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Caserta e la sua provincia: l'ambiente naturale
 
Copertina della rubrica l'ambiente naturale: il lago di Letino
 

Una terra dall’atmosfera magica, capace di offrire sensazioni ed emozioni, attraverso itinerari che conducono nel cuore delle città, tra storia, arte e natura, gustando gli antichi sapori della cucina locale tra eventi e manifestazioni folcloristiche.
La provincia di Caserta, sorprende per l’ambiente naturale ricco di parchi, riserve e aree protette, dove regna un’atmosfera serena e tranquilla. Un’ampia pianura si snoda intorno alle rive del Volturno, con il massiccio del Matese a segnare il confine con il Molise e il vulcano inattivo di Roccamorfina a ridosso di quello laziale. Frutteti, vigneti e oliveti colorano il paesaggio di questa fertile terra, la cui generosità fu già apprezzata dagli antichi romani che la ribattezzarono Campania Felix.

 
Caserta e la sua provincia: l'ambiente naturale - Oasi dei Variconi
 
Oasi dei Variconi   Oasi dei Variconi
 
Oasi dei Variconi   Oasi dei Variconi
 

La Riserva dei Variconi si trova sulla riva sinistra della Foce del Fiume Volturno, a poca distanza dal centro storico del Comune di Castel Volturno, è un’area palustre di elevata importanza perché è posizionata al centro del Mediterraneo.
Essendo una delle ultime aree umide d'Italia è stata individuata e tutelata dalla Convenzione di Ramsar (parere favorevole per l'inclusione dei Variconi nella Convenzione di Ramsar come zona umida di importanza internazionale), ed è diventata un ponte ideale verso il continente africano per le migliaia di uccelli che, due volte l’anno, si spostano in massa compiendo spettacolari migrazioni.
L’oasi comprende un vasto ambiente salmastro retrodunale, ha una superficie di circa 194 ettari di cui il 60% è occupata da due piccoli stagni costieri comunicanti tra loro. Gli stagni non hanno un rapporto diretto e costante con il mare, ma vi sono dei canali che oltre a collegarli fra di loro, li collegano alla foce del Volturno. Le acque sono salmastre, esse derivano in parte da infiltrazioni di origine marine e in parte dagli apporti meteorici.
L’oasi è anche una ZPS, Zona a Protezione Speciale, proprio per l'elevato numero di uccelli migratori che vi transitano, vi sono state osservate dagli ornitologi, circa 250 specie di uccelli e molti di essi hanno scelto questa zona come propria area di nidificazione.
Nel 1978 la Provincia di Caserta vi ha istituito un’Oasi di protezione della fauna, mentre dal 1993 tutta la zona è entrata a far parte della Riserva naturale Foce Volturno e Costa di Licola della Regione Campania.
A partire dalla fine dell’estate per tutto l’autunno, gli uccelli migratori percorrono rotte controllate geneticamente, che li portano in parte a svernare negli habitat mediterranei ed in parte ad attraversare il Sahara, per arrivare nelle aree di svernamento situate nell’Africa equatoriale. Ma già nel mese di febbraio e per tutta la primavera comincia il ritorno verso le aree di unificazione.
Nelle aree umide dei Variconi si concentrano sia le specie che vi trascorrono l’intero periodo invernale, sia le specie che seguono la rotta tirrenica durante le migrazioni, sia le specie che l’hanno eletta come proprio areale di nidificazione. Passeggiare nella riserva è un'emozione unica, c’è un percorso naturalistico di birdwatching con passerelle e capanni per l'avvistamento degli uccelli.
Il percorso fu costruito nel 2004, ma poi la zona fu abbandonata sia alle intemperie che agli atti vandalici. Oggi, con l’intervento di recupero e sensibilizzazione della Ass.ne Le Sentinelle onlus, che è riuscita a coinvolgere Enti, ed Associazioni del territorio, i capanni sono stati del tutto ristrutturati e i percorsi sono nuovamente accessibili per le visite scolastiche e per tutti gli appassionati del birdwatching.
Come si accede. I Variconi, conosciuti anche come “Oasi dei Variconi”, sono situati a ridosso dell’abitato di Castel Volturno (CE), presso la foce del fiume Volturno. Non esiste ancora una segnaletica specifica che indichi al visitatore il viale d’accesso (ove vi è un grande cancello, ma l’ingresso pedonale è libero) e, pertanto, l’intuito è fondamentale. Il miglior consiglio è di verificare il percorso tramite una mappa su internet e poi impostare il navigatore.
Per chi viene da Roma, dall’Autostrada A1 superare la barriera di Caserta Sud sino all’uscita “Pomigliano/Villa Literno” immettendosi sulla SS7bis. Da qui si prosegue in direzione Villa Literno sino a Castel Volturno (circa 35 km). Al bivio, prendere la direzione Roma/Mondragone/Castel Volturno ed immettersi sulla SS7Quarter.
Venendo da Napoli è necessario percorrere la Tangenziale in direzione Pozzuoli e poi proseguire con la superstrada SS7 Quater in direzione Roma-Mondragone.
Sulla SS7 Quarter uscire a Castel Volturno/Capua. Una volta usciti si deve girare subito a sinistra e seguire l’indicazione “Litorale Domizio”. Dopo 500 m si incrocia la Domiziana (c’è una rotonda) e ci si immette sulla Domiziana verso nord, in direzione Castel Volturno. Proseguire per altri 300 m fino ad un incrocio alla cui sinistra sono visibili dei campi di tennis al coperto. Qui bisogna imboccare una strada in discesa sulla sinistra, poco dopo alla prima traversa, girare ancora una volta a sinistra, seguendo indicazioni per il ristorante “La Tortuga”. Quindi continuare diritto, fino a raggiungere un ponticello, superato il quale occorre proseguire fino alla fine della strada asfaltata e parcheggiare. L’ingresso è libero, non sorvegliato e gratuito.
Ulteriori informazioni sono reperibili in rete sul sito dell’Ente Riserve: www.riservevolturnolicolafalciano.it

 
Caserta e la sua provincia: l'ambiente naturale - Oasi del bosco di San Silvestro
 
Oasi del bosco di San Silvestro   Oasi del bosco di San Silvestro
 
Oasi del bosco di San Silvestro   Oasi del bosco di San Silvestro
 

Un tuffo nel verde tra natura e storia. L'Oasi del Bosco di San Silvestro è stata creata nel Comune di Caserta nel 1993, in continuità con la Reggia di Caserta e in corrispondenza della cascata. La Reale Tenuta di San silvestro faceva parte insieme al Sito Reale di San Leucio, al Parco Reale ed al Giardino Inglese delle Reali Delizie annesse alla Reggia di Caserta. Situata a nord del complesso monumentale, si estende sulle due colline contigue di Montemaiuolo e Montebriano. L'ex tenuta di caccia di Ferdinando IV di Borbone, un importantissimo bosco di Lecci, fu scelto in quanto particolarmente idoneo a creare una naturale scenografia alla cascata che, con le sue acque, anima le fontane del parco vanvitelliano.
La Tenuta di S. Silvestro, così come altri siti reali, fu destinata ad attività agricole e venetorie sull'esempio delel nuove mode di vita agreste diffuse nelle altre corti europee. In quest'area furono conservate ed incrementate le coltivazioni già esistenti come vigne, uliveti, frutteti, orti e giardini. Tra il 1797 e il 1801, a Parito, fu costruito, sotto la direzione di Collecini, già collaboratore del Vanvitelli, il Real Casino per dar ristoro al Re ed al suo seguito durante la caccia nei boschi vicini e per disporre di locali idonei alle diverse necessità dell'azienda agricola.
Non si tratta solo di un luogo naturale che sinceramente rinfranca lo spirito e il corpo di chi lo visita, ma anche di un osservatorio privilegiato per la ricerca scientifica. E' in quest'ottica che San Silvestro ospita laureandi che preparano le loro tesi, o ricercatori che trovano nel bosco un sito ideale per approfondire le conoscenze su particolari aspetti naturalistici.
Ambiente: Bosco Mediterraneo.
Flora e Fauna. Bosco con leccio, roverella, cerro, acero campestre e castagno.
Uccelli: allocco, civetta, barbagianni, picchio rosso maggiore, picchio muratore, rampichino, colombaccio, upupa, averla piccola, torcicollo.
Mammiferi: ghiro, moscardino, riccio, tasso, volpe, daino e capriolo (questi ultimi introdotti negli anni 70).
Le strutture dell'Oasi. Nell'Oasi di San Silvestro si trova il Centro di Recupero Animali Selvatici (C.R.A.S.) che si preoccupa di accogliere animali selvatici, feriti quasi sempre da armi da fuoco, provenienti oltre che dalla provincia di caserta anche dalle regioni limitrofe. Gli animali, dopo il primo soccorso, vengono sottoposti, se necessario, ad esame radiografico e ad intervento chirurgico.
Trascorso il periodo di degenza vengono riabilitati ed inanellati, se uccelli, prima di essere liberati nei loro habitat naturali. Quelli che, a causa dei gravi danni subiti, non sono più in grado di essere autosufficienti, restano ospiti a vita in alcune voliere del centro. La rivista Airone colloca il C.R.A.S. dell'Oasi di San Silvestro, tra i primi otto Centri più qualificati del nostro paese.
Il percorso Natura. Si tratta di un itinerario agevole, fruibile anche dai portatori di handicap, della durata di 2 ore che si snoda attraverso le varie aree didattiche:
• Il Giardino delle Felci - ricavato in una piccola cavità naturale e umida, racchiude esemplari di specie italiane.
• Il giardino delle Farfalle - è il più grande d'Europa realizzato in un ambiente naturale.
• Le Voliere del Centro Recupero Animali Selvatici - visibili lungo il percorso ospitano quegli uccelli che, per gravi danni subiti, non sono più in grado di essere autonomi.
• Le aree faunistiche del Daino, del Capriolo (in fase di realizzazione) e delle Testuggini - permettono di conoscere dal vivo questi animali, la loro biologia e di far riprodurre quelle specie più minacciate.
Il sentiero del miele. E' un itinerario di circa due ore che fa conoscere la vita delle Alpi, la loro organizzazione la funzione che svolgono nel mondo vegetale. Durante il percorso è prevista la visita alle arnie didattiche dalle pareti di vetro ed al laboratorio del miele.
Il sentiero del Grande Albero. E' un percorso della durata di circa due, è realizzato nel cuore del Bosco ed è privo di punti di riferimento. E' finalizzato all'osservazione della complessità e della diversità della natura nonché all'approfondimento e alla conoscenza degli elementi del Bosco attraverso i sensi e stimolando la fantasia. Alla fine del percorso c'è l'incontro con la Grande Quercia, il patriarca del Bosco.
Il Bosco di Notte, l'Itinerario storico ed il Percorso per i non vedenti. Sono in fase di studi e/o in allestimento. Una curiosità "notturna"…. Nel maggio 2000, e durante tutto il periodo estivo, L'Oasi di S. Silvestro ha lanciato una campagna a favore di un animale a dir poco perseguitato da sciocche credenze e timori grotteschi: i pipistrelli. I pipistrelli sono in realtà degli animali assolutamente innocui! anzi sono utili all'uomo poiché vanno ghiotti di insetti nocivi. L'Oasi ne ospita ben 10 specie diverse, su 30 presenti in Italia (nel mondo sono 970). Bene, i ricercatori dell'Oasi si sono messi a disposizione dei visitatori ogni sabato, per accompagnarli in passeggiate notturne alla scoperta di questi straordinari animali che si muovono e cacciano nel buio totale grazie ad un sofisticato sonar biologico.
Le visite. Giorni ed Orari di apertura: Per il pubblico: maggio-settembre, giovedì sabato e domenica
Turni per 10.00 - 11.00 - 16.00 ottobre-aprile: sabato e domenica
Turni ore 10.00 - 11.00 - 14.30
Per le scuole e gruppi organizzati: tutti i giorni mediante prenotazione.
I fondi provenienti dal pagamento delle quote d'ingresso e dalle donazioni sono utilizzati per far fronte alle spese di gestione dell'Oasi. Con il vostro ingresso, quindi, contribuite a salvare, migliorare e tutelare un tassello importante del patrimonio italiano.
• Come arrivarci. Dalla stazione ferroviaria con bus del C.P.T.C., in auto dal casello autostradale di Caserta Nord, dal viale Carlo III o da altri ingressi in città. Seguire la segnaletica "Oasi WWF", direzione San Leucio ed al quadrivio di Briano imboccate al strada per Castelmorrone. L'accesso all'Oasi è sul lato destro a 900 mt. dal quadrivio.
• Dove mangiare. Adiacente all'Oasi (15 metri dall'ingresso) al Ristorante Leucio, tel. 0823301241.
Potrai richiedere il menù dell'Oasi!
• Per Informazioni
Centro Ambientale WWF Oasi Bosco di San Silvestro, tel. 0832 361300 e 033 0796840
oppure sez. WWF di Caserta, tel. 0823 441367
WWF Italia, via Garigliano 57, 00198 Roma tel. 06 844971
La storia. La Reale Tenuta di S. Silvestro faceva parte, insieme al Sito di S. Leucio, al Parco Reale ed al Giardino all’Inglese delle Reali Delizie annesse alla Reggia di Caserta. Situata a nord del complesso monumentale, si estende sulle due colline contigue di Montemaiulo e Montebriano. L’area, di circa 76 ettari, venne scelta in quanto particolarmente idonea a creare una naturale scenografia alla cascata che anima, con le sue acque, le fontane del parco vanvitelliano. I territori che la compongono furono acquistati dopo il 1750 in momenti diversi e riuniti poi in un unico tenimento che venne delimitato con un muro perimetrale.
La tenuta di S. Silvestro, così come gli altri siti reali, fu destinata ad attività agricole e venatorie sull’esempio delle nuove mode di vita agreste diffuse nelle altri corti europee. In questa area furono conservate, e in alcuni casi incrementate, le coltivazioni già esistenti come vigne, uliveti, frutteti, orti e giardini. Tra il 1797 e il 1801, in località Parito venne costruito, sotto la direzione del Collecini, già collaboratore di Luigi Vanvitelli, il Real Casino per dar ristoro al Re ed al suo seguito durante la caccia nei boschi vicini e per disporre di locali idonei alle diverse necessità dell’azienda agricola.
Il 13 maggio 1922 la tenuta di S. Silvestro, che faceva parte dei beni immobili della Corona passò al Demanio dello Stato e fu consegnata al Ministero della Pubblica Istruzione. Nel dopoguerra, fino al 1970, il Real Casino ospitò una colonia antitracomatosa e nel 1983 l’intero Sito, gestito dall’Amministrazione provinciale, passa per competenza alla Soprintendenza ai Beni AA.AA.AA.SS. per le province di Caserta e Benevento.
In quest’ultimo ventennio il Real Casino, che già in passato era stato sottoposto a varie trasformazioni e interventi di abbellimento, ha subito continui atti vandalici; sono state rubate statue, divelti e trafugati marmi del caminetto, asportati parati, distrutti servizi, ecc.
Non meno fortunato è stato il Bosco dove l’introduzione impropria di fauna selvatica, la pratica del bracconaggio e l’uso del suolo come discarica hanno prodotto danni molto gravi all’intero ecosistema.
Il 6 febbraio 1993 il WWF Italia, dopo un lungo periodo di collaborazione con la Soprintendenza per la salvaguardia del Sito, ha ottenuto dal Ministero per i Beni Culturali e dal Ministero delle Finanze la gestione del Bosco di S. Silvestro che è così diventato la prima Oasi del WWF della provincia di Caserta. Il 10 aprile 1994 l’Oasi è stata inaugurata ed il giorno successivo aperta al pubblico mediante visite guidate.
La flora. E’ un bosco sempreverde costituito in massima parte da Lecci (Quercusilex) cui si associano altre essenze arboree come il cerro, il carpino, l’orniello, il castagno, la roverella, l’acero, il ciliegio, l’ippocastano e diverse conifere (alcune di queste essenze introdotte). In alcuni tratti più caldi si dirada per fare posto ad alberi di ulivo ed altre piante della macchia mediterranea come il viburno, l’alaterno, il mirto, il corbezzolo, l’alloro, la fillirea, il lentisco, il pungitopo, ecc.
Buona parte degli arbusti insieme all’intero sottobosco sono andati distrutti a causa di una introduzione impropria di daini (Dama dama) che, in assenza di antagonisti naturali, sono diventati sempre più numerosi fino a superare la capacità biotica del bosco. Il biotopo, testimone superstite di quel manto verde che un tempo ricopriva gran parte del nostro territorio, rappresenta ora una rarità sul piano naturalistico, una vera e propria oasi tra le brulle colline casertane lacerate dalle cave e sottoposte a sistematici incendi dolosi.
La fauna. Nel Bosco di S. Silvestro è presente la tipica fauna del biotopo mediterraneo. Tra i mammiferi troviamo il ghiro, il tasso, la volpe, la donnola, la faina, il riccio; il moscardino, il daino e il capriolo; quest’ultimi due introdotti negli anni ‘70.
Gli uccelli, numerosi, presentano un’alternanza di comunità nelle diverse stagioni. In inverno sono presenti specie provenienti dal Nord Europa che ripartono in primavera mentre giungono, per la riproduzione, quelle che hanno trascorso l’inverno a sud del Sahara.
Tra le specie svernanti particolarmente frequenti: la ballerina bianca, la ballerina gialla, il fiorrancino, il luì piccolo, il lucherino, il torcicollo, il pettirosso. Torcicollo e pettirosso, anche se in numero ridotto, restano per riprodursi. Tra i nidificanti: la tortora, l’upupa, il colombaccio, l’averla piccola, il pigliamosche, lo zigolo nero, il codibugnolo. l’usignolo. il rigogolo ed il cuculo.
Residenti per l’intero anno: il picchio rosso maggiore, il picchio verde, il picchio muratore, la capinera. la cinciarella, la cinciallegra, il cardellino, il verdone, lo scricciolo, il fringuello, il merlo e la ghiandaia, quest’ultima scelta dal WWF come simbolo dell’Oasi. I rapaci diurni sono lo sparviero, il gheppio e la poiana, mentre il gufo, l’assiolo, l’allocco, la civetta ed il barbagianni compongono la squadriglia notturna che anima il Bosco di S. Silvestro.
L’entomofanna e l’erpetofanna sono in fase di studio e approfondimento ma, tra i rettili, sono già stati osservati il cervone, il biacco, il saettone, la biscia dal collare e la luscengola.
Le visite. Giorni ed orari di apertura:
Per il pubblico:
Maggio-Settembre:
Giovedì Sabato e Domenica
turni ore 10.00 - 11.00 - 16.30
Ottobre-Aprile:
Sabato e Domenica:
turni ore 10.00 - 11.00 - 14.30
• Per le scuole e gruppi organizzati: tutti i giorni mediante prenotazione.
I fondi provenienti dal pagamento delle quote d’ingresso e dalle donazioni sono utilizzati per far fronte alle spese di gestione dell’Oasi. Con il vostro ingresso, quindi, contribuite a salvare, migliorare e tutelare un tassello importante del patrimonio italiano.
Come arrivarci. Dalla Stazione ferroviaria col bus del C.P.T.C., in auto dal casello autostradale di Caserta Nord, dal Viale Carlo III o da altri ingressi in città. Seguire la segnaletica Oasi WWF, direzione S. Leucio ed al quadrivio di Briano imboccare la strada per Castelmorrone. L’accesso all'Oasi è sul lato destro a 900 mt. dal quadrivio.
• Per informazioni. Centro Ambientale WWF Oasi Bosco di S. Silvestro tel. 0823361300 0330796840, oppure Sez. WWF di Caserta, tel. 0823441367, WWF Italia, via Garigliano 57, 00198 Roma tel 06844971
Le strutture. Il Centro Recupero Animali Selvatici (C.R.A.S.) accoglie gli animali selvatici, feriti quasi sempre da armi da fuoco provenienti oltre che dalla provincia di Caserta anche dalle regioni limitrofe.
Gli animali, dopo il primo soccorso, vengono sottoposti, se necessario, ad esame radiografico e ad intervento chirurgico. Trascorso il periodo di degenza vengono riabilitati ed inanellati se uccelli, prima di essere liberati nei loro habitat naturali. Quelli che, per gravi danni subiti, non sono più in grado di essere autosufficienti, rimangono ospiti a vita in alcune voliere del Centro. La rivista Airone lo pone tra i primi otto Centri più qualificati che operano nel nostro Paese.

 
Caserta e la sua provincia: l'ambiente naturale - Oasi wwf a Falciano del Massico
 
Oasi wwf a Falciano del Massico   Oasi wwf a Falciano del Massico
 
Oasi wwf a Falciano del Massico   Oasi wwf a Falciano del Massico
 

Località. Monte Massico nel comune di Falciano del Massico, provincia di Caserta
Agenzia comunale per lo sviluppo del turismo e dell'ambiente sito web www.falcianodelmass.it e mail acstac1@virgilio.it tel. 0823728282 fax 0823931033
Per ulteriori ragguagli, aggiornamenti e contatti: Gruppo Soci OASI WWF del Monte Massico e mail UranoB@jumpy.it cell. 3281195243
Morfologia e clima. Il gruppo del Monte Massico è una catena di rilievi che partendo dalle pendici del vulcano di Roccamonfina arriva alla costa tirrenica con direzione NordNordEst - SudSudOvest. Il gruppo confina a nord con il vulcano di Roccamonfina, ad est con la pianura del fiume Volturno, a sud con il Mar Tirreno ed ad ovest con la pianura del fiume Garigliano.
Il gruppo del Monte Massico si può dividere dal punto di vista strutturale e morfologico in due parti: una costituita quasi esclusivamente da rilievi calcari dolomitici; il suo insieme è costituita prevalentemente da terreni fiscioidi terziari.
Si notano due fasi climatiche nettamente distinte: una estiva, calda e asciutta ed una invernale con abbondanti precipitazioni, ma a temperatura mite.
Flora. Le varie specie che compongono la vegetazione del Monte Massico sono quelle tipiche della flora mediterranea. Molto comuni sono il mirto, il ligustro, il lentisco, il corbezzolo ed il pungitopo. Le specie arboree presenti sono il leccio, il carpino
il carrubo, l'oleastro, la quercia comune, la roverella, l'acero comune, l'acacia, la robinia, il cipresso e varie specie di pino mediterraneo: pino domestico,il pino marittimo,il pino comune.
Fauna.Tra i mammiferi ricordiamo: il cinghiale, il tasso, la martora, il riccio, il toporagno comune, la talpa, il moscardino, il ghiro l'arvicola, ed il topo selvatico. Tra i carnivori: la volpe, la donnola ed la faina. Fra i rettili sono presenti la vipera comune, la lucertola campestre ed il ramarro. A tutt'oggi sono state censite oltre 90 specie di uccelli, fra i più comuni ricordiamo: la poiana, il nibbio bruno, il gheppio, la civetta, il barbagianni, il cuculo, picchio verde il picchio rosso, lo sparviero, la ghiandaia, gufo comune, gazza l'astore, merlo, beccaccia e molti passeriformi.
Strutture. All'interno dell'area è allestito un percorso per le visite guidate. I sentieri sono di difficoltà variabile e si consiglia l’impiego di una guida adeguatamente preparata.

 
Caserta e la sua provincia: l'ambiente naturale - Parco naturale regionale del Matese
 
Parco naturale regionale del Matese   Parco naturale regionale del Matese
 
Parco naturale regionale del Matese   Parco naturale regionale del Matese
 

Itinerari. Il Matese è percorso da una rete di sentieri già segnati e ben individuabili con la segnaletica che li rende facilmente fruibili.
Essi si sviluppano in prevalenza sull’antica rete dei tracciati e dei tratturelli della transumanza e consentono di ammirare paesaggi di rara bellezza.
L’opera di recupero e manutenzione è stata effettuata in gran parte dalla sezione C.A.I. di PiedimonteMatese che, insieme al Gruppo Escursionisti del Matese, al Gruppo Speleologico del Matese ed al Centro di Educazione Ambientale, guidano il visitatore alla scoperta della natura, dei paesaggi e della storia di questo territorio incontaminato.
Passeggiate a cavallo, in mountain bike, escursioni ipogee, voli in deltaplano o col parapendio, arrampicate su roccia e ghiaccio, sci di fondo sono le opportunità che si offrono al turista, oltre ad interessanti escursioni guidate tra folklore, storia (ricordiamo che questi sono i luoghi del brigantaggio) e natura.
Il Sentiero Italia. Tra tutti gli itinerari possibili descriviamo il segmento matesino del Sentiero Italia che, con i suoi 6.000 km. e le sue 350 tappe forma il trekking più lungo del mondo, di notevole valore ideale e storico perché ripercorre sentieri utilizzati nei secoli.
Esso percorre il Matese dal Comune di Gioia Sannitica fino al valico di Monte Crocelle (mt. 1575) al confine con la regione Molise.
Lungo il suo snodarsi si visitano i piccoli centri medievali del Parco e le loro emergenze artistiche, si utilizzano vecchi tracciati legati all’antica tradizione silvo-pastorale, si attraversano suggestivi e fitti boschi, si incontrano cascate e sorgenti in quota con fontane ed abbeveratoi, si raggiunge la vetta del Monte Miletto (2050 mt s.l.m.) che è la vetta più alta del Matese e dalla quale, se la giornata è limpida, si possono vedere i due mari (Tirreno ed Adriatico).
Il territorio. Il territorio del Matese è costituito da una catena di monti prevalentemente calcarei situati tra Molise e Campania. E’ un territorio ricco di luoghi selvaggi, popolati da Lupi e Aquile reali, paesaggi dolci, con laghi dalle acque azzurre in cui si specchiano le cime delle montagne, centri storici originali e ottimamente conservati, tanta storia, fatta anche dei rapporti sempre tesi tra Romani e Sanniti, prodotti tipici genuini, unici e saporiti.
Il Parco occupa un’area di 33.326,53 ettari, lungo un’ asse Nordest-Sudovest, che dalle valli dei fiumi Lete e Sava, corre per circa 50 km fino alla valle del Fiume Tammaro, in provincia di Benevento. Questo allineamento è seguito anche dalle principali montagne: i Monti Miletto, Gallinola e Mutria.
Ciò influisce sulle caratteristiche climatiche del territorio, che, nelle zone in quota, rappresenta l’ultimo baluardo del clima continentale, mentre le zone più basse, esposte ai venti caldi che giungono dalle coste mediterranee della Campania, si caratterizzano per la presenza di paesaggi mediterranei, fatti di uliveti, leccete, cipressete e macchia mediterranea. Questa vicinanza geografica di due aree climatiche diverse ne fa uno dei luoghi più ricchi di biodiversità dell'Appennino meridionale. La ricchezza dei pascoli, in particolare, ha permesso un notevole sviluppo della pastorizia che, insieme all’agricoltura ed allo sfruttamento dei boschi, ha rappresentato nel passato la principale fonte di reddito delle popolazioni dell’area.
Aspetti geologici. La catena dei Monti del Matese rappresenta il primo fronte dell'Appennino meridionale, con la cima del M. Miletto, situato nel versante molisano, quale vetta più alta con i suoi 2.050 metri sul livello del mare. Ma la catena montuosa è costellata da tante altre vette, di minore altezza (La Gallinola, Monte Mutria, Monte Pranzaturo, ecc.), conche e laghi carsici quali il Lago del Matese posto a 1.011 metri sul livello del mare, che è il lago carsico più alto d’Italia. Numerosi gli invasi artificiali: le Mortine, sul Volturno, il Lago di Gallo, il Lago di Letino.
Il territorio carsico è, come tutti i territori di tal genere, ricco di doline, voragini, grotte, inghiottitoi con corsi d’acqua che si inabissano e ricompaiono in superficie, torrenti che si formano dai numerosi stillicidi provenienti dalle frattura delle rocce.
Il Matese è emerso dal mare, un mare nefritico e caldo, più di cento milioni di anni fa. Il lungo predominio marino è testimoniato dalla presenza di ricchissimi giacimenti di fossili.
Infatti, fra le emergenze naturalistiche si annovera anche il sito geo-paleontologico di Pietraroja (provincia di Benevento) in cui si sono conservate tracce di vita di circa 110 milioni di anni fa, con un patrimonio, unico nel suo genere, di reperti fossili di vertebrati quali pesci, anfibi, rettili, crostacei ed un esemplare giovane di dinosauro carnivoro appartenente alla prima linea evolutiva dei più specializzati Velociraptor e Tyrannosaurus.
La flora. Tutta l’area presenta una eccezionale valenza naturalistica: I rilievi sono ammantati di faggete che coprono i versanti alle quote più elevate, soprattutto nel versante orientale.
Più in basso, domina il bosco misto che spesso si interseca con i castagneti modellati dall'uomo, e con le leccete che risalgono dal piede del massiccio specialmente nei quadranti più caldi dell'area.
Le essenze prevalenti sono dunque la Roverella (Quercuspubescens), il Cerro (Quercuscerris), il Carpino nero (Ostryacarpinifolia), il Castagno (Castanea sativa), e nei versanti più assolati la Macchia mediterranea. Nel sottobosco fioriscono numerose specie di Orchidee selvatiche del genere Orchis.
Le rupi, ed in particolare quelle di vetta, ospitano una interessante flora ricca di endemismi e specie rare. Si tratta in generale di specie che denotano affinità con i popolamenti dei pascoli e delle rupi elevate dell'Appennino centrale, come le Sassifraghe, tra le quali la rara Saxifragaporophylla, le Primule montane (Primula auricola), le Viole dei pascoli rupestri (V. pseudogracilis, V. eugeniae, V. aetnensisssp. splendida), gli Edraianti (Edraeanthus sp.), la Lingua di cane appenninica (Solenanthusapenninus), le Pedicolari (Pedicularis sp.), le Creste di gallo (Rhinanthuswettsteinii, R. personatus), ed i Verbaschi (Verbascum sp.) solo per citare le più appariscenti.
Molto rappresentati sul Massiccio sono i prati pascoli di quota e le praterie aride che spesso ospitano interessanti entità floristiche mediterranee che qui trovano il loro limite settentrionale di espansione.
Notevole, infine, la presenza nel territorio del comune di Fontegreca di una vasta cipresseta spontanea, con alberi che raggiungono i 30 metri di altezza, ed attraversa dal corso del Fiume Sava.
La fauna. Eccezionale è il patrimonio faunistico: i rilievi sono frequentati dal Lupo (Canis lupus) e dal Gatto selvatico (Felissilvestris); alle quote inferiori dominano, invece, i boschi misti in cui sono frequenti Astori (Accipitergentilis), Sparvieri (A. nisus), Colombacci (Columbapalumbus) e Poiane (Buteobuteo), che non di rado si spingono verso le pareti rocciose, regno di rapaci come il Lanario (Falco biarmicus), l'Aquila reale (Aquila chirysaetos) ed altre specie rupicole quali il Gracchio corallino (Pyrrhocoraxpyrrhocorax), il Codirossone (Monticolasaxatilis) il Culbianco (Oenantheoenanthe) e lo Spioncello (Anthusspinoletta).
Nei boschi è particolarmente frequente il Picchio rosso minore (Dendrocopos minor). La fauna alata che sorvola questi ambienti in primavera è costituita, tra gli altri, da Nibbio reale (Milvusmilvus) e Pellegrino (Falco peregrinus).
La presenza degli specchi d'acqua fa sì che il birdwatching possa essere molto fruttuoso per la presenza di nidificanti come Svasso maggiore (Podicepscristatus), Tarabusino (Ixobrychusminutus), Moretta tabaccata (Aythyaniroca) e Germano reale (Anasplatyrhinchos). Durante i passi si avvistano anche Airone bianco maggiore (Casmerodiusalbus), Cicogna bianca e Cicogna nera (Ciconiaciconia, C.nigra) Falco di palude (Circusaeruginosus), Combattente (Philomacuspugnax) e Marzaiola (Anasquerquedula). In inverno diverse specie di anatre cercano rifugio tra i chiari nei canneti.
Ed ancora va ricordata la presenza nel Parco della Salmandrina dagli occhiali (Salamandrinaterdigitata) e tra i Rettili dell’ormai raro Orbettino (Anguisfragilis).
Cultura e tradizioni. Il Matese rappresenta anche un patrimonio di storia, tradizioni e leggende, molte delle quali vivono tuttora come espressione del folklore locale, strettamente connesso alla quotidianità della vita contadina e pastorale.
Nei borghi, perfettamente conservati, in cui si vive in una condizione di grande tranquillità e serenità, ma nel contempo, si avvertono le asprezze, le difficoltà e le solitudini della vita montana, è possibile camminare a piedi attraverso stradine in pietra che trasudano storia: la storia della transumanza della pastorizia, la storia dei briganti successiva alla unità d’Italia, la storia fatta dai cicli della natura.

 
Caserta e la sua Provincia: l'ambiente naturale - Parco naturale regionale di Roccamonfina
 
Parco naturale regionale di Roccamonfina   Parco naturale regionale di Roccamonfina
 
Parco naturale regionale di Roccamonfina   Parco naturale regionale di Roccamonfina
 

La nascita del parco. Il Parco Regionale Roccamonfina e Foce Garigliano è stato istituito nel 1993 quando, dopo il trasferimento delle competenze in materia di aree protette dallo Stato alle Regioni, la regione Campania, con legge regionale 1 settembre 1993 n. 33, ha istituito ben undici parchi naturali regionali.
Morfologia. Il Parco ha una estensione di circa 11.000 ettari ed interessa i comuni di Sessa Aurunca, nella zona collinare e costiera, Teano e cinque comuni facenti parte della Comunità montana di Monte Santa Croce: Roccamonfina, per l'intero territorio, parzialmente Marzano Appio, Conca della Campania, Galluccio e Tora e Piccilli.
L'area del Parco è stata suddivisa in tre zone denominate A, B e C. La zona A è a tutela integrale, la zona B è orientata alla protezione, la zona C prevede la riqualificazione dei centri urbani e la loro promozione economica e sociale.
L'intera area è dominata dal vulcano spento di Roccamonfina ed ha come limite geografico il fiume Garigliano. Il corso del fiume ha scavato il suo alveo fluviale tra i terreni vulcanici del Roccamonfina ed i terreni calcarei dei Monti Aurunci.
Il Vulcano di Roccamonfina è il più antico apparato vulcanico della Campania, con le attuali dimensioni di 450 kmq, in planimetria, è il quarto vulcano d'Italia ed il quinto per altitudine (1.006 m.). Strutturalmente assomiglia molto al Vesuvio, ma ne è molto superiore per dimensioni avendo un diametro di oltre 15 km, e possiede una cerchia craterica esterna di circa 6 km di diametro al cui interno si trovano i coni vulcanici del Monte Santa Croce e del Monte Làttani, formatisi in epoche successive.
Nella valle del Garigliano sono presenti due grosse arterie stradali, la s.s. Domitiana e la s.s. Appia.
Geologia del territorio. Il vulcano di Roccamonfina nacque circa 630.000 anni fa, in seguito ad uno sprofondamento che rese la crosta terrestre più sottile e dunque favorì la salita del magma. Nel giro di 300.000 anni si era creato un enorme cono alto 1.800 metri, valutabili osservando la pendenza dei fianchi vulcanici esterni, formato soprattutto dalla roccia denominata Tefrite. Questa roccia si può oggi vedere lungo il sentiero che porta all'Orto della Regina, dove le stesse mura ciclopiche sono di Tefrite.
Tutt'intorno sorsero altre bocche vulcaniche, di dimensioni ridotte ma non per questo con minore intensità eruttiva, come il Monte Ofelio nel settore sud-ovest. Il crollo di gran parte del grande cono terminale troncò il vulcano formando una ampia conca detta Caldera, e all'interno di questa si formò un lago, come avvenuto anche nei vulcani laziali. In breve tempo una nuova fase eruttiva colmò parzialmente la caldera formando al centro i due domi di Monte Santa Croce (1.005 m.) e Monte Làttani (810 m.).
La crescita del vulcano bloccò per un certo periodo il naturale sbocco a mare sia del fiume Garigliano sia del fiume Volturno. Il corso del Volturno venne deviato, infatti, progressivamente verso sud-est finché non fu forzato a trovare una nuova via passando a nord dei Monti di Pietravairano e ad est dei Monti di Baia e Latina, raggiungendo il suo corso attuale. Il Garigliano invece non aveva altra via d'accesso al mare e l'intero bacino a monte si trasformò in quello che fu uno dei più grandi laghi dell'Italia peninsulare, il lago Lirino. L'erosione della soglia attraverso lo stretto di Suio svuotò il lago intorno a 200.000 anni fa, conferendo al Garigliano l'aspetto odierno.
In epoca romana, e probabilmente fino al medioevo, dai materiali lavici eruttati dal vulcano di Roccamonfina si ricavavano le pietre molari per le macine da cereali e per i frantoi diffuse in tutta la Campania e visibili ancora a Pompei.
Il clima. Nell'area del Roccamonfina, in periodi eccessivamente freddi, la temperatura può scendere fino a zero gradi e si possono verificare delle nevicate. Le pioggie si concentrano nel semestre autunno-inverno, divenendo scarse in primavera ed in estate.
Tra i venti costanti, spira il vento da nord-est, freddo e secco che in estate, specialmente nelle zone a quote meno elevate, viene sostituito dal ponente marino.

 
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