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Caserta e la sua provincia: letture varie
 
Copertina della rubrica letture varie: la Reggia veduta aerea
 

Alla corte di Vanvitelli.
Nel monumentale e suggestivo scenario della Reggia di Caserta è presentata la mostra Alla corte di Vanvitelli, che intende celebrare il ruolo dell'insigne architetto, attivo per i Borbone dal 1750 al 1773, anno della morte, come 'sovrano delle arti', responsabile, quindi, di ogni iniziativa promossa dalla Corte nel campo delle arti.
Nel fastosi saloni degli Appartamenti Storici si snoda il percorso espositivo, tra opere concesse in prestito e arredi permanenti della Reggia, per sottolineare quella fervida e innovativa temperie culturale che si generò intorno alla figura del celebre architetto, regista e artefice di una visione unitaria e globale della civiltà figurativa.
Sono esposti oltre sessanta dipinti, dalle lucide visioni di van Wittel ai numerosi soggetti religiosi e pagani per chiese e palazzi nobiliari napoletani, oltre ai diversi trionfi allegorici della dinastia regnante. Faranno da contrappunto al percorso i ritratti ufficiali di Casa Reale o di personalità eminenti dell'aristocrazia napoletana, nonché le immagini celebrative di un'intensa vita di Corte. Non potevano mancare le sublimi visioni del Vesuvio in eruzione, documentate con estro e partecipazione emotiva da Bonavia e Volaire.
Il percorso si arricchisce di molteplici suggestioni da una selezione di sculture, soprattutto di Giuseppe Sanmartino, ad un articolato settore dedicato all'arredo e alle arti decorative che, proprio grazie all'impulso di Vanvitelli, raggiunse un raffinato livello di esecuzione per opera di maestri attivi nelle reali manifatture.
Un'ampia sezione è dedicata all'architettura, con una scelta di disegni realizzati da Vanvitelli stesso e da altri architetti operanti a Corte.

 
I ponti di Valle e altre letture
 
Letture varie: i ponti di Valle, l'acquedotto Carolino   Letture varie: i ponti di Valle, l'acquedotto Carolino
 
Letture varie: i ponti di Valle, l'acquedotto Carolino   Letture varie: i ponti di Valle, l'acquedotto Carolino
 

I Ponti di Valle
I Ponti di Valle sono l'elemento più spettacolare dell' Acquedotto Carolino, chiamato così in onore di Carlo III di Borbone. Ideatore dell'opera fu l'architetto Luigi Vanvitelli che, incaricato della costruzione della Reggia di Caserta, da subito si pose il problema di reperire l'acqua necessaria ad animare le numerose fontane e cascate reali. Gli Archi, come amava definirli il Vanvitelli, nacquero dalla necessità di collegare il monte Longano, da dove proviene l'acqua delle fonti del Tabumo, al monte Garzano, ultimo ostacolo prima di raggiungere Terra di Lavoro. La costruzione dell'opera iniziò nel 1753 e si concluse nel novembre del 1759, con la realizzazione di un ponte lungo 529m ed alto 56m (nel punto massimo). L'opera fu realizzata in tufo grezzo e pietrisco, con rivestimento esterno in mattoni e pietra da taglio. I Ponti sono costituiti da 90 archi, 19 nella parte inferiore, 28 nella parte mediana e 43 in quella superiore. A ridosso dell'ultima arcata fu realizzata una piccola strada larga 2,60m, pavimentata in basolame bianco. Ogni arco è collegato da un piccolo passaggio, creato per poter ispezionare le parti interne della struttura.
La chiesa dell'Annunziata
Chiesa a tre navate, una centrale e 2 laterali, a loro volta suddivise in 3 cappelle per lato più due nel transetto destro e sinistrala copertura presenta una volta a botte nella navata centrale e volte a crociera nelle laterali. A destra dell'altare maggiore è collocato il coro ligneo decorato su entrambi i lati da 2 grifi. L'altare maggiore in marmo bianco e commesso si presenta in sfumature di giallo e di rosso; esso è decorato da 2 putti ai capi dell'altare e, lateralmente, è collocato su entrambi i lati lo stemma dell'A.G.R (Ave Gratia Piena). Sotto la volta è affrescata una scena dell'Annunciazione (1749) opera del pittore Giovanni Cosenza, operante in Campania alla metà del XVIII sec. All'esterno, caratteristico è il campanile che sormonta l'edificio; con la tipica pera di copertura, rivestita da piastrelle maiolicate policrome, una delle quali reca incisa la data 1757. La sua creazione può essere datata intorno agli inizi del XVI sec. Tra il 1514 ed il 1521 il vescovo, nelle sue molte visite pastorali, descrive la chiesa come ben curata e menziona l'esistenza di un hospitalis ad essa immediatamente attiguo.
La chiesa di S. Pietro Apostolo
Agli inizi del XII sec. troviamo già le prime notizie di un Monasterium S.Petri de Valle, ma la sua fondazione è collocabile tra il X e X! sec. in località Votta. Circa 2 secoli più tardi,il vescovo Giulio Santucci, dopo varie visite pastorali, ordina nel 1601 l'abbattimento dell'edificio perché in condizioni molto precarie e la costruzione di una nuova chiesa nell'abitato, finalmente nel 1621 la chiesa viene inaugurata dal vescovo Ettore Diotallevi ed affidata a don Vespasiano Canelli. L'interno è tripartito in navata centrale e 2 laterali, la centrale è coperta da una volta a botte. Caratteristica è l'acquasantiera a valva di conchiglia realizzata in marmo rosso levanto e la Pila dell'acquasanta in pietra arenaria. La facciata si presenta molto semplificata dopo un restauro ottocentesco. Essa è asimmetrica e conclusa da un timpano; è contrassegnata da un semplice portale d'ingresso ad arco a tutto sesto e da due aperture rettangolari. Il campanile, a base quadrata, si sviluppa in 3 ordini con aperture ad archi di diverse dimensioni nei vari livelli.
Museo Archeologico dell'Agro Atellano inaugurato il 5 aprile 2002, presenta i reperti archeologici rinvenuti negli anni '60 nel territorio appartenente all'antica città di Atella, la cui cinta muraria cingeva un pianoro compreso fra i comuni di Sant'Arpino, Succivo, Orta di Atella e Frattaminore. La città, di origine osca, nacque negli ultimi decenni del V sec. a.C. e si sviluppò notevolmente ne corso del IV sec. a.C. Le fonti storiche tramandano che con la conquista romana, a seguito della disfatta dell'alleanza latinocampana, Atella seguì le sorti di Capua: divenne municipio e ottenne la civitas sine suffragio nel 338 a.C. Continuando a seguire Capua, Atella si schierò con Annibale nel 216 a.C. Quando nel 211 fu riconquistata dai Romani, fu punita per la sua insubordinazione con distruzioni varie e la confisca di metà del suo agro.
Il suo territorio fu così congiunto con l'ager campanus e finì poi per rientrare nella divisione agraria del 131 a.C. In età imperiale Atella si risollevò diventando un centro abbastanza florido, come testimoniano gli edifici eretti in città, quali il teatro e l'anfiteatro dove, alla presenza di Augusto, Virgilio avrebbe letto le Georgiche. Poche sono le notizie riguardo ai secoli successivi.
Le fonti riferiscono di un incendio che danneggiò severamente Atella tra la fine del IV e l'inizio del V sec. d.C. Fu sede vescovile fino a tutto il VII sec. d.C. Atella diede il nome alle fabulae Atellanae, un genere teatrale in lingua osca, di carattere buffonesco e osceno. Passando al mondo romano, questo genere in origine schiettamente popolare acquistò dignità letteraria all'epoca di Siila (I sec. a.C.) per opera di Novio e Pomponio. Il nome di Succivo trova riscontro in documenti Suffici o di Sucio, e pare che derivi dal termine latino subcisivum, con il quale s'indicavano gli appezzamenti di suolo avanzati dopo l'assegnazione delle terre ai veterani.
Percorso di visita: l'allestimento del museo si svolge su due piani. Il primo piano è caratterizzato dall'esposizione di reperti archeologici provenienti dall'area urbana di Atella e dal suo territorio, in particolare dalle necropoli. La prima tra queste è quella rinvenuta nel 1981 in località Tredici del Castagno a Gricignano d'Aversa, databile tra il III e il IV sec. d.C. Segue la documentazione sulle necropoli di Villa di Briano, Frignano, Succivo, Carinaro, i cui resti sono emersi tra il 1926 e il 1927, nel corso di lavori per la linea ferroviaria. Queste necropoli sono caratterizzate dalla presenza di ceramica capuana a figure rosse e di ceramica a vernice nera di ottima qualità (seconda metà del IV - inizio del III sec. a.C). Importanti sono le testimonianze provenienti da Caivano, le cui sepolture comprendenti ricche tombe a cassa, in tufo, con piano di copertura in tegole o a fossa sono databili tra il 350 e il 330-320 a.C. Nelle sepolture maschili sono stati rinvenuti cinturoni, armi o strigili; in quelle femmi nili, ornamenti personali. Sempre da Caivano provengono testimonianze relative al periodo romano. Altri reperti sono pertinenti alle località di Aversa, Sant'Antimo e Gricignano, esplorate anch'esse tra il 1927 e il 1930, a cui si aggiungono i risultati delle campagne di recupero in occasione dei lavori svolti dall'Enel nel 1999.
Infine, si trovano qui i reperti della città di Atella propriamente detta, provenienti dall'area urbana e dalla necropoli S-E. Le tombe di questa necropoli, esplorata in anni recenti sulla base dei ritrovamenti degli anni 1959-60, databili tra la fine del V e tutto il III sec. a.C, sono caratterizzate da ricchi corredi funerari, con vasi a vernice nera, vasi campani a figure rosse, e oggetti di ceramica attica.
Il periodo romano tra il II e il I sec. a.C. è documentato dalle sepolture di Sant'Arpino (con raffinati oggetti tra cui un pettine, una scatola con finiture e uno specchio con manico in osso lavorato) e dalla tomba a camera ritrovata nel 1966 in località Starza (con tre balsamari in terracotta ed un unguentario in alabastro rinvenuti in una custodia di piombo).
La necropoli a sud della città antica testimonia il momento storico compreso tra il I e il IV sec. d.C.
Al piano superiore sono esposti i reperti provenienti dalla necropoli localizzata nell'area dell'insediamento U.S. Navy di Gricignano d'Aversa, pertinenti all'Orientalizzante antico (fine VIII - inizio VII sec. a.C), particolarmente significativi per la comprensione del rapporto tra la popolazione greca coloniale e quella indigena nella regione a sud del fiume Clanis, finora poco documentata.
Informazioni per le visite: Indirizzo Via Roma, 5 - 81030 Succivo (Caserta), telefono 0815012701, Orario 9.00-19.00 - chiuso il lunedì; e inoltre: il 1° gennaio, il 1° maggio, il 15 agosto e il 25 dicembre - Ingresso gratuito.

Il Museo Diocesano di Aversa
E ospitato nel deambulatorio e in alcuni spazi annessi del Duomo di Aversa, edificato a partire dal 1053 per opera del principe normanno Riccardo I sull'area di una preesistente chiesa longobarda intitolata all'apostolo Paolo, e completato da Giordano nel 1090. Costituito il 4 novembre del 1993 e approvato dal vescovo Lorenzo Chiarinelli il 25 gennaio 1995 per la conservazione, la tutela e la valorizzazione del patrimonio storico artistico liturgico della Chiesa Cattedrale, il Museo si propone di raccogliere e studiare le opere d'arte del Duomo, restaurandole e conservandole in modo da offrirle come testimonianze di pietà e di civiltà religiosa da tramandare, di favorire iniziative per la conoscenza dei suoi tesori d'arte, e infine, di promuovere rapporti e scambi culturali con le altre Cattedrali. Il primo nucleo espositivo del Museo, allestito nel deambulatorio del Duomo, fu costituito in occasione della mostra La Cattedrale nella storia. Aversa 1090-1990. Nove secoli di arte.
Promossa dal Capitolo della Cattedrale con l'allestimento della Soprintendenza ai beni ambientali, architettonici, artistici e storici di Caserta, la mostra fu inaugurata nel 1990 dal pontefice Giovanni Paolo II, il quale, dopo aver ammirato le pregevoli opere d'arte del Duomo normanno, incoraggiò la costituzione del Museo, tra l'altro, già sollecitata da tempo dal magistero ecclesiale. Il Deambulatorio è posto tra il coro maggiore-presbiterio e il perimetro esterno del tempio. E costituito da sette campate costolonate e cinque absidi, due delle quali murate nel 1703 durante i lavori di trasformazione della Cattedrale, sotto la direzione dell'architetto romano Carlo Buratti.
Il secondo nucleo espositivo è allestito nella cappella succursale di Loreto, nel cosiddetto Tesoro Vecchio (fatti costruire nel 1630 dal vescovo Carlo I Carafa) e in alcuni locali che fino a pochi anni fa ospitavano la Congrega dei Preti di Aversa.
Il percorso museale si articola in due sezioni: la prima, allestita nel deambulatorio, la seconda nella cosiddetta cappella succursale di Loreto e nel Tesoro Vecchio. La visita comincia nel deambulatorio, dove sono esposte le opere che connotano l'evolversi temporale e stilistico della fabbrica del Duomo: affreschi, sculture, lastre tombali, capitelli zoomorfi, altari e dipinti. Di rilievo il portale romanico del Nymphios, all'ingresso dell'antico Vestiario dei Mansionari Partecipanti, le lastre marmoree di San Giorgio col drago e dell'Elefante turrito, bassorilievi degli antichi stipiti della porta principale del Duomo; i sepolcri dei vescovi Giorgio Manzolo e di Balduino dè Balduinis, il sepolcro del canonico Paolo Merenda del XVI secolo; tavole rinascimentali come il Trittico di San Michele della scuola di Antoniazzo Romano, opere del Cinquecento come la Natività di Pietro Negroni e Girolamo Cardillo e opere manieristiche come l'Incontro di Pietro e Paolo del pittore aver-sano Giovan Battista Graziano. Le opere del secondo nucleo espositivo sono collocate nelle sale cosiddette di Loreto, del Baldacchino e di San Sebastiano.
La Sala di Loreto espone al centro la tela della Madonna del Gonfalone di Francesco Solimena, reliquiari insigni come la Sacra Spina (XVI-XVII secolo) e il busto di Sant'Antonio. Due grandi espositori conservano argenti e paramenti sacri provenienti dal tesori della cattedrale, il Tabernacolo del Giovedì Santo di Aniello Guariniello (1757), calici, pissidi e altri oggetti usati per le celebrazioni liturgiche vescovili e capitolari che vanno dal XVI al XIX secolo. La Sala del Baldacchino conserva il grande trono per l'esposizione eucaristica, opera in argento di A. Guariniello del 1755, cimeli documentari e liturgici tra i più rappresentativi degli archivi ecclesiastici aversani: pergamene dell'XI secolo, codici liturgici e il famoso Breviarium secundum consuetudinem Ecclesiae Maioris Aversanae (1499).
La Sala di San Sebastiano presenta una rassegna tematica sul martirio di San Sebastiano, patrono secondario della città. Qui sono esposte sette tavole quattrocentesche di Angiolillo Arcuccio (il San Sebastiano, con Aversa del Quattrocento, la Madonna del melograno, il Trittico della Maddalena, la Madonna delle Grazie e il San Giovanni Evangelista provenienti dall'Annunziata) e un pannello ligneo del XVII secolo, raffigurante il duomo normanno. Di grande interesse è il busto-reliquiario di San Sebastiano di Domenico Vaccaro (XVII-XVIII secolo). Il percorso si conclude con l'esposizione di altri oggetti collocati nei luoghi originari, nelle navate centrali e nelle cappelle laterali del Duomo barocco, come il Crocifisso catalano in legno policromo del XIII secolo; il Monumento sepolcrale del cardinale Innico Caracciolo, nella cappella del Santissimo Sacramento; il Battistero barocco, scultura di F. Maggi e la tavola manieristica attribuita a Cornelis Smet raffigurante l'Adorazione dei Magi.
Informazioni per le visite: indirizzo Piazza Duomo - 81031 Aversa (Caserta) telefono: 0815037665 e 0818901764 Orario da ottobre a giugno è aperto i giorni dispari dalle 9.30 alle 11.30; nei mesi estivi, il venerdì e il sabato dalle 17.00 alle 19.00. Ingresso gratuito.

 
 
 
 
I percorsi di Enea ed Ulisse: viaggio attraverso il mito
 
Letture varie: la Cattedrale di Sessa Aurunca   Letture varie: la Cattedrale di Sessa Aurunca
 
Letture varie: la Cattedrale di Sessa Aurunca   Letture varie: la Cattedrale di Sessa Aurunca
 

I percorsi di Enea ed Ulisse: viaggio attraverso il mito
"... Questo che flagella il mar Tirreno logorando la barriera degli scogli, abbi in ogni caso la saggezza, mentre filtri i vini, di recidere speranze troppo lunghe: ucogli Vattimo fuggente..."
Inizia così il nostro viaggio con i versi di Orazio riferiti sicuramente alle spiagge del Mare Nostrum, dei lidi di Sinuessa (Mondragone), Volturnum (Castel Volturno) e Baia Domizia, ripercorrendo con lo sguardo del viandante lo stesso percorso che Enea compì dall'Averno (l'attuale lago D'Averno ed entrata nel regno degli avi) verso la sua nuova patria: Roma; e Ulisse, eroe di Troia fu costretto a fare approdando sulle coste del 25 gennaio del 1911 il Sig. Leopoldo Schiappa faceva eseguire de lavori di sterro per piantare una vigna nella zona dell'lncaldana, Durante i lavori, colono Guglielmo Antonio di anni 51 ed il figlio Giovann di anni 24, ad un tratto, urtarono col piccone un corpo grosso e duro: si videro, con somma meraviglia, venir fuori due pezzi di una statua mutilata delle braccia e del corpo. Subito si diffuse la notizia in paese, Fu denunziato al Museo di Napoli il suo ritrovamento e colà fu condotta, il 10 aprile del 1911, dal Prof. Vittorio Spinazzola. Questi facendo unire i due pezzi ritrovati, ricostruì la famosa statua che chiamò la Venere Sinuessana attribuendola a Prassitele, sommo scultore greco del IV secolo a.C. e, cosa mirabile, fino a quel momento, nessun esemplare simile esisteva in Italia.
Questo capolavoro di scultura greca adornava un tempo una delle ville di Sinuessa. Si suppone che la villa appartenesse al grande filosofo Marco Tullio Cicerone (il Sinuessanum di Cicerone), la villa pupilla, menzionata dall'arpinàte in una sua lettera inviata all' amico Attico. Raffigura una donna uscita dal bagno torso nudo, con i fianchi cinti da un peplo bagnato che scivola lungo una gamba e le ginocchia appena flesse, in un delicato gesto di pudicizia, come se la Venere avesse voluto sottrarsi dallo sguardo indiscreto. La stessa è stata oggetto di convegni e conferenze, nonché ospitata presso il Museo cittadino di Mondragone (Biagio Greco) e oggetto di approfondimenti storici dei professori Luigi Crimmaco (direttore del museo civico) e Veronica Montuoso (assistente tecnico dello stesso museo), il tutto grazie alla collaborazione della Soprintendenza archeologica di Napoli e Caserta.
Circeo per incontrare l'ammaliatrice maga delle coste italiche. Dai monti benedetti dal dio Bacco dove vi sono gli antichi vigneti del sacro Falernum (Mondragone e Falciano del Massico), al mare dove ancora oggi si scorge la sirena greca Sinope (Sinuessa), ritratta nuda sul bagnasciuga nell'atto di sollevare il suo velo, per giungere alla foce del sacro e burrascoso giovane Volturnum dio edificatore degli arenili del litorale del Mito, prediletto degli Dei dei monti Tifata, si apre una baia di 34 Km e una pineta di 27 Km accarezzata la sera dalla brezza di mare. Lo sguardo si perde lì all'orizzonte al calare del sole trainato da Apollo e dal sorgere della luna che intimidisce le piccole luci notturne del Golfo di Napoli e delle isole dove vissero i cesari di Roma e l'antica sibilla cumana che proferiva il suo verdetto profanato e mutato dal sangue e dalle persecuzioni dei martiri cristiani.
La strada Domiziana
Costruita per volere dell'imperatore Domiziano per abbreviare al viaggiatore campano il percorso dal litorale partenopeo e flegrea fino a Roma. Da un verso ripreso dal libro Castel Volturno, la storia, la cultura, i monumenti e le famiglie del professore Alfonso Caprio, si cita testualmente: Quale immane fragore di dura selce e di ferro pesante ha colmato il bordo attiguo al mare della via Appia cosparsa di Sassi? Non sono certo le schiere libiche a fare tanto fragore... ma il cantiere voluto dall'imperatore Domiziano che si apre dal Monte Massico, fino alla foce del Lago Patria... Prima si scava un fossato, poi si riempie con del materiale lastricato e ciottoli, poi si adagiano i massi e poi i basoli della roccia vulcanica di Roccamonfina.
II percorso che Enea compì dall'Averno verso Roma.
Sinuessa
Con tutta probabilità, questa citta', che precede nelle origini Mondragone, sorge nel 297 a.C occupando le primitive rovine della città greca Sinope ed una parte della distrutta Vescia. Diviene, dopo il 338 a.C, una delle colonie più' importanti di Roma. Oggi purtroppo per il fenomeno del bradisismo in parte è sommersa. Molti storici contemporanei ed antichi, italiani e stranieri si interessano ad essa assicurandoci che fu una delle citta' più splendide d'Italia; famosa per il suo clima, per la salubrità delle sue acque, per il prelibato vino falerno. Nel 340 prende parte alla guerra latina. Nel 297, colonizzata dai Romani cinci-tofi, e ribattezzata Sinuessa. Ivi sono marterizzati i santi martiri Casto e Secondino, durante la terribile persecuzione di Diocleziano (292 d.C).
Liternum
A pochi metri dalla S.S. Domiziana, dopo il ponte sulla foce del Lago Patria, venendo da Castel Volturno, sorgono5 gli scavi dell'antica città di Liternum, o per lo meno sono presenti alcuni ruderi di questa costruzione che rappresenterebbe uno dei tanti anfratti sepolti dell'antica provincia romana, che assieme a Volturnum, Sinuessa, Puteoli, Licola erano le cosiddette province litoranee attraversate dalla Domiziana, che congiungeva Neapolis (Napoli), e le terme di Cuma, Baia e dell'Averno, a Roma. In tale ambiente avrebbe soggiornato durante il suo esilio campano anche Scipione l'Africano, eroe della disfatta di Cartagine.
Per le chiese antiche del litorale Liternum, e Volturnum rappresentavano una meta di transito dei primi cristiani. Tant'è che gli storici pensano che per tale strada sia passato anche San Paolo diretto a Roma, dopo lo sbarco nel porto di Puteoli. Oggi i resti di questa piccola città sono rappresentati da questi scavi che come si evince dalle foto risultano racchiusi da un recinto in muratura con ringhiera arrugginita e da un cancello sempre chiuso.
Volturnum
Partendo dal Municipio di Castel Volturno (Volturnum), dove nel sottosuolo vi era l'antico molo romano, tracciando una linea tratteggiata a partire dall'antico ponte romano, visibile ancora oggi in un'arcata del Castello longobardo, via S. Rocco, via Fiumitiello, via Civita, piazza Vittorio Emanuele, via Garibaldi, sono il fulcro dell'antico centro urbano di Volturnum. Addirittura anni fa dove oggi sorge la nuova casa comunale e l'istituto Alberghiero bastava scavare con un trattore per trovare resti di qualche necropoli, tombe, muri di abitazioni, mosaici, monete, impluvi, e strade romane.
Suessa
Sessa Aurunca è l'antica Suessa, il centro principale degli Aurunci, come confermano le suppellettili tombali venute in luce di recente e che risalgono al sec. VIII-VII a.C.. Nel contesto del vecchio abitato che ha un impianto urbanistico prettamente medievale impostato in parte sulle preesistenze romane e pre romane vi sono diversi monumenti di notevole interesse storico artistico. Tra questi il Criptoportico, del I sec. a.C. Quasi addossato sorgeva il teatro databile al I sec. a.C. L'edificio conserva ancora parte della summa e media cava mentre è andata quasi del tutto perduta l'orchestra e la scena. Nella zona meridionale della cittadina vi è il Ponte Ronaco che univa Sessa all'Appia antica. Sulle pendici del vulcano spento di Roccamonfina, in un luogo frequentato sin dall'VIII secolo a.C, sorse nel 313 a.C. l'antica colonia latina di Suessa, corrispondente all'attuale Sessa Aurunca. Il monumento più noto e meglio conservato della città antica è il Criptoportico, situato all'esterno della cinta muraria sul lato occidentale dell'abitato antico.
L'interessante complesso di età sillana è costituito da tre bracci scanditi da una fila centrale di arcate, i cui pilastri conservano ancora la decorazione a rilievo in stucco e graffiti con nomi di poeti greci e versi virgiliani attestanti che per qualche tempo vi ebbe sede una scuola. Collegato e coevo al Criptoportico è il Teatro, del quale sono stati di recente messi in luce la cavea, in parte scavata nella collina e in parte costruita su gallerie anulari, le gradinate dell'ima cavea, l'orchestra con la scena e gli accessi laterali ad essa (pàrodoi), oltre a frammenti della decorazione scultorea, fra cui una colossale testa muliebre di divinità databile ad età imperiale. La particolare dislocazione geografica del Centro e delle 26 frazioni fra un'ampia zona collinare e la fertilissima Piana del Garigliano, rende sempre importante tutto il territorio comunale per una produzione agricola altamente differenziata e particolarmente apprezzata soprattutto per quanto riguarda olio e vini noti già nell'epoca romana (numerose sono sul territorio le tracce di grossi insediamenti produttivi di età imperiale).
Da queste terre, fino alle pendici del Massico da vari anni zona riconosciuta di produzione d.o.c. proviene quel vino Falerno tanto decantato nella antichità da essere ritenuto un dono del Dio Dioniso alle ospitali genti del luogo. Ben noto a Plino per le sue doti terapeutiche, ad Orazio, Marziale, Petronio ed altri per il suo gusto asciutto e forte, il Falerno è ancora oggi oggetto di una qualificata richiesta anche dall'estero.
Museo Civico Archeologico Biagio Greco
È il segno tangibile della volontà dell'Amministrazione Comunale di Mondragone di perseguire una politica attiva di valorizzazione dei Beni Culturali presenti sul territorio, ponendosi come obiettivo primario la fortificazione delle radici della propria identità comune. Il Museo Cìvico Archeologico Biagio Greco oltre a collaborare con numerose Istituzioni Universitarie Statali e diversi Enti di Formazione accreditati, aderisce ad importanti Organismi Nazionali guali il Touring Club Italiano, l' Associazione Nazionale Musei Locali ed Istituzionali e l'Istituto Italiano di Preistoria e Protostoria.
Dalla ricerca archeologica, condotta attraverso ricognizioni, indagini geognostiche e campagne di scavo interamente finanziate dall'Amministrazione Comunale, fino all'assistenza didattica gratuita alle scuole ed ai visitatori, il Museo Civico intende offrire un panorama completo della storia de! territorio dalla preistoria fino al medioevo, attraverso l'età protostorica, arcaica e romana. (Giovanni Schiappa, assessore alla cultura). Sessa Aurunca: una storia lunga 3000 anni
Il progetto Costiera dei Fiori non poteva non prendere in considerazione la città che ha dato i natali al gran poeta latino Gaio Lucilio. Nell'attuazione del Museo de Territorio si cercherà di dare una scenografia che ne evochi la vita Capita non di rado che un luogo visitato un po' casualmente si carica all'improvviso di significato perché ci balza davanti inatteso, da una targa stradale, da una lapide, da un monumento, il nome di un personaggio noto, perfino un grande, di cui non sospettavamo lì la presenza.
Oppure capita che una determinata fetta del territorio fino a quel momento a noi ignota venga scoperta nelle stesse circostanze e divenga oggetto di un nostro nuovo interesse. Il progetto Costiera dei Fiori non poteva non prendere in considerazione la città che ha dato i natali al gran poeta latino Gaio Lucilio. Anzi, l'iniziativa sembra quasi intendere utilizzare il ventaglio d'intuizioni e applicazioni del gran padre della satira per finalità culturali e turistiche. Il realismo, il gusto dell'aneddoto, l'interesse per i paesaggi, gli oggetti, i dettagli dell'esistenza reale e quotidiana, tutto ciò traspare nei frammenti rimasti, e va a delineare una tradizione.
Non a caso il sistema Ecomuseo del paesaggio Aurunco e Osservatorio della Flora Mediterranea illustra in maniera efficace l'evoluzione della terra e dell'uomo nella storia. Saranno ripercorse le tappe del rapporto tra uomo e ambiente, fatto di trasformazioni e di reciproche influenze. La valorizzazione delle risorse locali produttive e paesaggistico monumentali, culturale. Una sezione d'eccellenza sarà riservata all'informazione ed alla sensibilizzazione dei consumatori, agli operatori agrituristici ed ai ristoratori facendo leva sulle caratteristiche organolettiche e nutrizionali nonché sull'impiego nelle preparazioni gastronomiche dei prodotti tipici locali di pregio. Nell'attuazione del Museo del Territorio si cercherà di dare una scenografia che ne evochi la vita quotidiana.
Sarà creato un centro di servizi agristico culturale con funzioni di raccolta e catalogazione di testimonianze storiche sui prodotti tipici e tradizionali locali con l'intento di offrire al visitatore un nuovo strumento d'approfondimento. L'allestimento è pensato come una struttura integrata di servizi di sviluppo turistico e culturali in grado di connettere e valorizzare le risorse locali mediante il coinvolgimento attivo delle associazioni culturali e professionali e delle istituzioni locali pubbliche e private. Il sistema sarà strutturato in due centri focali dedicati, rispettivamente, alla valorizzazione della cultura materiale locale e delle risorse storico paesaggistico monumentali, con sede in Sessa Aurunca, ed alla rivalutazione della flora dunale, con sede in Baia Domizia.
I due centri opereranno in maniera strettamente interconnessa e coordinata, con l'obiettivo di produrre un insieme coerente di servizi eventi supporti informativi finalizzati alla promozione ed alla valorizzazione delle risorse locali.
La metodologia d'azione punterà a provocare la mobilitazione degli attori locali e a creare forme di collaborazione con le istituzioni scientifiche e culturali di livello provinciale e regionale. Il sistema si baserà sull'impiego di strumenti informatici multimediali e sarà orientato alla realizzazione di ausili ed eventi informativo divulgativi dedicati alla valorizzazione delle risorse del territorio, storico paesaggistiche e della cultura materiale del luogo. La messa in opera di vetrine delle specialità enogastronomiche del distretto, la produzione di supporti multimediali per la promozione del luogo e dell'enologia locale, unitamente all'organizzazione di eventi turistico culturali intendono rispondere con moderni criteri alle esigenze dei pubblici più vari: dai giovanissimi ai meno giovani.
La flessibilità della struttura museale consentirà in futuro un progressivo aggiornamento, grazie all'allestimento di percorsi guidati per la degustazione di prodotti tipici e di ricette tradizionali. Grazie all'impulso del programma strategico Costiera dei Fiori il turista che risalirà per le strade di Sessa Aurunca oltre ad un viaggio nell'arte e nella storia avrà modo di riallacciarsi con altre realtà presenti nella provincia casertana ed avrà modo di apprendere quale identità contraddistingua la zona Aurunca e come anche nel passato gli scambi fra culture diverse abbiano contribuito ad arricchire l'evoluzione del territorio e della sua gente.
Uno scrigno di tesori: odori, sapori e folklori della costiera dei fiori
Promuovere e valorizzare le risorse territoriali, integrando tradizioni storiche culturali con quelle rurali ed eno-gastronomiche in un unicum in cui le bellezze naturali, storiche, archeologiche e paesaggistiche fanno da cornice. E questo l'intento del programma Costiera dei Fiori, quaranta chilometri di fascia costiera del territorio casertano al confine con il Lazio che trae vantaggio da un clima straordinariamente mite, grazie ai monti che la proteggono dai venti e al Mare nostrum che bagna le sue coste.
E la consapevolezza di avere un immenso patrimonio naturale che fa continuare a crescere a ritmo serrato gli investimenti sul Litorale Domizio.
Uno scrigno di tesori, il mare, una continua sorpresa il territorio, ricco di arte, cultura ed eventi nelle vivaci città costiere e nei borghi schivi dell'entroterra. Un'incantevole tavolozza di sapori, profumi e colori. Il viaggiatore che si trova ad attraversare la costiera casertana ha l'imbarazzo della scelta. Cerca le spiagge, il sole, i colori del mare? Sono qui. Cerca le città della costa vivaci di giorno e di notte? Sono qui. Vuole invece la montagna, le passeggiate nei boschi, l'aria pura? O ancora i paesini medievali arroccati sui pendii con le torri, le case storiche, le vecchie chiese? Sono qui. E poi, la cucina genuina con le verdure dell'orto l'ottima carne ed il pesce, insieme al celebre olio di oliva extra vergine e i vini speciali danno una peculiarità al nostro litorale davvero incomparabile.
È la consapevolezza di avere un immenso patrimonio naturale che fa continuare a crescere a ritmo serrato gli investimenti sul Litorale Domizio. Grazie al programma di rivalutazione territoriale Costiera dei Fiori", stabilimenti balneari, alberghi, luoghi di ritrovo e ristoranti stanno rimettendo in moto l'economia locale che sembrava ormai ferma. Insomma, la parola d'ordine è: Valorizzare l'immenso patrimonio che insiste sulla Costa casertana, fatto di storia, cultura, bellezze architettoniche e incantevoli scenari paesaggistici, ma anche di sapori, colori e profumi. Il programma è costruito su di un insieme d'eventi - iniziative rivolte a stimolare e consolidare maggiori consapevolezze delle ingenti risorse territoriali e paesaggistiche del Litorale Domizio, sperimentando nuove modalità di attuazione caratterizzate da un'ampia partecipazione in tutta la fase di programmazione e di gestione, che si esprimerà nella costituzione di adeguati partenariati locali. "Rientra nel Programma di sviluppo, ha dichiarato l'assessore provinciale Mimmo Dell'Aquila, l'istituzione d'alcuni Centri Laboratori d'ideazione e creazione d'iniziative di promozione locale, gestite dalle associazioni culturali presenti sul territorio sotto il diretto controllo dei Partenariati con modalità che saranno definite e sancite in appositi protocolli d'intesa." È inoltre previsto, ha continuato l'assessore Dell'Aquila, l'attuazione di iniziative di informazione e promozione delle risorse locali, attraverso lo studio e l'attuazione di percorsi e visite guidate nei siti e nelle località di particolare interesse storico, naturalistico e culturale".
Riscoprire le amenità dei nostri luoghi per mantenere vive le tradizioni locali, impegnandosi nella tutela delle nostre ricchezze per diffondere nel mondo l'immagine di una terra rigogliosa, ricca e pittorescamente bella. Puntare, quindi, sulla piena rivalutazione delle risorse e delle potenzialità caratteristiche della nostra costiera: questo è Costiera dei fiori, programma di marketing territoriale che si pone come obiettivi la promozione, la tutela e la valorizzazione delle preziose risorse d'un vasto territorio rurale: produzioni florovivaistiche, coltivazioni e pietanze tipiche, paesaggi ed ambienti, eventi culturali, folklore e storia antica. L'area interessata include i comuni di Cellole, Castelvolturno e Sessa Aurunca. Il piano si attua di concerto con Enti locali e territoriali e con organismi rappresentativi del comparto agroalimentare. Le azioni sono attivate nell'intento di creare sinergie tra le risorse territoriali, senza che nessuna possa prescindere dalle altre e che tutte, dal sistema, possano trame vantaggi. Attraverso lo sviluppo del florovivaismo avverrà la tutela del paesaggio rurale e dei percorsi naturalistici, con l'esaltazione dei prodotti tipici, il recupero delle tradizioni storiche ed artigianali, la promozione dell'offerta culturale,le iniziative di educazione ambientale nelle scuole, affidate ai Centri di Educazione Ambientale della Rete INFEA, studi e ricerche per la definizione e la valutazione della qualità del paesaggio finalizzati alla concretizzazione di proposte per la riqualificazione del territorio, con particolare riferimento alla Carta del Paesaggio, alla Carta della Naturalità, ai Piani esecutivi di gestione UNESCO.
Un'oasi climatica
Si tratta di fetta di territorio che, nonostante le deturpazioni arrecate dagli intensi fenomeni d'urbanizzazione a cavallo tra gli anni Sessanta e Ottanta, conserva intatti notevoli valori ambientali e paesaggistici, ed è sede tuttora di dinamiche attività agricole. L'ampia fascia costiera si estende per oltre 40 Km, ed è caratterizzata da una vasta pineta litoranea a Pino domestico e Pino marittimo, impiantata artificialmente nel periodo di realizzazione delle opere di bonifica integrale che negli anni addietro hanno interessato l'entroterra. Tale formazione vegetale caratterizza marcatamente il paesaggio costiero ed ha inglobato la preesistente vegetazione autoctona costituita da macchia mediterranea retrodunale e dalla tipica vegetazione dunale, nella quale spicca la presenza del Giglio marino, (pancratium maritimum), che qualifica estese stazioni flogistiche litoranee.
Dal punto di vista orografico, notevole è la presenza del Monte Massico, imponente catena montuosa, che dalle ultime propaggini del Vulcano di Roccamonfina, nei pressi di Sessa Aurunca, si protende verso il litorale fino a lambirlo in località Sinuessa, nel territorio del comune di Mondragone, separando la pianura campana in due aree distinte: a nord il Piano Campano superiore che comprende le aree pianeggianti dei comuni di Sessa Aurunca e Cellule, ed a L'Agro Falerno, che senza ulteriori soluzioni di continuità, si estende verso Sud fino a saldarsi con la pianura Aversana Napoletana, l'antica Terra di Lavoro. Lungo tale tratto costiero affluiscono importanti corsi d'acqua quali il Volturno, i Regi Lagni, il Savone, il Garigliano, la cui presenza sostiene un complesso agroecosistema che compie importanti funzioni ecologiche e produttive. La spiccata vocazione agricola zootecnica, dovuta alla particolare feracità del clima e del suolo, consente alla zona di eccellere nelle più tipiche ed importanti produzioni Campane quali la mozzarella di Bufala Campana (DOP), la Melannurca Campana (IGP) i vini Falerno del Massico (DOC) gli oli tipici prodotti da antichi oliveti situati in aree d'elevato valore paesaggistico, che dalla Domiziana si spingono verso le aree collinari interne fino a ricoprire i rilievi del Monte Massico e del Vulcano di Roccamonfina.
Recentemente, l'olio Terre Aurunche, ha ottenuto la protezione transitoria della DOP. Il comparto ortofrutticolo èrappresentato da produzioni d'elevata qualità (pesco, nettarine, albicocco, ciliegio, melo). Degno di menzione è anche il settore orticolo, che eccelle nella produzione di patate ed ortaggi d'elevata qualità.
La spiccata vocazione agricola zootecnica, dovuta alla particolare feracità del clima e del suolo, consente alla zona di eccellere nelle più tipiche ed importanti produzioni Campane. Il recupero degli antichi mestieri è importante per il riscatto dell'identità culturale locale attraverso lo sviluppo del florovivaismo avverrà la tutela del paesaggio rurale e dei percorsi naturalistici.
Biodiversità e paesaggio.
La strategia d'ottimizzazione territoriale si basa sull'attivazione di un insieme coordinato di iniziative orientate ad accrescere la consapevolezza ambientale e territoriale della popolazione residente, ad innescare processi attivi di conoscenza del territorio, a sviluppare effetti sinergici tra le attività produttive, turistiche ed artigianali locali. Il tema prescelto, incentrato sulla tutela e la rivalutazione della biodiversità e basato sul miglioramento delle risorse territoriali, è orientato al recupero dei valori naturalistici e storico culturali locali e tende a sviluppare un sistema integrato di miglioramento delle molteplici potenzialità territoriali spesso non adeguatamente espresse. Saranno dunque attivati dei progetti di miglioramento ambientale, percorsi naturalistici ed eventi informativi, divulgativi, promozionali sulle risorse locali. Saranno altresì individuati percorsi specifici dedicati al paesaggio naturale, agrario e storico culturale.
Il recupero degli antichi mestieri
Il recupero degli antichi hi mestieri è un importante ed adeguato argomento per il riscatto dell'identità culturale locale. Specifiche proposte stagionali, riservate alle tradizioni pastorali e contadine, permetteranno di identificare e promuovere lo sviluppo dei paesaggi culturali del territorio, e di render più forte l'identità culturale locale. Tali azioni saranno integrate con l'utilizzazione delle testimonianze storico monumentali locali mediante la realizzazione di itinerari sulle rarità naturali dell'Oasi dei Variconi, sugli itinerari sul fiume Volturno e sul Garigliano e, sulle particolarità botaniche e vegetazionali delle aree dunali. Grazie a questo straordinario piano di lavoro e da questo momento, chi penserà alla costiera casertana lo dovrà fare associando atmosfere storiche a monumenti e luoghi fuori del tempo e dallo spazio, nei quali l'arte, la natura e la cultura convivono sempre per poter godere appieno delle innumerevoli attrattive che la Costa dei Fiori vuole offrire. Decenni d'incuria avevano ridotto questa parte di territorio casertano ad un enorme luogo da evitare; da questo brillante progetto invece, parte il riscatto contro il degrado.
Museo del territorio e della cultura rurale
L'intento è quello di utilizzare al meglio le risorse locali produttive, paesaggistiche, storiche e monumentali. Quella del Museo del Territorio e della cultura rurale è una storia recente e antichissima. Recente è l'entusiasmo a voluto, antichissima è la storia scritta nelle cose, negli sguardi e nelle mani che abiteranno il museo. Cose che racconteranno la fatica e la gioia, il tempo del lavoro e della festa, di cittadini e abitanti e di quei lungimiranti politici che hanno pensato al Museo del Territorio e della Cultura Rurale come luogo in cui depositare la memoria e il sogno. Attraverso il Programma Strategico Costiera dei Fiori l'aura di quegli oggetti assumerà vita autonoma, si disegnerà una identità non progettata: continuamente mutevole e vivente. L'ambizioso progetto prevede l'informazione e la sensibilizzazione dei consumatori, degli operatori agrituristici e di tutti i ristoratori, sulle caratteristiche organolettiche, nutrizionali e inoltre sull'impiego nelle preparazioni gastronomiche dei prodotti tipici locali di pregio.
L'intento è quello di utilizzare al meglio le risorse locali produttive a carattere artigianale e le risorse paesaggistiche, storiche e monumentali attivando e supportando eventi a carattere turistico e culturale. Grande impulso sarà dato dall'attuazione del Museo del Territorio con il suo centro di servizi agrituristici cui turali avente funzioni raccolta catalogazione di testimonianze storiche sull'attività agricola, artigianale e sulla cultura materiale locale. Sarà curata inoltre la raccolta e catagolazione di testimonianze artistiche, storiche e sui prodotti tipici e tradizionali locali. Non sarà tralasciata la parte moderna, che avverrà attraverso la produzione di supporti multimediali per la sviluppo territorio e dell'enogastronomia locale attraverso l' organizzazione di eventi turistici e culturali, avvenimenti a carattere divulgativo, didattico e promozionale, collegati alla valorizzazione delle risorse storiche monumentali e culturali locali. Particolare attenzione sarà riservata alla degustazione dei prodotti tipici locali, grazie alla sapiente maestria d'abili chef esperti in gastronomia locale saranno disposti dei percorsi guidati in cui si potranno assaggiare prodotti gastronomici del posto conditi da saporitissimi oli ed innaffiati da deliziosi vini locali. Facendo leva sul coinvolgimento degli Istituti scolastici presenti sul territorio si realizzeranno materiali e schede informative sui prodotti e sulle ricette tradizionali.
Insomma, dalla coscienza di questi valori riscoperti grazie al programma strategico Costiera dei fiori, scaturiranno sicuramente, ad iniziative che porteranno a creare oasi e riserve naturali, musei, centri attrezzati per guidare i visitatori e nuove ed accoglienti strutture ricettive e di ristoro.

 
 
 
 
San Pietro Infine e il Parco della Memoria
 
Letture varie: Parco della Memoria a San Pietro Infine   Letture varie: Parco della Memoria a San Pietro Infine
 
Letture varie: l'Episcopio di Ventaroli   Letture varie: l'Episcopio di Ventaroli
 

San Pietro Infine, Monte Sammucro Progetto Orto Botanico Parco della Memoria.
Passi lenti arrancano e le suole spesse delle scarpe affondano nel terreno ancora umido del mattino, mentre la bruma svanisce e svela prati verdi e alberi da frutto. Senza esitazione l'anziano contadino prosegue la sua camminata con passo via via più sostenuto, un sacco di fieno in spalla e lo sguardo che raggiunge sotto il berretto le altezze piene di fascino dell'imponente Catena di Monte Cesima (m. 1.180) che, con il Monte Sammucro (m. 1. 205) costituisce il prolungamento sud occidentale del gruppo montuoso delle Mainarde contigue al confine meridionale del Parco Nazionale d'Abruzzo.
Siamo a San Pietro Infine ed è questo lo spettacolo che ci appare recandoci di primo mattino a visitare questi luoghi emozionanti che trasudano storia da ogni pietra. Incastonata tra Lazio, Molise ed Abruzzo confluente con importanti direttrici di traffico nazionale, la vecchia San Pietro Infine è un luogo davvero particolare, anzi,forse unico: non risulta che ci siano in Italia altre località che siano una vera e propria testimonianza archeologica del passaggio della guerra.
San Pietro Infine captured
. Cosi, il 20 dicembre 1943, qualche giorno dopo la grande battaglia di San Pietro Infine, titolava il Daily News. E, il cronista rincarava la dose: i nostri soldati sono entrati nel paese di San Pietro. Infine situato ai piedi di monte Sammucro, respingendo i nemici tedeschi verso Cassino... non una casa è rimasta in piedi ed io non so chi potrà mai più viverci da queste parti... il nome di questo piccolo paese resterà negli annali della storia militare americana e nessun soldato che vi ha combattuto potrà mai dimenticarla.
Il resoconto del Daily News è stato riportato in un articolo de La Repubblica del 25 novembre 1993 con il titolo: Nel paese che non c'è più, a ricordo e commemorazione della Battaglia di San Pietro Infine, documentata da John Huston, allora corrispondente di guerra a seguito dell'esercito americano, con il documentario Combat Film. Oggi, infatti, il paese non c'è più, restano soltanto le macerie e i ruderi, testimonianza vivente degli orrori della seconda guerra mondiale.
Il martirio di San Pietro Infine, dunque, è stato dimenticato per troppo tempo, quasi sessantaquattro anni; l'ora del riscatto non poteva essere più procrastinata. Molto meritoria appare dunque la dedizione dell'assessore provinciale Mimmo dell'Aquila che ha ritenuto rivolgere particolare attenzione a San Pietro Infine. Il piccolo centro, ha affermato l'assessore Dell'Aquila, con i suoi ruderi è l'unica testimonianza ancora riscontrabile visibilmente della tragedia di quegli anni terribili e non si potevano abbandonare quei ruderi alle ortiche. "Ma, ha continuato Dell'Aquila, non è solo il recupero dell "area urbana il nostro intento: nella veste di assessore provinciale all'agricoltura ho riscontrato che le condizioni ecologiche delle pendici del complesso montuoso Monte Cesimia - Monte Sammucro determinano una caratteristica successione altimetrica di coltivazioni, che caratterizzano fortemente il paesaggio, rendendolo davvero unico".
Infatti, nel fondo valle predominano le coltivazioni cerealicolo - foraggere, mentre sulle pendici poste a quote meno elevate sono presenti estese coltivazioni d'olivi, comprese nell'area delimitata per la produzione dell'olio DOC Terre Aurunche. A quote superiori si estendono ampie aree pascolive, utilizzate per l'allevamento ovicaprino che, in zona, vanta un'antichissima e radicata tradizione. Tale conformazione agro geografica permette una transumanza monte valle, tipica dell'area Matesina, che consente la presenza d'allevamenti semi stanziali d'elevato interesse economico ed agro ecologico.
In zona gli allevamenti ovicaprini mostrano notevoli segni di ripresa, grazie al rinnovato interesse per le produzioni casearie tipiche locali, che danno origine ad un mercato di discreta ampiezza. In zona si producono, infatti, ottimi e rinomati formaggi pecorini tradizionali, tra cui il noto Casoperuto, tipico dell'Alto Casertano ed, in particolare, dell'area di Sessa Aurunca e Teano. Notevole è anche la produzione di formaggi freschi (ricotte e caciotte di fuscella), particolarmente richiesti dalla ristorazione, e che trovano sbocco di mercato in tutta l'area Casertana e Napoletana. Le caratteristiche organolettiche di tali prodotti caseari sono sensibilmente influenzate dalla composizione flogistica dei locali pascoli montani.
Inoltre, nella caseificazione e nella concia di diverse tipologie di formaggi sono utilizzati specie appartenenti alla flora autoctona locale (cardo mariano, timo, maggiorana ed altre erbe aromatiche), che conferiscono a tali prodotti sentori ed aromi esclusivi. Pertanto, appare sempre più appropriata la proposta promossa dalla locale associazione culturale Aquilonia, sostenuta dall'amministrazione comunale di San Pietro infine, di realizzare un orto botanico L'Associazione Aquilonia, si pone di recuperare tutto un complesso di cultura e tradizioni con l'intento di valorizzarne le peculiarità e promuovere il territorio attraverso eventi, progetti culturali ed enogastronomici. Partendo da tale obiettivo, ha sviluppato l'idea di recuperare e sistemare un'area limitrofa alla Piazza Municipio, utilizzata anticamente a giardino privato appartenente alla storica famiglia Brunetti, oggi però in stato d'abbandono e degrado.
Tale progetto va ad inserirsi nel Parco della Memoria, costituito dal borgo antico di S. Pietro, di grande interesse storico, completamente distrutto ed abbandonato dai residenti a seguito dei pesanti bombardamenti dell'ultimo conflitto mondiale. Recentemente esso è stato recuperato da un sapiente lavoro di restauro, promosso dall'Amministrazione comunale e teso alla costruzione di un'area museale all'aperto, un parco della memoria bellica appunto. La creazione di un giardino botanico all'interno del Parco della Memoria va ad arricchire ulteriormente e differenziare l'insieme degli attrattori turistici ricettivi della zona. E' in quest'ottica che l'Associazione Aquilonia intende recuperare e riqualificare l'area individuata caratterizzandola mediante la raccolta e successiva coltizona che è parte della cultura della popolazione locale avvalendosi della collaborazione del dott. Antonio Croce naturalista botanico. I giardini od orti botanici oggi, intesi come campi di conservazione delle essenze vegetali autoctone, non sono più considerati solo una farmacia vivente, nel caso delle piante officinali medicinali, né una collezione di piante a scopo ornamentale, ma assolvono diverse funzioni riguardo alla realtà territoriale in cui s'inseriscono, alle dimensioni ed alle risorse di cui dispongono.
In particolare il progetto di San Pietro Infine s'ispira ai Giardini botanici ed officinali realizzati negli ultimi decenni da fondazioni, associazioni, enti, con un forte legame con il territorio che li ospita. S'intende realizzare quindi un'opera che contribuisca alla valorizzazione territoriale attraverso: l'attrazione di visitatori, curiosi, hobbysti, ambientalisti, la conoscenza e lo studio del territorio, gli scambi culturali, la promozione turistica del sito e la creazione di laboratori viventi di educazione ambientale.
Il giardino sarà organizzato con i seguenti spazi: aiuola etnobotanica, aiuole roccere delle aree naturali protette limitrofe, aiuole roccere con piante sintomatiche della flora autoctona, aiuola delle orchidee spontanee, giardino delle felci, giardino delle farfalle, vivaio e centro visite. L'evento sarà anche l'occasione per presentare il Progetto Giardino botanico nel Parco della Memoria di S. Pietro Infine, promosso nell'ambito del Programma regionale di marketing territoriale Montagna Viva. Nella splendida e affascinante cornice del Parco della memoria bellica, sarà realizzato un Giardino botanico che raccoglierà tutte le essenze della flora autoctona e le specie aromatiche tipiche presenti nel territorio, già importante sito naturalistico posto all'incrocio di tre regioni e al confine con il Parco nazionale d'Abruzzo.
Il progetto, concepito con l'idea e la volontà di ben identificare il territorio e la sua cultura, ha previsto anche alcuni percorsi sulle colline del circondario in collaborazione con esperti escursionisti botanici del CAI e di AIN, per esaltare e far meglio conoscere la flora spontanea della natura circostante avvicinando, in questo modo, i neo escursionisti al mondo della cultura botanica locale. Insomma, grazie alla sinergia tra Enti, Associazioni e professionisti si sta pian piano riportando lo storico paese dell'alto Casertano al suo antico splendore risvegliandosi da un torpore che è durato sessantaquattro anni.
L'Episcopio di Ventaroli
Gli affreschi dei Mestieri in Santa Maria in foro Claudio: si tratta di una delle poche testimonianze d'arte altomedievale della provincia di Caserta. Percorrendo le terre Aurunche ci s'imbatte in una piccola frazione di Sessa Aurunca che si chiama Ventaroli , poco distante da Carinola la città che diviene nel 1094 sede vescovile c'è l'antico Episcopio di Ventaroli. In origine il sito è quello di Forum Plaudii dove sorge la Basilica che conserva l'antica denominazione di Santa Maria in Foro Claudio, a memoria della città romana di Forum Plaudii, fondata sull'area del più remoto insediamento della città pelagica di Caleno, sede di una delle poche testimonianze di arte alto medievale della provincia di Caserta.
"Ventaroli è anche meno di un villaggio né voi lo troverete nella carta geografica: è un piccolo borgo nella collina più vicino a Sparanise che a Gaeta. Vi sono duecentocinquantasei anime, tre case di signori, una chiesa tutta bianca ed un cimitero tutto verde; vi è un gobbo idiota, una vecchia pazza e un eremita in una cappelluccia".
Così Matilde Serao (in un articolo pubblicato postumo da Il Mattino il 24 giugno 1956) parla di questo piccolo borgo in provincia di Caserta, dove trascorse momenti importanti della sua prima infanzia. A distanza di mezzo secolo l'antico Borgo non ha perso nulla del suo fascino. La splendida e lussureggiante vegetazione, fa da cornice a uno dei monumenti più importanti del nostro Sud. La cattedrale ripete, nell'architettura, lo schema compositivo di Sant'Angelo in Formis, la basilica benedettina sul territorio di Capua. L'interno è a tre navate con absidi divise da 14 colonne di recupero e capitelli corinzi. L'esterno, in facciata, aveva in origine un nartece elimirtato nel'400 col rifacimento del portale d'ingresso. Come nelle coeve basiliche tutte le pareti dovevano essere affrescate secondo quanto prescritto dall'antica liturgia, che si serviva delle immagini per istruire il popolo sull'Antico e Nuovo Testamento. Dell'originaria decorazione rimangono solo alcuni brani non attribuibili alle stesse maestranze e d'epoche diverse.
Sicuramente la parte più interessante dell'intera raffigurazione è rappresentata dagli affreschi dell'abside centrale con la Madonna assisa in Trono e, ai lati, due Angeli. Sul registro inferiore è, al centro, San Michele Arcangelo e i Dodici Apostoli. I dipinti sono datati dall'XI secolo, prima del trasferimento della sede episcopale a Carinola, avvenuta per volontà di Bernardo, cappellano di Giordano, principe di Capua, nel 1094.
Stilisticamente le immagini dipinte si riferiscono al repertorio coevo dei mosaici. Niente è concesso al naturalismo. I volti sono piatti, i corpi rigidi e frontali, le vesti ricchissime con chiari riferimenti al coevo repertorio dell'oreficeria. Di notevole interesse, e sicuramente desunti dalla cultura islamica, è la stoffa rotata con l'inserimento di figure d'elefanti, simmetricamente dipinti secondo uno schema compositivo mediato dal repertorio dei tessitori bizantini e musulmani.
La curiosità di questi affreschi ricchi d'elementi architettonici dipinti in parte staccati in epoca remota ed ora conservati nel Museo del Territorio della reggia di Caserta, è sicuramente la raffigurazione dei Mestieri nella navata destra accanto ai frammenti di un Giudizio Finale. Si tratta delle rappresentazioni d'artigiani: il fabbro, il farmacista, il macellaio, il calzolaio, il vinaio ed altri raffigurati mentre attendono alle loro attività. Le figure sono dipinte all'interno di un portico costituito da un lungo colonnato. All'interno della scena è l'iscrizione che designa le diverse attività.
Gli affreschi sono degni d'attenzione soprattutto in quanto documento storico unico ed autentico delle corporazioni artigianali note nel 1400 come associazioni di mercanti, lavoratori, professionisti che cercano nell'associazione i sussidi della difesa comune e dell'aiuto reciproco. Nel medioevo le corporazioni si pongono sotto la tutela di un santo e hanno tra i loro fini quelle delle preghiere in comune, dei suffragi per i defunti, degli accompagnamenti funebri e delle sepolture. I vincoli erano così radicati che, come nella tradizione romana, usavano collocarsi in determinate contrade della città, come ancora oggi rivelano alcuni toponimi cittadini. Ma, solo nel Quattrocento, sottp il regno di Ferrante I d'Aragona, all'epoca degli affreschi di Ventaroli, per la prima volta nell'ottobre del 1477, viene promulgata la Carta di fondazione della Corporazione della Seta, che testualmente recita: "Tutti quelli che vorranno lavorare o fare lavorare dieta arte gauderanno dicti capituli con questo che tutti quelli, grandi et piccoli, maystri et mercanti, se debiano fare scrivere in lo libro de dieta arte loro nome et cognome et casa et lochi dove habiteranno, et de quelli se ne farà notitia ali tre che saranno electi supra la dieta arte".
Già nel 1472 re Ferrante aveva emanato provvedimenti a tutela della produzione dei panni di lana fabbricati nel regno e, nello stesso anno fu istituito il Consolato dell'arte i cui capitoli furono approvati nel 1480.
La produzione era poi commercializzata a livello intraregionale grazie a ben 52 fiere distribuite in 36 località della Campania Aragonese. Tra queste località è compresa la costiera di Gaeta con il suo retroterra, Teano, Carinola, Sessa e Fondi.
Si comprende come la raffigurazione dei Mestieri all'interno dell'ex Cattedrale di Santa Maria in Foro Claudio, considerando il periodo storico, avesse un preciso significato politico e sociale.
I potecari di Ventaroli rappresentano l'economia delle terre che nel 1400 costituivano la contea di Francesco Petrucci figlio d'Antonello e segretario di Ferdinando 1 d'Aragona, quindi strettamente collegato alla casa d'Aragona. Il Petrucci partecipò alla Congiura dei Baroni e fu giustiziato l'il dicembre del 1486. Tornando allo straordinario ciclo dei mestieri è necessario evidenziare la presenza sugli affreschi, all'interno delle scene, di una sorta di piccolo diavolo desunto probabilmente dall'affresco inferiore con il Giudizio: una memoria per il mercante, avido per antonomasia, dell'esistenza di un giudizio finale. Ma com'è adesso Ventaroli? Tornando nel piccolo borgo: nel tentativo di rimettere insieme i pezzi, confusi e disordinati, di una storia e di un passato che paiono dimenticati, ci s'imbatte in un'umanità, quella dei contadini di Ventaroli, che reca, nella sua stessa genuinità, tutta la carica e la forza dell'opera e della scrittura della grande giornalista.
II borgo è davvero piccolo, le case bianche circondate dagli ulivi e dai tralci delle viti, dai ciliegi e dai noccioli. Visitando questo splendido lembo di terra casertana in una bella e assolata giornata domenicale si può vedere come la piccola borgata è ancora, come un tempo, animata dalla frenesia della messa mattutina domenicale, un tempo, l'evento forse l'evento per antonomasia, per borghi piccoli come questi, dove la vita corre lenta e gli uomini, tutti, hanno un piccolo pezzo di terra da lavorare e da curare come un figlio.

 
Jacob Philipp Hackert: la linea analitica nella pittura di paesaggio in Europa
 
Letture varie: il Real Sito di Carditello   Letture varie: il Real Sito di Carditello
 
Letture varie: il Real Sito di Carditello   Letture varie: il Real Sito di Carditello
 

Jacob Philipp Hackert: la linea analitica nella pittura di paesaggio in Europa.
La mostra di Jacob Philipp Hacker (1787-1807), tra i grandi protagonisti della pittura di paesaggio in Europa della seconda mela del Settecento, celebra tempestivamente i duecento anni dalla morte del maestro. La mostra illusila l'opera del pittore prussiano dagli esordi berlinesi, al soggiorno in Francia, fino all'arrivo in Italia.
L'autorità e la fama di Jacob Philipp Hacker fu grandissima nel corso della sua vita: sovrani, principi, aristocratici e amaleurs di lulla Europa ambirono ad avere una sua opera durante gli anni più brillanti del fenomeno del Grand Tour. La permanenza a Roma e i viaggi attraverso la Campagna Romana rappresentano un momento decisivo per la sua formazione di paesaggista d'apres nature, anni in sui è riconosciuto il suo sorpasso rispello alla contemporanea pittura di paesaggio italiana e straniera.
L'esperienza d'illustratore in Sicilia e il suo trasferimento a Napoli come pittore di Corte di re Ferdinando IV di Borbone lo pongono in una posizione di grande privilegio rispello a lulti i oi contemporanei grazie alle sue noie capacità di vedili isla e documentarista dal vero.
Dopo la stagione della Rivoluzione preferisce lasciare Napoli e ritirarsi in Toscana. La sua attività di pittore continua nell'eremo di San Pietro di Gareggi. Tre anni dopo la sua morte comparve lo Schizzo biografico, scritto da Goethe sulla base degli appunti lasciali dal pittore, che resero ancora più celebre il suo nome, più di ogni altro artista del suo tempo.
L'ultima mostra su Jacob Philipp Hacker si è tenuta circa dieci anni fa, ma limitata solo all'attività italiana. La mostra di Caserta presenta una vasta selezione dell'intera opera articolala seguendo le lappo che hanno segnalo il progressivo successo del pittore. La mostra prevede circa I00 lavori dell'artista tra dipinti, disegni e incisioni provenienti da collezioni privale e dai maggiori musei italiani e stranieri, che hanno concesso prestiti di opere d'arte mai viste prima d'ora, in Italia.
Oasi del bosco di San Silvestro
L'Oasi del Bosco di San Silvestro è la naturale continuazione delle delizie reali del Parco della Reggia. E vale una visita di almeno un giorno. L'area, acquistata dai Borbone dopo il 1750, fu sclta da Vanvitelli per essere la naturale scenografia della cascata che scende da Monte Briano. La natura del territorio presenta calcari semicristallini listati del Cretacico inferiore, il sito è posto ad una quota altimetrica compresa tra i 143 ed i 310 metri sul livello medio del mare.
Il bosco è composto in prevalenza (70%) da lecci, le querce sempreverdi che danno il nome all'intero gruppo dei tifatini ed al Tifata stesso. La voce tifata, infatti, nell'antica lingua osca, lignificava leccio. In un'epoca in cui si modellava già il ferro e fioriva l'arte orafa, senza fare ancora uso di carbon fossile, l'utilizzo del leccio quale combustibile dall'elevato potere calorifero, ha senza dubbio contribuito allo sviluppo economico e sociale del piano campoano tra il VIII ed il II secolo avanti Cristo. Oggi l'antica lecceta dei tifatini appare decimata. In periodo Longobardo la lecceta fu parzialmente sostituita con castagneto. I castagni'del versante casertano dei tifatini furono quasi tutti abbattuti per consentire la Real Fabbrica della Reggia di Caserta.
Al leccio si associa l'orniello ed altre essenze e nei tratti più esposti al sole l'oasi vede il prevalere degli arbusti della machia mediterranea e dell'olivo. Numerosi gli ospiti dell'oasi: il ghiro, il tasso, la volpe, la faina, ol riccio ed il moscardino. più facili da avvistare i daini e i caprioli, animali introdotti ed originariamente non presenti. In inverno sono presenti specie di uccelli svernanti, provenienti dal Nord Europa. Mentre in primavera giungono per la riproduzione, quelle che hanno trascorso l'inverno a Sud del Sahara. L'uccello simbolo dell'Oasi è la Ghiandaia.
E' stanziale e si ciba delle ghiande dei lecci: "Ma spesso le ghiandaie, che stipano le ghiande per terra, dimenticano dove le hanno nascoste - spiega Paolella - e contribuiscono alla riproduzione del bosco." E questo è solo uno dei tanti spunti didattici che l'Oasi di San Silvestro offre.
Per informazioni sulle visite e contatti: la ghiandaia.wwf@libero.it
La Reggia di Carditello
Il Real Sito di Carditello, detto anche Reale tenuta di Carditello o Reggia di Carditello, in provincia di Caserta, venne creato nel 1744 da Carlo di Borbone, che vi aveva impiantato un allevamento di cavalli.
Faceva parte di un gruppo di 22 siti (tra i quali la Reggia di Caserta, la Reggia di Portici, la Reggia di Capodimonte e il Palazzo Reale di Napoli) della dinastia reale dei Borbone di Napoli, luoghi dedicati allo svago e alla caccia della famiglia reale - e chiamati per questo "Reale Delizia" - talora sede anche di attività agricole, spesso impiantate con mezzi moderni, miranti a sperimentare delle fattorie-modello.
Ricevette nuovo sviluppo con Ferdinando IV, che vi introdusse - nel quadro dei suoi progetti sociali ed economici di stampo illuminista anteriori alla rivoluzione napoletana - l'allevamento dei bovini e la fabbricazione dei formaggi, incaricando l'architetto Francesco Collecini (1787), collaboratore di Luigi Vanvitelli, della costruzione di un grande complesso, comprendente una residenza reale e ambienti destinati ad azienda agricola.
Lo spazio retrostante alla palazzina venne diviso in cinque cortili destinati alle attività agricole, mentre l'area antistante - riservata alle corse dei cavalli - fu risolta alla maniera di un antico circo romano: una pista in terra battuta, con i lati brevi semicircolari, che circonda un prato centrale; alle estremità due fontane con obelischi in marmo, al centro del prato un tempietto circolare, da cui il re assisteva agli spettacoli ippici.
Nell'Archivio di Stato di Napoli nel fondo Dipendenze della Sommaria (fasc. nn. 69, 69II, 74, 74II) sono conservate ricevute di pagamento firmate e controfirmate dall'architetto Collecini "capitano ingegnere delle Reali fabbriche di Carditello" sino al 19 genn. 1804 (per la storia di Carditello v. anche: G. Starrabba - G.B. Rosso - S. Gavotti, Il "real sito" di Carditello, Caserta 1979).
La soluzione adottata per la reggia fu quella di un organismo a doppio T, rigorosamente simmetrico: al centro il casino reale - di nobili linee neoclassiche, coronato da una balaustra e da un belvedere - da cui partono i lunghi corpi bassi delle ali riservate all'azienda.
All’interno della palazzina si dipartono a destra e a sinistra due scale che portano al piano nobile, con decorazioni (affreschi e stucchi) che si richiamano all'arte venatoria di cui i Borbone erano appassionati. Dallo stesso piano nobile il re, la famiglia e i dignitari potevano, affacciati alle balaustre, seguire le funzioni celebrate nella Cappella sottostante, posta nella parte centrale, con cupola e pareti delicatamente affrescati.
Fedele Fischetti, pittore napoletano, uno dei decoratori del palazzo reale di Caserta, nel 1791 eseguì alcuni affreschi nella volta del salone principale del Real Sito di Carditello, lavorandovi fin quasi alla morte, avvenuta a Napoli il 25 gennaio 1792. I soffitti sono di Giuseppe Cammarano, pittore siciliano, di Sciacca, considerato il principale esponente, insieme con C. Angelini, della pittura neoclassica napoletana, mentre il paesaggista prussiano Jakob Philipp Hackert, detto Hackert d'Italia, chiamato a Napoli da re Ferdinando IV, decorò le pareti con scene campestri che rappresentavano la famiglia reale.
La maggior parte dei marmi e degli arredi che abbellivano la palazzina è stata sottratta negli anni e utilizzata in altri siti, solo una piccola parte si trova in musei o altre residenze reali.
Gli edifici circostanti, a suo tempo adibiti a magazzini e stalle, e tuttora contenenti antiche attrezzature agricole, a documentazione delle attività che vi si svolgevano, sono quasi tutti in stato di grave degrado. La reggia si trova in stato di abbandono, come pure la parte residua della tenuta dopo che i 2000 ettari originari, che la circondavano, sono stati in massima parte venduti.
"Tutto quillo territorio era giardino de’ Capuani et se chiamava mansio rosarum che al presente se chiama lo mazzone delle rose". Era la seconda metà del ‘500 quando, l’ingegner Pietro Antonio Lettieri, così descriveva l’area di Carditello. Incaricato da Don Pedro Álvarez de Toledo y Zuñiga, viceré di Napoli, per conto di Carlo V D’Asburgo, di localizzare i punti migliori del regno dove far sorgere i mulini individuava, nella magione delle rose, prodiga delle acque di Serino, il punto ideale per le macine ad acqua.
In uno degli angoli pensati dal Lettieri, in età successiva e per volere di Carlo III di Borbone, venne edificata una delicata chiesa di campagna. Della piccola chiesetta settecentesca, di cui nessuno ha mai parlato, non si hanno molte informazioni circa la sua dedicazione pastorale o altro. Ciò che di certo si conosce, è ciò che appare alla vista. Nel panorama agreste originale, inviolato fino al ventennio fascista, quella chiesetta, incardinata in un percorso che si snodava all’interno dell’immensa foresta che circondava il Real Sito di Carditello, era punto di riferimento e luogo di preghiera per i numerosi lavoratori e contadini che prestavano opera nelle annesse terre della fattoria reale.
Il Planetario di Caserta
La prima progettazione di un Planetario a Caserta nasce, nel 1995, per iniziativa dell'allora assessore dr. Giuseppe Messina. Il progetto realizzato da un astrofisico dell'Università Federico II di Napoli, il prof. Luigi Smaldone, prevedeva una cupola di proiezione inclinata, da 9 metri di diametro, una platea unidirezionale da 54 posti ed un sistema di proiezione opto-meccanico da installare presso la biblioteca dell'istituto "A. Manzoni" in via Gemito. Il passaggio della pertinenza degli istituti superiori alla provincia, la destinazione dei fondi ad altre opere pubbliche fecero accantonare il progetto.
L'idea di un Planetario a Caserta riprese impulso nel 2005, nell'ambito dell'Iniziativa URBAN II, ad opera dell'allora Responsabile del Programma, l'ing. Alfredo Messore, e perfezionata e realizzata dal suo successore, l'ing. Maurizio Mazzotti.
Come immobile è stato utilizzato un corpo aggiunto della Scuola Media "L. Vanvitelli". Il geom. Luigi Cunto e l'arch. Annamaria Bitetti, che è stata anche Direttore dei Lavori, hanno curato la ristrutturazione e l'adeguamento degli impianti alla nuova destinazione. La definizione delle caratteristiche tecniche degli impianti specifici del planetario, completamente variate rispetto al progetto originario del 1995 grazie alla enorme innovazione tecnologica introdotta in poco più di 10 anni nel settore dei planetari, è stata curata dal prof. Luigi Smaldone. La ristrutturazione e l'impiantistica generale è stata realizzata dalla S.I.C. srl di Caserta, le attrezzature e gli impianti specifici dalla RSACosmos di Sorbiere (Francia). I lavori sono stati ultimati a fine ottobre 2008. L'arredo, la rete locale, i computer dei vari uffici sono stati forniti da Studio Infoman Sud di Caserta che, inoltre, ha ideato, realizzato e cura la manutenzione del sito web del planetario.
Il Planetario di Caserta è gestito, attualmente, dall'Ufficio Pubblica Istruzione del Comune di Caserta.
Caratteristiche tecniche del Planetario di Caserta
Cupola di proiezione da 7 metri di diametro.
Platea unidirezionale da 41 poltrone (2 possono essere rimosse rapidamente per permettere l'accesso di sedie a rotelle per disabili)
Aria condizionata e forzata
5 proiettori DLP della 3D Perception (risoluzione 1400x1050 pixel, 2500 lumen, rapporto di contrasto 2500:1) per la proiezione full-dome
Sistema audio Dolby Sorrounding 5.1
Cluster di 7 computer (5 dei quali sono riservati esclusivamente alla gestione e generazione delle immagini dei proiettori, uno per ogni proiettore)
Software astronomico "In Space System" della RSACosmos, che permette la rappresentazione 3D dell'universo come visto da ogni possibile posto e tempo (Catalogo Tycho, 1 milione e 50 mila stelle con posizione, distanza, temperatura di colore e moto proprio; Sloan Digital Sky Survey (SDSS) per gli oggetti del cielo profondo)
Gli spettacoli e le lezioni sono dal "vivo" (il "narratore" guida gli spettatori durante la proiezione).

 
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