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Caserta Turismo: Ripartire con la cultura

Viaggio nei luoghi della memoria e dell’arte di Terra di Lavoro

I tesori nascosti

A cura di Pasquale Iorio
 

Le ville romane di Santa Giulianeta e San Bartolomeo nel territorio di Teano

Con la fondazione di Teanum Sidicinum e l’avvento dei romani, il territorio sidicino iniziò ad essere organizzato per un miglior sfruttamento agricolo. Ovunque sorsero ville rustiche, gestite dalle famiglie nobiliari locali, atte alle produzioni di prodotti agricoli da vendere nei mercati dell’epoca (come si evince dalle evidenze archeologiche conservate nel museo di Teano, i sidicini furono famosi commercianti i cui prodotti venivano venduti in tutto il mondo romano). Numerose evidenze archeologiche, alcune delle quali non più visibili, attestano l’esistenza di tali “aziende agricole”, confermando l’importanza strategica di Teano nel panorama storico dell’epoca. Con l’inizio delle invasioni barbariche alcune ville iniziarono ad essere abbandonate mentre altre subirono un processo di trasformazione che portò alla nascita di veri e propri villaggi. Il caso delle ville di Santa Giulianeta e San Bartolomeo è particolare in quanto ci danno un’idea di come avvenne questo processo di trasformazione, processo che per qualche motivo non arrivò a completamento.
Entrambe le ville presentano le stesse caratteristiche: edificate lungo le principali arterie viarie, poste in cima ad una collina, presentano entrambe tracce di un forte culto cristiano al loro interno. La villa di Santa Giulianeta, di età repubblicana, è sita lungo l’antica direttrice viaria che collegava Teanum Sidicinum con la via Appia in cima alla collina che oggi funge da cava di materiale. Conosciuta fin dagli anni ’70, venne villa San Giulianeta erroneamente identificata come santuario (errore dovuto alla scarsa visibilità delle strutture) e solo con gli scavi degli anni ’90 venne accertata la sua funzione di villa rustica. La pianta della villa è simile a quella di contesti ben noti: una grande corte circondata su tre lati da strutture a “U” (oggi è visibile solo il criptoportico, ma in origine esistevano anche dei piani superiori), mentre lungo il lato occidentale vi erano i diversi ambienti funzionali alla vita della villa. Il materiale ceramico rinvenuto, tutto pertinente all’ambito agricolo, conferma tale identificazione. Purtroppo gli scavi sono stati eseguiti in regime di somma urgenza per cui non è stato possibile identificare, con certezza, quali fossero gli ambienti pertinenti alla pars domica (la zona residenziale del proprietario) e quali quelli pertinenti alla pars massaricia (la zona destinata alla servitù/schiavi e alla produzione). Si tratta di una ricostruzione virtuale della villa rustica di Auletta (SA), molto simile alla nostra villa di Santa Giulianeta.
Durante l’epoca tardo antica e alto medievale la villa continuò ad essere utilizzata, seppur con modalità diverse: lungo il lato occidentale uno degli ambienti venne trasformato in una cappella dedicata al culto di Santa Giulianeta e furono impiantate delle sepolture nei pressi della cappella, testimonianza di un parziale abbandono delle strutture abitative. Non sappiamo se la popolazione continuò ad abitare nelle strutture del settore meridionale e orientale o se venne impiantato un primitivo nucleo abitativo, sotto forma di villaggio, nelle vicinanze; certamente l’area venne abbandonata fin dall’epoca medievale. Discorso simile per la villa di San Bartolomeo: la villa non è mai stata oggetto di scavo archeologico ma solo di un’indagine sommaria di superficie. Sita su una collina lungo uno dei diverticoli che collegava la via Adriana con la strada che portava all’Appia (non lontano dalla villa di Santa Giulianeta), di essa si conserva un grande ambiente ipogeo preceduto da un corridoio. All’interno dell’ambiente è visibile una specie di struttura muraria in tufo che doveva svolgere da supporto ad una macina. È probabile che la villa doveva svilupparsi verso nord, con la zona meridionale adibita a pars massaricia. Dopo l’epoca romana la villa subì lo stesso processo di trasformazione della villa di Santa Giulianeta.
Probabilmente già con l’avvento dei longobardi la zona del frantoio venne riconvertita in area di culto dedicata a San Bartolomeo, come attestato dall’affresco, oggi trafugato, in cui il santo viene raffigurato nell’atto di benedire i fedeli. Attraverso la testimonianza di chi effettuò le indagini di superficie, sappiamo che nell’area erano presenti delle sepolture in terra. Anche stavolta bisognerà attendere uno scavo sistematico per confermare l’ipotesi che possa trattarsi di una villa, tuttavia già attualmente ci sono sufficienti indizi (in particolare la presenza della macina) per poter considerare plausibile tale ipotesi. Come nel caso di Santa Giulianeta, non si sa se gli abitanti della villa usarono solo una parte delle strutture come luoghi di abitazione o se fondarono un villaggio poco lontano, certamente la zona venne abbandonata già durante l’epoca medievale.
Mettendo in confronto le due ville, molto vicine come distanza, possiamo notare come entrambe abbiano avuto lo stesso processo di trasformazione nello stesso periodo storico. Cosa può essere successo alle due ville? Cosa ha bloccato il processo di trasformazione in villaggio? In realtà, se si guarda attentamente il territorio, proprio a metà strada tra le due ville sorse, in epoca medievale, il villaggio di Tranzi. È probabile, quindi, che gli abitanti delle due ville si fossero trasferiti in questo nuovo villaggio divenuto, col tempo, una delle frazioni di Teano, subendo lo stesso processo di trasformazione che interessò altre ville rustiche di Teano (esempi noti sono le frazioni di Fontanelle, San Giuliano e San Marco).

Danilo Raimondi, 9 aprile 2019 www.agoradelsapere.it

 
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