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Caserta Turismo: Ripartire con la cultura

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I tesori nascosti

A cura di Pasquale Iorio
 

L’anfiteatro, i sotterranei e l’arena di Spartaco

Spesso la parola "anfiteatro", trova confronto erroneamente con il termine "teatro", utilizzato quasi come un suo sinonimo. In realtà, le costruzioni, hanno in comune di essere entrambi luoghi pubblici destinati all’intrattenimento e ad accogliere un gran numero di spettatori però, mentre nel teatro viene messa in scena una tragedia o una commedia, dando in questo modo vita ai personaggi di fantasia e alle vicende che hanno caratterizzato gli scritti di autori greci e latini, nell’anfiteatro di fantasia ce n’è ben poca, in quanto viene rappresentata una realtà cruenta, fatta di carne e sangue, dove chi perdeva la sfida pagava con la propria vita. La differenza è percepibile non solo per il tipo di spettacoli svolti al proprio interno, ma soprattutto per la tipologia strutturale dell’anfiteatro per il quale è stata prevista una forma ellittica rispetto al teatro che presenta una conformazione a semicerchio e una scena sul rettilineo. L’anfiteatro di Capua si inserì in un programma di opere pubbliche del II secolo a.C. che vide la realizzazione di un teatro, un criptoportico, il santuario di Diana Tifatina e un nuovo circuito murario in opera incerta. L’edificio che oggi possiamo ammirare, però, non è quello originale in cui si esibì il gladiatore trace Spartaco. I resti del primo anfiteatro sono stati scoperti, grazie agli scavi recenti, nell’area sud-occidentale dell’anfiteatro attuale: si trattava di una struttura con un’arena di dimensioni ridotte, visibile solo a livello di fondazione, spianata in seguito alla costruzione dell’edificio più grande.

L’anfiteatro di età repubblicana dove lottò Spartaco
La struttura che conosciamo oggi, costruita nel I secolo d.C., fu probabilmente di ispirazione al Colosseo di Roma e con le sue dimensioni di 170×140 è il secondo anfiteatro più grande del mondo antico. Ubicato fuori al circuito murario, ad Ovest della città, si ergeva maestoso per 44 metri di altezza. Fu edificato in materiale calcareo proveniente dal Monte Tifata e mattoni laterizi. La facciata si presentava in quattro piani, i primi tre con arcate sovrapposte, in cui la parte centrale era decorata con teste di divinità che permettevano probabilmente a chi andava a sedersi di identificare i settori della cavea da raggiungere. I posti, infatti, erano assegnati in base al rango sociale a cui appartenevano ed è per questo che le gradinate erano suddivise in quattro settori (ima, media, summa cavea e attico). L’arena, costituita da una piattaforma lignea cosparsa di sabbia, era il palcoscenico dove si tenevano le battaglie tra gladiatori o tra gladiatori e bestie feroci (venationes). Affinché lo spettatore non corresse alcun pericolo, la piattaforma era separata dalle gradinate mediante un alto muro.
Sicuramente la parte più suggestiva di tutta la struttura sono i carceres, visibili ancora oggi e realizzati in opera laterizia. Particolari perché è qui che c’era il cuore dello spettacolo. Si tratta di un sistema di sotterranei divisi nel senso di lunghezza in nove corridoi paralleli, accessibili attraverso delle botole collocate sull’arena, dove trovavano posto i macchinari scenici, gli addetti e i protagonisti degli spettacoli che venivano innalzati mediante un ingegnoso sistema di carrucole. Per le venationes venivano utilizzati leoni, tigri, leopardi e orsi, collocati all’interno di gabbie chiuse. Era inoltre previsto un sistema di smaltimento delle acque con canalette, ancora conservate. In epoca tardoantica, in una delle navate minori occidentali, fu realizzata una cappella cristiana.
Altri scavi intorno l’edificio, in particolare, ad Est e Ovest dell’anfiteatro hanno permesso di individuare delle cisterne che fungevano come serbatoio d’acqua piovana per i vari giochi d’acqua, una delle quali, presenta due navate e doveva possedere in origine una copertura a volta.

Le cisterne utilizzate per i giochi d’acqua
Tra il I e II secolo d.C. fu previsto, per la struttura, anche un porticato doppio con colonnato all’interno che percorreva il lato Est della piazza e un ninfeo monumentale di forma ottagonale che spicca sul lato destro prima di addentrarsi nell’anfiteatro, poco distante dalla più piccola arena di Spartaco. Nel retro, è stata rinvenuta una natatio (piscina) di 68×30 metri con due absidi e sedili per le esercitazioni atletiche, visibile tra le sterpaglie nel parco comunale di Santa Maria Capua Vetere.

Resti della natatio
Battaglie navali, venationes, ma soprattutto lotte tra gladiatori, definite "munera", dovevano coinvolgere un po’ tutta la società: patrizi e plebei accorrevano ad assistere a questo genere di spettacolo cruento. I gladiatori, così chiamati per il gladius (la spada romana), erano principalmente schiavi, prigionieri di guerra, criminali o anche uomini liberi che decidevano spontaneamente di esibirsi per fama o per il compenso economico derivato dalla lotta.
In seguito all’affermazione del Cristianesimo e alla caduta dell’impero romano, si perse l’interesse per questo genere di spettacoli; inoltre la sua distruzione ad opera dei Vandali di Genserico, ne decretò la sua decadenza. Funse da fortezza durante la distruzione saracena e diventò cantiere di materiale di spoglio per la costruzione della nuova Capua.

Helena Medugno, marzo 9, 2019 Agora del sapere

La decadenza dell’Anfiteatro Campano
Abbiamo già descritto la maestosa struttura destinata ai giochi gladiatori di Santa Maria Capua Vetere, ancora oggi testimonianza di un passato glorioso della Capuae definita da Cicerone come "altera Roma". Sebbene non sia ancora chiara la data di edificazione che dovrebbe oscillare tra I e II secolo d.C., si conoscono gli interventi dell’imperatore Adriano che provvide ad abbellire l’anfiteatro con colonne e statue e di Settimio Severo che ne rafforzò la struttura. In epoca tardoantica e medievale, l’anfiteatro fu interessato da un abbandono e lento declino, seguendo la stessa sorte di tutte le strutture destinate ai giochi gladiatori nel mondo antico.
Con l’avvento del Cristianesimo, iniziarono a diffondersi nuovi valori umani che rifiutavano la crudeltà di questo genere di spettacoli. In seguito, la crisi dell’impero romano e l’arrivo nel territorio dei cosiddetti "barbari" decretarono la decadenza delle strutture. L’edificio campano venne assediato dai Vandali capeggiati da Genserico nel 445 d.C. e soltanto un secolo dopo, Postumio Lampadio provvide a restaurarlo, come testimonia un’epigrafe rinvenuta nel 1860. Durante il restauro degli anni trenta, il Maiuri ebbe modo di verificare come gli invasori resecarono dalla base alcuni setti radiali per causarne il crollo, fallendo fortunatamente nel loro obiettivo, data l’imponenza della struttura. Ambulacro anfiteatro: tracce di usura dovute al tentativo di demolizione dell’edificio.
In epoca tardoantica, in connessione al culto dei martiri, in una delle navate minori occidentali fu realizzato un sacello cristiano all’interno del quale sono state individuate tombe, annoverando il luogo di culto tra i pochi esempi noti adattati in un anfiteatro.

Il sacello cristiano di epoca tardo antica
Nel IX secolo, subì un’ulteriore devastazione dalle truppe saracene. Nelle fonti medievali, l’edificio ludico verrà indicato col termine arabo "Berolais" che designa una roccaforte medievale: esso, infatti, in epoca longobarda, viene utilizzato come fortezza e residenza dei conti di Capua. In epoca normanna e sveva, l’edificio subì numerose spoliazioni architettoniche e scultoree; vennero scardinati colonne e pilastri per la realizzazione del Castello delle Pietre e nuove strutture all’interno della nuova Capua, in particolare vennero erette chiese (come il Duomo, il Campanile del Duomo di Capua), edifici pubblici e privati.
Il depauperamento selvaggio subito dall’anfiteatro terminò solo nel XIX secolo quando, col romanticismo, nacque una nuova sensibilità verso l’antico, prima con un decreto di Ferdinando I del 1822 e in seguito con un editto di Francesco I (1826). Infine, alla metà del secolo, venne riconosciuto come monumento nazionale dallo stato unitario. Sempre nell’Ottocento, iniziarono i primi scavi archeologici, liberandolo definitivamente dalla terra accumulatasi nel corso dei secoli. Sopravvissuto ai secoli, alle scorrerie e alla depredazione del suo apparato strutturale e decorativo, oggi l’Anfiteatro suscita ancora tanta meraviglia e venerazione, soprattutto se si ripensa alle vicende di cui è stato palcoscenico.

Helena Medugno, aprile 18, 2019 - Agora del sapere

 
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