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I tesori nascosti

A cura di Pasquale Iorio
 

San Pietro in Aquariis: una piccola chiesetta dalla storia turbolenta

All’interno della parte bassa del borgo medievale di Teano, una piccola chiesetta si erge quasi a dominare l’intero quartiere. Si tratta della chiesa di San Pietro in Aquariis, le cui origini risalgono ai tempi della Teano romana. Essa, infatti, fu innalzata su un probabile tempio pagano, le cui strutture in opera reticolata erano visibili fino agli anni ’90 e successivamente obliterate dai lavori di restauro dell’edificio cristiano. Nonostante ciò, lo stesso basamento su cui è costruita la chiesa fa ben comprendere come l’intera zona sia stata fortemente influenzata dalle sopravvivenze romane, con un terrazzamento in blocchi di riuso circondato su tre lati da una viabilità che riprende fedelmente quella antica. La data della fondazione della chiesa non si conosce, tuttavia è certa la sua esistenza nel XIV secolo in quanto nominata in un inventario della chiesa di S. Salvatore. Ignota è l’origine del titolo "in Aquariis".
L’unica fonte a noi giunta è la Sacra Visita del vescovo Giordano, della metà del ‘700, nella quale il monsignore afferma che sono tre le ipotesi al riguardo: il titolo potrebbe derivare o dalle molte acque che scorrono in zona, o dalla presenza di una fontana nel vestibolo, rimossa nel ‘700, o dalla famiglia De Aquariis che viveva in uno dei palazzi intorno. Allo stato attuale, abbiamo elementi sufficienti per poter risolvere questo enigma? Purtroppo la risposta è no, tuttavia l’unica certezza che abbiamo è il forte legame esistente con l’acqua sia per la presenza del vicino ninfeo al di sotto del convento di S. Caterina, sia per l’esistenza di tratti dell’antico sistema fognario romano al di sotto di alcuni palazzi adiacenti alla chiesa. L’edificio vero e proprio risale a prima del XIV secolo, così come il campanile, e si presenta come un’aula unica terminante con un’abside. Della fase gotica dell’edificio si conservano i resti del porticato sulla facciata, originariamente ad archi ogivali e volte a crociera, il rosone, una monofora presso la sagrestia e il campanile.
Quest’ultimo è un campanile romanico a base quadrata in materiale di spoglio e tufo grigio, sopra al quale vi sono due piani su cui si aprono, lungo i quattro lati, bifore divise da colonnine sormontate da pulvini. Il campanile termina con la classica cuspide di metallo. Le informazioni storiche sulla chiesa sono poche. Nel 1539 la chiesa e i suoi beni vennero ceduti alla parrocchia di S. Maria a Maiella (oggi S. Maria delle Grazie) presso Porta Rua, per poter costruire uno xenodochio (uno ospizio per i forestieri); nel 1566 il vescovo Nichesola unì le rendite della parrocchia di S. Nicola dei Greci con quelle di S. Pietro in Aquariis (la chiesa di S. Nicola entrò poi a far parte del complesso monastico di S. Caterina). Fu a partire dal 1590 che iniziarono i veri problemi. Fino ad allora, infatti, gli amministratori dello xenodochio erano nominati dall’Università (cioè dal Comune dell’epoca). A partire dal 1590, il vescovo Serafino unì l’ospizio con la sacrestia della Cattedrale innescando una guerra a colpi di denunce e carte bollate tra la Curia e l’Università, guerra che terminò con una vittoria "temporanea" dell’Università.
Nel 1597, il Vicario Apostolico Villano riuscì nell’impresa di far annettere l’ospizio alla Curia, togliendolo al controllo dell’Università, tuttavia fu solo sotto il vescovo De Guevara, nel 1633, che si riuscì a mettere in pratica il decreto apostolico. In seguito alla decimazione causata dalla peste, alla Parrocchia di S. Pietro in Aquariis venne annessa quella della perduta chiesa di S. Onofrio (ancora non individuata con precisione). Nonostante la parrocchia fosse molto povera, al punto da non poter avere né un fonte battesimale né l’eucarestia, ci furono diversi interventi di restaurazione che trasformarono la chiesa adeguandola al gusto estetico del seicento. Risale probabilmente a quel periodo la demolizione del porticato e la costruzione dell’attuale portale d’ingresso, sul cui architrave vi è posta l’iscrizione dedicatoria "Ianitori Positu(m), Cuius Obtutu Potius Pateat". L’interno venne decorato con nuovi affreschi che andarono a sostituire quelli del quattrocento (questi ultimi sono ancora oggi visibili nell’intradosso dell’arco a sinistra dell’ingresso) e vennero restaurati, lungo le pareti, quattro altari e due nicchie. Nella sagrestia venne realizzata una piccola cappella, la cui decorazione è ancora oggi visibile (seppur fortemente danneggiata).
Riuscire a ricostruire l’apparato decorativo interno prima del degrado che ha distrutto tutto è quasi impossibile, tuttavia grazie alla descrizione di mons. Giordano, a qualche rara foto storica e alle foto degli ultimi anni si può provare a identificare alcuni altari e la loro posizione. I quattro altari risalgono ad un periodo precedente al ‘600 e subirono trasformazioni che modificarono il titolo di alcuni. Sulla sinistra di chi entra, vi era un altare ignoto e l’altare dei Santi Antonio Abate e Antonio da Padova; sulla destra vi sono due altari ignoti. In tutti i casi sono assenti gli altari marmorei e gli arredi.
Altare ignoto: cornice semplice con arco a tutto sesto, presenta decorazioni a motivi vegetali lungo la faccia interna della cornice. In origine doveva essere simile al suo "gemello" di fronte, con due figure di santi posti ai lati di uno spazio vuoto che doveva contenere la tela/pala con la raffigurazione del santo titolare della cappella.
Altare dei SS. Antonio Abate e da Padova: cornice modanata con arco a tutto sesto sormontata da stemma nobiliare. Lo spazio interno presenta un grande affresco in cui i due santi sono raffigurati uno accanto all’altro all’interno di quello che sembra un edificio religioso sormontato da una cupola.
Probabile ex altare, stilisticamente simile ai due precedenti, trasformato successivamente in una nicchia a tempietto in stile neoclassico. La decorazione originale è andata perduta.

Lato destro:
Altare ignoto: cornice semplice con arco a tutto sesto, presenta rare tracce di decorazione a motivi vegetali lungo la faccia interna della cornice. Lo spazio interno è decorato da due figure di sante (S. Agata e una santa ignota in quanto il nome è quasi del tutto cancellato) poste ai lati di una cornice modanata al cui interno doveva essere la tela/pala del santo titolare della cappella. Al di sopra vi è la raffigurazione de martirio di una santa, probabilmente Santa Lucia, all’interno di una cornice ovale posta tra due puttini. La presenza di tale raffigurazione e di Sant’Agata porterebbe a identificare l’altare con quello di Santa Lucia, noto dalle fonti.
Altare ignoto: cornice modanata con arco a sesto acuto sormontata da stemma nobiliare. Lo spazio interno, privo di decorazioni, presenta una nicchia con cornice a foglie sormontata da una colomba. L’assenza di qualsiasi elemento rende impossibile riconoscere il santo titolare dell’altare.
Probabile ex altare, stilisticamente simile ai precedenti, trasformato successivamente in nicchia a tempietto in stile neoclassico. Della decorazione resta solo la raffigurazione della colomba nella volta superiore.
Le nicchie in alto accanto all’abside sono decorate con la classica decorazione a conchiglia sulla volta interna, al centro una fascia imitante un elemento architettonico e nella parte inferiore resti di angeli ai due lati. All’interno sono esposte le statue di San Pietro e del Sacro Cuore di Gesù . Per quanto riguarda la fase precedente al ‘600, sappiamo che uno degli altari (Immacolata Chiesa di S. Pietro, affresco Concezione o Madonna del Carmelo) era dedicato alla Pietà e probabilmente risale a questa fase la foto in b/n di una tavola lignea raffigurante la "Pietà" trovata nell’Archivio Diocesano di Teano. Tramite una porta, sulla sinistra, si accede alla sagrestia, che corrisponde allo spazio tra due muri semicircolari che formano l’abside (la conformazione ricorda, seppure con le dovute differenze, la pianta della chiesa di San Benedetto, facendo sorgere il dubbio circa la forma originale della chiesa "paleocristiana"). Lungo il lato nord orientale della sagrestia venne realizzata una piccola cappella, con una volta decorata in stile neoclassico identica alle volte delle cappelle di diverse chiese di Teano, sulla cui parete vi sono i resti di un affresco raffigurante la Madonna con Bambino. Potrebbe trattarsi dell’altare della Madonna del Carmelo noto dalle fonti.
Questo settore della chiesa faceva parte dell’originale fase edilizia del complesso in quanto è ben visibile la presenza di una monofora strombata (una delle poche superstiti a Teano), tamponata in seguito alla realizzazione della cappella. Lungo la parete circolare dell’abside sono visibili poche tracce della decorazione originale. Le varie fasi edilizie, le sovrapposizioni di decorazioni differenti, l’orientamento leggermente "deviato" della chiesa rispetto al basamento esterno lasciano supporre che l’edificio abbia subito numerose modifiche che rendono quasi impossibile riuscire a ricostruire perfettamente la forma della chiesa nel corso delle diverse epoche.
Oggi la chiesa è sconsacrata ed adibita a sala per manifestazioni ed eventi. Nonostante i danni provocati dall’incuria, ancora oggi la chiesa ha un importante valore dal punto di vista turistico in quanto il suo ricco repertorio decorativo, seppure fortemente eroso, la rende una delle poche chiese di Teano in cui si può avere idea dei fasti di un tempo ormai lontano.

Danilo Raimondi - 13 maggio 2019 – Agora del sapere

 
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