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I tesori nascosti

A cura di Pasquale Iorio
 

Storia del Teatro romano di Sessa Aurunca fra ieri ed oggi

Si apre su una pianura che affaccia sul mare l’antichissimo Teatro romano di Sessa Aurunca. Autentico testimone di gloria e fama dell’Impero romano, vive diverse fasi storiche fra la rovina ed il successo. Ristrutturato da Matidia Minore, diviene centro di arte e svago dell’impero. Dopo secoli di sfarzo, rimane sepolto per oltre un millennio, scomparso dai ricordi di artisti e da fonti letterarie. Rivede finalmente la luce soltanto nel 2003, dopo quasi un secolo di lavori. Eccovi la storia del secondo teatro romano più grande della Campania.

L’antica Suessa
Sessa Aurunca è una cittadina della Campania situata lungo il versante nord-ovest del vulcano spento di Roccamonfina. Il paese, posto su una rocca di tufo che si protende verso il Mar Tirreno, si affaccia su una vasta pianura attraversata dal fiume Garigliano. La città, l’antica Suessa, sin dal lontano VIII a.C. fu sede del mitico popolo degli Ausoni-Aurunci. Ben presto la fertilità del suolo vulcanico e la posizione strategica di Suessa attirarono l’attenzione di Roma, considerata anche la posizione vantaggiosa fra la Via Appia e la Via Latina.

La via Appia
All’epoca di Cesare divenne uno dei punti nevralgici del Sud Italia, ambita soprattutto per la fecondità delle sue terre: si narra infatti che Cesare fece dividere Sessa fra i suoi veterani, come premio per le battaglie compiute nel nome di Roma. Da allora, probabilmente, la città assunse il nome di Colonia Julia Felix Classica Suessa, derivante da Sessio, collina dal mite clima. Definita da Cicerone lautissimum oppidum, città ricchissima, l’odierna Sessa presenta diverse testimonianze archeologiche di tale romanità, fra le quali il Teatro Romano.

Il Teatro Romano e Matidia Minore
Il Teatro romano si trova immerso nel verde di una ampia collina vistosamente inclinata. Costruito intorno al II secolo a.C. non ne abbiamo più alcuna notizia fino al sopraggiungere di un terremoto che creò danni ingenti. Ormai caduto in disuso, il teatro rimase per molto tempo abbandonato nella vegetazione della piana incolta, fin quando non attirò – intorno al I secolo a.C. – le attenzioni di un’ambiziosa donna romana: Vibio Matidia.
Sorella della moglie dell’imperatore Adriano, la donna era desiderosa di una rivalsa nei confronti della famiglia imperiale che l’aveva relegata ad un ruolo secondario e marginale. Vibio Matidia, chiamata nelle fonti storiche Matidia Minore, era una donna dall’atteggiamento austero e totalmente differente dalla capricciosa ed insopportabile sorella; tuttavia non le fu consentito partecipare alla vita politica, non ottenne il titolo di augusta e né fu divinizzata dopo la sua morte. Una serie di motivazioni che la spinsero ad investire nella riqualificazione del territorio sessano, al quale era anche particolarmente legata. Matidia volle fortemente la costruzione di una biblioteca, dell’acquedotto ed il totale restauro e recupero del Teatro romano.

La statua di Aura in marmo bianco e nero
Statua di Aura, rappresentante Matidia Minore. È una delle poche statue realizzate in marmi bianchi e neri. La nobildonna, riuscendo a farsi amare dalla popolazione, affermò pienamente il proprio ego nel Teatro. Infatti si fece rappresentare da una raffinata statua della ninfa Aura, famosa nei racconti mitologici per aver scatenato la collera di Artemide. La statua, una delle poche al mondo realizzata in marmo bianco e nero, presenta vesti gonfiate dal vento e un provocatorio atteggiamento imperiale che si prende beffa di chi, a Matidia, non ha mai dato il meritato spazio.
Si può dunque affermare che, per volere di Matidia Minore, il Teatro conobbe un nuovo periodo di successi e splendore. Esso, secondo in Campania per la sua vastità, era sfarzosamente rivestito da pregiati marmi. La vasta cavea del teatro era di 110 metri circa di diametro, e poteva contenere tra i 6000 e i 7000 spettatori. Nella parte più alta della summa cavea si innalzavano almeno 80 colonne ioniche, alte circa 4 m, realizzate con marmi provenienti da Numidia o Carrara. Inoltre, al centro di queste colonne si elevava il sacellum (dal latino recinto sacro), ovvero una piccola area recintata dedicata al culto imperiale, di cui oggi resta solo il basamento lungo 10 metri. Si aveva quindi un’imponenza della scena che raggiungeva un’altezza di circa venti metri. L’entrata avveniva da almeno due zone: a sud si accedeva tramite uno scalone monumentale, mentre l’ingresso nord era costituito da una galleria scavata nel tufo, all’interno della quale è stato riportato alla luce un affresco raffigurante, probabilmente, una divinità protettrice del teatro. Inoltre sono state rinvenute un’area riservata alle latrine degli attori ed un Criptoportico.

La fine del Teatro
Matidia morì nel 165 d.C., mentre il Teatro restò tale sino almeno alla prima metà del IV secolo d.C., quando le condizioni storiche iniziarono a cambiare. Molti edifici pubblici romani, che non avevano più ragione di essere, vennero defunzionalizzati e abbandonati. Il Teatro si ritrovò così in uno stato di abbandono. I pregiati marmi, fortemente voluti da Matidia, furono riutilizzati per la costruzione della cattedrale; tutta la struttura fu quindi oggetto di vere e proprie spoliazioni che modificarono irrimediabilmente l’aspetto originario. Inoltre, negli anni successivi, le fondamenta del Teatro ormai prive di rivestimenti vennero ricoperte da uno strato di terreno nero e limoso (si stima di 40-50 cm) a causa dei continui ammassamenti di fango. Questi dipesero sia dalle condizioni meteorologiche che dalla rottura degli acquedotti. Infine, per tale motivo, il Teatro divenne luogo di frequenti sepolture quasi al pari di una necropoli. Nel 346 d.C., un terremoto distrusse l’edificio, che si accartocciò formando un enorme cumulo di macerie lungo oltre 40 metri ed alto almeno 5 – 6 m. Il teatro divenne impraticabile e da quel momento la gloria di Matidia scomparve per sempre dal panorama della città, cadendo nell’oblio per almeno 1500 anni.

Il ritrovamento ed il Criptoportico
Un oblio durato più di un millennio, fin quando l’archeologo Amedeo Maiuri iniziò i lavori di scavo negli anni Venti del secolo scorso; gli scavi s’interruppero durante il secondo conflitto mondiale e terminarono soltanto nel 2003. Un’impresa che ha riportato alla luce, nel 2014, anche un’altra struttura: il Criptoportico. Cosa era e a cosa serviva il Criptoportico? Secondo molti studiosi, l’antico portico seminterrato era sicuramente collegato al teatro, ed addirittura doveva esserne un corridoio che gli attori percorrevano per entrare in scena. Tuttavia, sulle pareti interne, sono state rinvenute scritte di versi latini e greci, così da far supporre che possa essere stato utilizzato anche come Gymnasium. Buona parte del Criptoportico difficilmente verrà alla luce, in quanto coperto dalla località Vigna del Vescovo: si pensa addirittura che in tal posto ci fosse un anfiteatro, e che tale struttura potrebbe quindi avere in realtà tutt’altra funzione. Sia Teatro che Criptoportico attualmente sono interamente restaurati, ma non aperti al pubblico. Il Teatro è stato luogo di eventi culturali in alcune estati sessane. Per entrarvi bisogna avere l’autorizzazione dalla Soprintendenza: un chiaro segno di come si vogliano custodire tali gioielli dell’antichità.

Giulia Gelsomino - Pubblicato il 2 Marzo 2018

 
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