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I tesori nascosti

A cura di Pasquale Iorio
 

Storia del Castello di Maddaloni

Kastrum di Meta Leonis, da identificare con il Castello di Maddaloni (fortificazione) nel quale risiedeva in forma stabile o provvisoria un'unità dell'esercito Romano come per esempio una legione. Il Castello situato nella città di Maddaloni, citata, tra le ipotesi accretidabili alle sue origini, al tempo dei Romani, con il nome di Meta Leonis, ovvero a forma di leone, sembra a causa di un masso di tale forma sito nei pressi.
Il Castello già esistente nel II secolo a.C., risalente al periodo normanno, venne citato da Tito Livio nell'opera "Ab Urbe condita libri" quando, nel raccontare i fatti annibalici, lo storico latino, nel passaggio dalla via Sannitica verso Calatia, cita un Kastrum, da identificare con il Castello di Maddaloni (fortificazione) nel quale risiedeva in forma stabile o provvisoria un'unità dell'esercito romano come per esempio una legione.
La città di Calatia sorgeva tra il confine degli attuali Comuni di Maddaloni e di San Nicola la Strada, lungo la via Appia. fondata probabilmente intorno all'VIII secolo a.C. durante l'età del ferro dell'Europa centrale. Essa si estendeva su una superficie di dodici ettari di terreno, mentre tutto il perimetro fuori le mura abbracciava un vasto territorio di circa sessanta ettari. Difficile ricostruire le sue origini e conoscerne la storia, in quanto, purtroppo, risulta ormai del tutto distrutta e pochissimi sono i documenti che la citano.
Gli storici del passato hanno spesso confuso la Calatia della via Appia con la Caiatia di oltre Volturno, situata nell'attuale Caiazzo. L'origine di Calatia era campana, e precisamente osca, mentre quella di Caiatia era sannita. Tale errore era stato generato soprattutto dal Cluviero che faceva fare addirittura un lungo giro alla via Appia per passare da Caiazzo.
Già Camillo Pellegrino intuiva l'errore topografico del Cluviero e ne segnalava l'incoerenza nella lettura delle fonti e il mancato riscontro dei luoghi, per cui egli riaffermava l'esistenza di due centri diversi e, a partire dalla testimonianza della Tavola Peutingeriana, proponeva la corretta ubicazione della Calatia a sud del Volturno. Fu Theodor Mommsen a definire chiaramente la distinzione e a recepire gli studi locali tra cui quelli di Francesco Daniele che chiaramente individuava due città diverse.
La città Calatia, è nota perché venne menzionata dai cronisti romani durante le guerre sannitiche. Strabone nomina due volte Calatia (libri V e VI), ponendola sempre sulla Via Appia insieme a Caudio, Capua, Casilino e Benevento. Allo stesso modo, Appiano Alessandrino III (II secolo d.C.) pone Capua tra i due centri di Calatia e Casilino (l'odierna Capua). Tito Livio, poi, nomina Calatia per la prima volta a proposito della seconda guerra sannitica (327-321, 316-304). Nel 211 a.C. alla caduta di Annibale Roma la riconquistò e la punì trasformandola in una "civitas sine suffragio" e la città venne dichiarata "ager publicus". I capi della rivolta vennero esiliati e giustiziati. Da questo momento cominciò il suo declino. Solo nel 59 a.C. Giulio Cesare la trasformò in una colonia di veterani a cui donò i terreni circostanti.
Nell'epoca imperiale venne iscritta insieme a Capua, Atella e Acerra nella "Tribus Falerna" avendo acquisito nuovamente i diritti civili. La città riacquistò una certa importanza come sede episcopale ma venne sistematicamente saccheggiata dai Saraceni fino ad essere distrutta definitivamente nell'880 d.C. I cittadini si rifugiarono in buona parte nelle alture di Maddaloni, mentre il vescovo e il clero si spostò a Casertavecchia.

Il decumanus maximus
La città sorgeva sull'attuale strada che collega San Nicola la Strada a Maddaloni che riprende il tracciato della Via Appia antica. Ci si accorge, ad un certo punto, che la strada curva bruscamente lì dove ci sono i frammenti di mura detti il torrione, ai confini col comune di San Nicola la Strada. La strada corre poi diritta per circa 500 metri e quindi ricurva di nuovo bruscamente all'altezza di una cappellina denominata "Villa Galazia", diventando un rettilineo che va diritto fino a Maddaloni.

Cinta muraria
I resti di mura sono ciò che rimane dell'antica cinta muraria posta a nord-ovest verso Capua su quello che doveva essere il decumanus maximus. Le mura hanno una parte di età sannitica formata da grossi blocchi di pietra tufacea in opus quadratum e una parte di età sillana in opus quasi reticulatum all'esterno e opus incertum all'interno.
Il Castello simbolo della città, domina da ogni strada della cittadina. Risale al periodo normanno, fu costruito per la sua posizione strategica. L'edificio è situato a 170 metri sul livello del mare, ha una forma irregolare e nel corso degli anni ha subito molte trasformazioni, che si possono notare ancora oggi. Il complesso della fortificazione è sviluppato intorno alla grande torre rettangolare che è alta più di venti metri. Essa si sviluppa su due livelli: il primo è composto da due stanzoni, separati da un muro centrale, traforato da due archi a tutto sesto, che mantiene le due volte a botte; il secondo è formato da un unico ambiente, attualmente scoperto, ma tempo fa coperto da una volta a crociera. Il castello ha una connotazione molto più remota, età romana, infatti Tito Livio ne fa menzione negli "Annales" quando parla dell'attestazione di Annibale alle spalle del Castello di Magdalo (Storia della città del De Sivo). Un riferimento esplicito alla sua esistenza risale solo all'anno 1099, citato come "Castrum Kalato Maddala".
Intorno all'VIII secolo fu rafforzato nelle sue difese dalla Torre superiore piccola, detta anche Castelluccio: essa fu costruita allo scopo ben preciso di rispondere alla funzionalità difensiva del borgo, allungando lo sguardo non solo sulla vasta piana di Terra di Lavoro, ma anche verso le colline del Sannio. Il borgo di Maddaloni nel corso del tempo acquistò sempre più importanza e proprio il castello fu oggetto di ricostruzione in epoca Normanna, quando divenne luogo di incontri e soggiorno di importanti personaggi. Appena un secolo dopo (1231) fu di nuovo oggetto di restauro a spese degli abitanti di Maddaloni. Nel XIV secolo fu possesso dei Sabrano, poi fu presieduto dall'esercito di Luigi d'Angiò e per qualche anno restò nelle mani del conte di Caserta, Francesco Della Ratta.
La svolta avvenne nel 1390, quando fu concesso a Carlo Artus d'Angiò, conte di Sant'Agata dei Goti, il quale divenne il nuovo feudatario di Maddaloni. A lui si deve l'ulteriore rafforzamento del borgo, infatti costruì la torre cilindrica grande denominata per l'appunto torre Artus (1390 - 1402), questa volta vicino al castello. Alla morte di Carlo Artus (1413) il feudo fu ceduto a Ottino Caracciolo; nel 1442 fu venduto a Giannantonio Marzano, Duca di Sessa; nel 1445 fu riscattato da Pietro da Mondrago, il quale si rese protagonista della famosa congiura dei Baroni e perciò fu scacciato dalla città nel 1460, quando Ferrante d'Aragona mise a ferro e a fuoco il castello con il suo borgo. Da questo momento in poi il castello fu abbandonato e disabitato fino al 1821, quando fu acquistato dalla famiglia De Sivo che lo trasformò in una dimora per incontri e battute di caccia.
Ab urbe condita libri CXLII (centum quadraginta duo) è il titolo derivato dai codici (vedi Ab Urbe condita) con cui l'autore dell'opera Tito Livio indica quella che sarà la suddivisione della storia della fondazione di Roma in annales o libri. L'opera è nota anche con il titolo Historiae. L'opera comprendeva in origine 142 libri di cui si sono conservati i libri 1–10 e 21–45 (l'ultimo mutilo) e scarsi frammenti degli altri (celebri quelli relativi alla morte di Cicerone col giudizio di Livio sull'oratore, tramandati da Seneca il vecchio).
L'espressione Ab Urbe còndita (AUC oppure a. U. c.; letteralmente, "dalla fondazione di Roma") fa riferimento a un sistema di calcolo degli anni che prese piede tra i Romani (in ambienti dotti ma non nell'uso popolare) a partire dalla fine del periodo repubblicano: gli anni venivano computati a partire dal 753 a.C., la presunta data che l'erudito Marco Terenzio Varrone aveva stabilito ai tempi di Giulio Cesare per la fondazione di Roma, l'Urbe, "la città" per eccellenza. La cosiddetta "data varroniana" era stata ricavata fissando al 509 a.C. il primo anno della Repubblica e attribuendo 35 anni di regno a ciascuno dei sette re di Roma. Precedentemente, il metodo in uso tra i Romani per ordinare gli eventi della storia era quello adottato agli inizi dell'età repubblicana: si indicavano gli anni a partire dai nomi dei due consoli in carica (detti perciò eponimi).
Notizie sull'esistenza del complesso fortificato di epoca normanna di Maddaloni si trovano già in un regesto del 1099 dell'abbazia di Sant'Angelo in Formis, e un atto giuridico del 1149 ne conferma senza dubbio l'esistenza. Tuttavia le origini potrebbero essere, con molta probabilità, ancora più antiche. Infatti, secondo il Cilento, la fabbrica risale all'epoca delle scorrerie dei Goti e dei Vandali, epoca in cui imperversavano le lotte dei Longobardi e le invasioni dei Saraceni. Giacinto de Sivo ipotizza l'esistenza di un castrum come presidio fortificato dell'antica Calatia romana, all'epoca delle guerre puniche.
La denominazione di Mataluni si presenta per la prima volta in un diploma longobardo firmato dal primo principe di Benevento Arechi II nel 774. Pare che questo nome derivi da una chiesa della Maddalena ivi esistente che poi si è esteso a tutto il borgo medievale. Quest'ultimo, situato sulla catena dei monti Tifatini, si formò in seguito alla distruzione da parte dei Saraceni della suddetta Calatia nell'862 d.C. Nel medioevo il complesso era denominato Castrum di Kalata Maddala. Esso era in posizione strategica tale da controllare sia la via Appia che la via Sannitica.
Il periodo di maggior splendore si ebbe nel 1134 con Ruggero il Normanno che munì e guarnì il Castello. Dopo il periodo normanno seguì quella svevo con la politica di ricostruzione voluta da Federico II. In questo frangente il castello di Maddaloni visse un periodo di prosperità. Infatti esso fu restaurato e trasformato per adeguarlo ai sistemi più moderni di difesa. Il castello rientrava proprio nel piano di recupero dei castelli medievali preparato nel 1231 da Federico II.
Maddaloni possedeva un'importanza politica e strategica notevole e per questo fu data come feudo solo nel 1390, quando Carlo Angius ne ottenne la concessione, anche se essa terminò nel Quattrocento quando gli Artus vennero condannati all'esecuzione capitale. L'ultimo cinquantennio di splendore per l'intero castello si ebbe dal 1413 quando il paese fu dato a Ottimo Caracciolo di Napoli da parte del re Ladislao. Il declino ebbe inizio con l'incendio che nel 1460, sotto il dominio aragonese, si scatenò dopo la ribellione del feudatario Pietro da Mondrago al sovrano regnante. Inoltre si aggiunse la perdita di importanza strategica del paese che portarono alle prime condizioni di isolamento del borgo.
Quando alla famiglia Carafa fu concessa l'intera città da parte del re Alfonso d'Aragona nel 1475, essi decisero di costruire un nuovo palazzo di loro proprietà ai piedi delle colline. Questo privò del tutto d'importanza la vecchia fortezza medievale. Tuttavia il castello ospitò lo stesso personaggi illustri tra Settecento e Ottocento, come papa Benedetto XIII, l'infante di Spagna Carlo di Borbone, Francesco I, Ferdinando II di Borbone. A partire dal 1821 la fortezza divenne di proprietà dei de' Sivo che effettuarono dei rifacimenti nel 1860. La causa di maggior rovina del castello è stata l'apertura di varie cave di ghiaia che tutt'ora deturpano e mettono in pericolo le alture di Maddaloni.

L'architettura
Il castello conferisce una caratterizzazione paesaggistica veramente notevole al territorio: un'immagine dai toni feudali, con le tre torri arroccate sulla cima rocciosa coperta da una densa coltre di verde. Il sito fortificato si eleva a quota 175 metri rispetto ad un abitato praticamente pianeggiante ed è in perfetta armonia con il paesaggio grazie anche ai materiali utilizzati che si adattano perfettamente all'ambiente circostante. In effetti definire questo complesso molto articolato con la denominazione di castello è una semplificazione notevole.
La fortezza è costituita da tre unità posizionate sulle vette di due colline contigue: il complesso fortificato principale è situato nel mezzo fra due torri, una inferiore a sud detta degli Artus, ed una superiore, isolata, posizionata più in alto. Lungo il pendio, in direzione sud-est, corre una murazione di cinta con torrette di guardia a pianta quadrata che parte dal castello e si allunga verso il borgo sottostante. Oggi purtroppo si deve constare la sua condizione di assoluto abbandono.
Nel suo aspetto attuale il castello, presenta ancora tracce della antica fabbrica medievale, pur essendo stato notevolmente modificato nel tempo. Il nucleo centrale costituisce il vero e proprio castello. Esso è formato da una grossa torre a pianta quadrata centrale rispetto ad un sistema interno di mura di cinta. Questa torre si sviluppa su due o tre livelli ma attualmente i piani superiori sono inaccessibili per il crollo delle scale e di alcuni solai. Accanto ad essa si sviluppa il palazzo i cui ambienti residenziali risalgono al quattrocento, ad opera della famiglia Caracciolo. Questi locali furono ottenuti tramite un allargamento della fortezza verso sud-est e furono adibiti ad ospitare una sala da pranzo e un piccolo cortile su cui affacciavano tre camere da letto con veduta panoramica.
Tutt'oggi si scorgono tracce di affreschi di epoca tarda con motivi geometrici. La distribuzione degli ambienti si intravede solo a piano terra perché i crolli delle strutture superiori non consentono l'accesso. I locali interrati ospitavano prigioni, depositi, cisterne e cunicoli sotterranei. La torre di Guardia a sud-est doveva avere funzione difensiva, anteriormente alla costruzione della torre degli Artus.
L'evoluzione della fabbrica maddalonese dimostra la tipica trasformazione di preesistenze romane e bizantine in costruzioni longobarde e medievali. Infatti la presenza di blocchi squadrati isodomi in tufo grigio a corsi orizzontali (tipici dell'architettura bizantina) sulle pareti a sud e ad est del castello, presuppongono l'esistenza di un impianto bizantino antecedente a quello longobardo. Il mastio invece, con la sua disposizione irregolare di conci calcarei senza ricorsi, fa pensare ad una manifattura successiva (longobarda e normanna). Nell'XI secolo il castello assume una configurazione a pianta trapezoidale con camminamento coperto e tutt'oggi se ne può scorgere la forma.
Nel restauro che effettuò Federico II si tentò di razionalizzare lo spazio residenziale attorno al cortile centrale; inoltre furono inseriti degli archi acuti nel taglio delle aperture. Le altre trasformazioni successive non si possono facilmente datare. Per chi veniva dal borgo l'ingresso al Castello era da sud attraverso una torretta quadrata adiacente al grosso torrione. Probabilmente a nord vi era il ponte levatoio. Le sale di residenza attualmente visibili assieme alla scala furono sistemate nella prima metà dell'800 dai de Sivo che trasformarono radicalmente l'interno per renderlo villa signorile. La zona a sinistra della torre quadrata si articola intorno ad un cortiletto che funziona da pozzo di luce e aria. Forse l'unica traccia dell'edificio antico resta nell'andamento del muro perimetrale. Oggi volte a botte e a padiglione ricoprono quasi tutti gli ambienti assieme ad affreschi mediocri.
Oltre a questa fabbrica centrale esiste ancora un altro monumento altomedievale che è rappresentato dalla torre longobarda del "castelluccio", sulla collina attigua a quella del castello e più in alto rispetto a quest'ultimo. Essa aveva funzione difensiva e di Torre si segnalamento. Un doppio circuito di mura con pianta dodecagona internamente e circolare esternamente, avvolge la suddetta torre di forma cilindrica, con base scarpata tronco-conica.
Infine altra struttura è costituita dalla torre inferiore degli Artus, a sud dell'intera fortificazione che risale ad un arco temporale che va dal 1390 e il 1402. Alta ben 33 metri, anche essa è di forma cilindrica ed è circondata da un fossato, delimitato da mura di cinta. Dal vano di apertura si accedeva tramite una scala, ad un ponte levatoio al primo livello della torre. È costituita da tre livelli coperti a volte, di cui quello inferiore adibito a cisterna. Oggi, purtroppo, le condizioni statiche di questa torre sono veramente critiche anche grazie alla cava che ha creato un cedimento delle fondazioni, lesionandola seriamente.

Bibliografia
Ausiello G.- Il complesso fortificato di Maddaloni: un castello in pietra e …in aria, tratto dai colloqui internazionali "castelli e città fortificate", maggio 2001, a cura dell'università di Pisa, dipartimento di ingegneria civile, Pisa, dicembre 2002.
• Carafa R. - Una residenza fortificata trasformata nell'800: Maddaloni in terra di lavoro, in "Castelli e vita di castello", Atti del IV Convegno Internazionale, Napoli-Salerno, 24-27 ottobre 1975, a cura dell'Istituto Italiano dei Castelli, Roma, 1994.
• A cura di Imma Brunetti, 24.01.2014

• Maggiori informazioni
https://salviamo-il-castello.webnode.it/news/storia-del-castello-di-maddaloni/

 
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