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Caserta Turismo: Ripartire con la cultura

Viaggio nei luoghi della memoria e dell’arte di Terra di Lavoro

I tesori nascosti

A cura di Pasquale Iorio
 

Il Castello di Casaluce e il suo Santuario

Grazie alle ricerche di Franco Pezzella, In questa tappa ci spostiamo nella zona aversana, per l’esattezza a Casaluce per presentare un altro luogo simbolo della nostra storia e della nostra civiltà, anch’esso in condizioni non ottimali. Il Castello normanno di Casaluce, sito nel comune omonimo - piccolo centro rurale a una manciata di chilometri da Aversa - costituisce ancora, benché stravolto nella sua fisionomia originaria dalle numerose trasformazioni d'uso succedutesi nei secoli, uno degli episodi storicamente e architettonicamente più interessanti dell'Agro aversano.
Fatto edificare probabilmente dal conte Rainulfo (1024- 30) come avamposto dei domini di Aversa contro le mire espansionistiche di Capua esso si collocava al centro di un'area in gran parte coperta dai boschi su un tracciato di centuriazione risalente alla colonizzazione romana e corrispondente grosso modo a un antico asse viario - la via Campana - che collegava Capua con Pozzuoli. La sua localizzazione ne faceva pertanto un insediamento di grande rilevanza strategica, dal quale era possibile controllare un territorio vastissimo: da Capua a Maddaloni, da Casertavecchia a Napoli. Distrutto quasi del tutto nel 1135 da Ruggero II nella durissima rappresaglia contro Aversa e le fortezze che gli si erano ribellate, il Castello rimase a lungo abbandonato - anche per via dello scaduto ruolo strategico - subendo delle riparazioni soltanto qualche tempo dopo, quando il villaggio di Casaluce, seguendo le vicissitudini politiche dell'intera zona, cadde prima sotto il dominio degli Svevi e poi di quello degli Angioini. Venuto in possesso dei De Balzo, nel 1359 fu donato ai monaci Celestini, i quali, riprendendo Casaluce, vi impiantarono un Monastero: una destinazione d'uso conservatesi per parecchi secoli, soprattutto per la presenza in chiesa della Sacra Icona, nota giustappunto come Madonna di Casaluce, che secondo la tradizione era stata portata da Gerusalemme a Napoli nel 1277 da Ruggero di Sanseverino per farne dono a re Carlo d'Angiò; il quale l'aveva poi donata al nipote Ludovico, il futuro santo, che l'aveva donata a sua volta ai De Balzo, suoi congiunti, per adornare l'Oratorio del Castello.
Soppresso il convento nel 1808 in seguito alle riforme bonapartiane, il complesso fu venduto - ad esclusione naturalmente della chiesa e dell’attigua canonica - a privati che lo trasformarono parte in fattoria, parte in abitazioni: funzioni con cui è giunto fino a noi.
Le strutture del Castello, di pianta quasi quadrata, sono ancora leggibili nella poderosa cinta muraria rafforzata agli angoli da quattro grosse torri, anch'esse quadrate, ancora parzialmente conservate.
Intorno al maniero - circondato da un profondo fossato nel quale s’immetteva probabilmente l'acqua di qualcuno dei numerosi rivoli del Clanio, un fiume ora scomparso in seguito ai diversi lavori di bonifica dei Regi Lagni susseguitosi dal Cinquecento a tutt'oggi - si sviluppava una seconda cinta muraria (ancora adesso perfettamente visibile) costruita con lo scopo di proteggere l'annesso insediamento agricolo.
Allo stato attuale, il complesso, fatto oggetto recentemente di massicci lavori di restauro da parte della SBAAS di Caserta e Benevento, conserva, oltre a quanto già citato, alcune finestre ogivali il chiostro, qualche cella dell'ex monastero e l'appartamento abbaziale, arricchito in età tardo-barocca da decorazioni a tempera con le rappresentazioni di prospettive architettoniche che simulano - secondo un uso assai invalso nelle residenze signorili di campagna dell'epoca - loggiati, balconi e porticati.
La chiesa, preceduta da un piccolo atrio, fu costruita nella prima metà del Trecento; alla stessa epoca risale il bel portale a ogiva - un tempo ornato da una decorazione musiva a tasselli - sormontato da una lunetta con scultura raffigurante la Madonna col Bambino tra Angeli, la cui impostazione strutturale è ispirata ad analoghi gruppi scultorei realizzati a Napoli da Tino da Camaino. A destra del portale una lapide marmorea, fatta apporre dai Celestini nel 1375, celebra, con bella scrittura gotica, la memoria dei fondatori e benefattori del Monastero, il conte Raimondo del Balzo e la moglie Isabella d'Eppe.
L'interno a una navata, rinnovato nel Settecento (quando furono abbattuti, tra l'altro,gli originari archi a sesto acuto per far posto a una controsoffittatura a incannucciata), conserva, oltre che alcune discrete tele e sculture sette e ottocentesche, la barocca Cappella della Madonna di Casaluce (a destra della navata), sul cui altare, entro una ricca Icona è il veneratissimo quadretto della Vergine col Bambino, attribuito dalla locale tradizione religiosa a S. Luca, ma in realtà opera di pregiata fattura del XIII secolo.
In quanto oggetto di lunghe controversie tra le comunità di Aversa e Casaluce circa il suo possesso, la sacra Icona, in ottemperanza a una sentenza del Tribunale Ecclesiastico emessa fin dal 1892, si custodisce dal 15 giugno al 15 ottobre nella Chiesa dei SS.Filippo e Giacomo ad Aversa, già Cappella Palatina dell'antico Castello Angioino; tristemente passato alla storia per essere stato teatro del cruento assassinio di Andrea d'Ungheria, e poi trasformato anch'esso in Monastero dai Padri Celestini di Casaluce che lo avevano avuto in dono dalla Regina Giovanna I nel 1360, e che lo abitavano soprattutto in estate, quando la maggior parte di loro si trasferiva ad Aversa per sfuggire ai miasmi dovuti all'impaludamento del Clanio. Sicché furono propri i Padri, i quali erano soliti portare con loro la vetusta effigie della Vergine durante gli annuali trasferimenti, a creare, con questa devota usanza, le premesse per la succitata e annosa controversia, che pur regolata da più di cento anni dal Tribunale Ecclesiastico, ancora in un recente passato è continuata sfociando, talvolta, in manifestazioni d’intolleranza - per lo più verbali - fra i devoti dell'una e l'altra comunità; specie subito dopo le processioni che il 15 giugno accompagnano l'icona nel trasferimento da Casaluce ad Aversa, e il 16 ottobre nel percorso all'inverso.
Va pure detto, però, che queste contese hanno più il sapore di un perpetuarsi dell'antica "tradizione" che il carattere di veri e propri diverbi. Nella chiesa si conservano anche numerosi ex voto; nonché due vasi di alabastro, di diversa forma e dimensione, che secondo una leggenda sarebbero due delle idrie nelle quali Gesù operò la miracolosa trasformazione dell'acqua in vino durante le Nozze di Cana; molto più verosimilmente si tratta di suppellettili d'uso risalente al III secolo d.C. In alcuni locali adiacenti alla chiesa, detti "le sette porte" - un corpo di fabbrica che costituiva forse il portico di accesso a essa - si conservavano fino a qualche anno fa, prima che fossero rimossi dalla Soprintendenza alle Gallerie di Napoli per essere restaurati, diversi e pregiati affreschi, la cui realizzazione è associata alla presenza di artisti fiorentini e senesi chiamati a Napoli dalla Regina Giovanna.
Al pittore fiorentino Niccolò di Tommaso appartiene, infatti, molto probabilmente - secondo Ferdinando Bologna - l'affresco emerso nella nicchia all'ingresso della chiesa raffigurante S. Pietro Celestino in cattedra e i monaci del suo Ordine con Raimondo del Balzo e Isabella d'Eppe sua moglie, attualmente esposto con gli altri affreschi, in Castel Nuovo a Napoli, in attesa di ritornare nell'originaria ubicazione a restauri conclusi; mentre il pittore senese Andrea Vanni, noto tra l'altro per aver effigiato dal vero S. Caterina da Siena, di cui era amico, è l'autore di uno smembrato polittico noto appunto come Polittico di Casaluce donato dalla Regina Giovanni ai monaci Celestini nel 1366, i cui due soli pannelli finora rintracciati sono la tavola con S. Giacomo conservata a Capodimonte e il S. Francesco del Museo Lindenau di Altenburg.

 
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