d’arte del Museo Campano, dagli antichi strumenti descritti, suonati dagli angeli, sembra ascoltare l’armonia e il suono che emanano ancora dopo i tanti secoli trascorsi. Luigi Fusco, invece ci descrive nel suo saggio La Tela della Madonna in trono con Bambino e santi della Pinacoteca del Museo Campano, donata dal nobiluomo aversano Gabriele De Mastrillis al re di Napoli Alfonso II nel 1440.
Maria Rosaria Iacono nel suo breve articolo Per la tutela dei musei, critica la riforma Delrio, che «ha sottratto alle provincie le competenze in materia di cultura senza però individuare le Amministrazioni chiamate a subentrare nella gestione amministrativa e finanziaria del notevole patrimonio culturale detenuto da questi enti, con la clausola: “senza nuovi e maggiori oneri per la finanza pubblica”» (p. 125). L’archeologa Maria Luisa Nava con la pubblicazione dell’articolo Per il futuro del Museo Campano, si sofferma sul rilancio del Museo a partire da una inventariazione e catalogazione di materiale ancora inedito, questo perché «la funzione principale del Museo è quella di essere al servizio della società e dal suo sviluppo: è, dunque, un’istituzione che persegue uno scopo essenzialmente educativo, attraverso la ricerca, la conservazione e la comunicazione dei contenuti culturali delle proprie raccolte» (p. 130). Carlo Rescigno, professore di archeologia classica dell’Università L. Vanvitelli, con Il Museo Provinciale Campano di Capua ci descrive come è stato costituito il fondo delle Mater Matutae.
La Parte Terza si apre l’articolo Le Matres. Chi le vede non le dimentica di Eva Cantarella, che si sofferma sulla forte suggestione che le Mater sanno suscitare sul visitatore. L’incanto che le maestose Mater sanno suscitare, perché raffigurano i volti delle donne campane, è sottolineato anche in Un inquieto e ambiguo destino di Luisa Cavaliere. Gli articoli: Le Matres Matutae. Le misteriosi e affascinati statue matronali di tufo di Mario Cesarano, ex Direttore dello stesso museo capuano, Il Museo Campano di Capua: alla scoperta delle Matres Matutae di Elisabetta Colangelo; La donna della preistoria di Florindo Di Monaco, Le Matres Matutae di Capua di Stefano Mollica, si soffermano tutti sulla collezione della Mater conservate nel Museo, tutti tentano di dare una spiegazione, quanto più razionale possibile, al mistero delle antiche divinità femminili venerate in epoca preistorica, il cui culto è sopravvissuto fino alla religione politeista greca e romana.
In chiusura mi piace ricordare, che non sono pochi i miei concittadini che hanno contribuito alla stesura di questo volume con i loro lavori a partire proprio dalla foto di copertina, che riproduce un quadro dell’architetto Alessandro Ciambrone; l’intervento di Mario Luise, ex sindaco di Castel Volturno, con Il ritrovamento del dio Volturno, (pp. 57-8), il quale si sofferma sul suo impegno personale e sul contributo dato dal Comune di Castel Volturno per il restauro della bella testa inghirlandata di canne palustri della nostra divinità fluviale, conservata in un cortile del museo, la riproduzione del cui calco è ancora oggi posta nell’androne del nostro Palazzo comunale; il colto saggio di Vittorio Russo, Il Dio Volturno nella storia (pp, 59-62) e non ultimo la trascrizione delle parole della canzone Tammurriata delle Mater di Lello Traisci (p. 163).
Castel Volturno 27.02.2021
Alfonso Caprio

 

Al Presidente Provincia di Caserta

Al Direttore Museo Campano

Mi è capitato di leggere con interesse la seconda pagina del Nuovo dialogo interamente dedicata al Museo Campano, in cui vengono riportate le proposte del consigliere provinciale Lamberti per lo sviluppo di questa importante istituzione culturale di Terra di Lavoro.
A questa istituzione mi rivolsi nell’estate del 1981 quando lavorai, assieme all’Istituto campano per la Storia della resistenza per l’organizzazione del seminario: “Capua e Terra di Lavoro dal fascismo alla Repubblica”. Era una iniziativa che intendeva correggere un lavoro pregevole curato da Luigi Cortesi riguardante l’analogo periodo, che si presentava carente nella ricostruzione del ruolo svolto dagli antifascisti di Terra di Lavoro per abbattere il fascismo e conquistare la libertà. Le comunicazioni presentate da docenti e borsisti furono ritenute una utile base per l’ulteriore approfondimento di quel periodo storico, tant’è che l’amministrazione comunale di Capua decise di stampare gli atti del convegno. Purtroppo ancora si attende la pubblicazione. Questo riferimento mi permette di considerarmi tra quanti ritengono che il Museo Campano - la principale istituzione culturale della nostra Provincia - vada potenziata. Ora vedo con piacere avanzare interessanti proposte “per recuperare il Museo al ruolo di centro culturale vivo e vitale” dal consigliere B. Lamberti. Tra le quali vi è la proposta di “dedicare una sezione della biblioteca del Museo alla storia dei partiti politici e del movimento operaio e contadino in terra di Lavoro”. Su questa idea vorrei esprimere il mio parere.
La storia locale è trattata con sempre maggiore attenzione dai più qualificati ambienti universitari. In un recente congresso, svoltosi a Pisa nel dicembre del 1980, si è affermato che “storia generale e storia locale si identificano” quando questa “intende essere il riscontro in luoghi ed in ambienti determinati di problemi di carattere generale”. Questo è il caso dello studio dei movimenti politici e sociali, delle istituzioni in una provincia come la nostra. In questo modo non si fa del provincialismo, ma “storia totale di un determinato territorio”.
Stando così le cose, la proposta del consigliere Lamberti andrebbe meglio specificata. Ed è questo il motivo del mio intervento. Presso il Museo dovrebbe sorgere non tanto una biblioteca, quanto un archivio dei movimenti sociali e politici di Terra di Lavoro. Infatti è scarsa la produzione editoriale, molto più ampia è invece una “editoria minore” (dattiloscritti, ciclostilati, volantini, verbali di convegni e di riunioni, ecc.), che il più delle volte va perduta. Eppure in questa “editoria minore” c’è la traduzione delle politiche generali, c’è il giudizio di un determinato momento storico. C’è in sostanza l’originalità e la creatività delle politiche “locali” delle varie organizzazioni.
Per chi volesse ricostruire un episodio o un periodo determinato questa produzione diventerebbe una ricchezza inestimabile che assieme ai materiali delle emeroteche ed egli archivi di stato permetterebbe veramente di cogliere tutta la vivacità di una fase storica. Creare una sede capace di raccogliere ed ordinare il materiale via via prodotto significa non solo salvarlo dalla distruzione, ma dare vita ad una fonte inesauribile per i futuri ricercatori, evitare che la specificità dei vari gruppi sia appiattita in un giudizio generico e generale.
Molto materiale è già irrimediabilmente perduto. Penso ad esempio ai verbali del Comitato di Liberazione provinciali e locali. Eppure da li si potrebbe ricostruire la via attraverso cui si è andata costruendo la nuova democrazia postfascista. Penso ai programmi elettorali amministrativi. Eppure da li si potrebbe ricostruire il moto di intende delle varie forze politiche il ruolo degli enti locali. Penso a come si sono mosse le varie forze politiche e sociali nei confronti della Legge Stralcio della Riforma Agraria. E potrei continuare con altri esempi. Ma deve sempre essere così? È interesse di tutti i partiti, di tutte le organizzazioni economiche far si che le loro radici, la loro attività, non vadano distrutte, non scompaiano con i protagonisti, non vengano coperte dall’oblio.
Il Museo Campano può essere l’istituzione deputata a questo compito. Le generazioni future la considereranno un’opera meritoria perché potranno capire attraverso quali vie, quali idee, quali scontri, questa nostra e loro società è passata per diventale quella attuale. Per questo considero la proposta del consigliere Lamberti come una idea interessante da approfondire e discutere. Mi auguro che la affronterete anche voi con la dovuta serietà. Distintamente.

** Giuseppe Capobianco, 1982
** Intervento di G. Capobianco nel convegno “Capua e Terra di lavoro dal fascismo alla Repubblica” – Capua 30 giugno 1981

 
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